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ESTERI 20 Settembre Set 2014 0819 20 settembre 2014

Cina, i nuovi ricchi lasciano il Paese

In migliaia espatriano. Per rifarsi una vita. E sfuggire alla stretta anticorruzione.

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da Pechino

Stando a un'indagine Barclays il 47% dei nuovi ricchi cinesi vuole lasciare il Paese. © Getty

A gennaio 2014, il consolato canadese di Hong Kong si scoprì sepolto sotto montagne di scartoffie: un arretrato di ben 53.580 domande inevase per ottenere lo status di «Canadian federal investor», nell'ambito del programma di “immigrazione per ricchi” più gettonato al mondo. Il sistema andò in tilt e il governo di Ottawa fu così costretto a congelare i visti.
Il cumulo di carta era stato compilato dai cinesi della Repubblica Popolare, che rappresentano oltre il 70% del portafoglio ordini globale. In base al programma, i candidati che hanno un reddito di almeno 1,6 milioni di dollari canadesi (oltre 1 milione di euro) ottengono la residenza a patto che “investano” almeno 800 mila dollari (circa 530 mila euro) sotto forma di prestito, senza interessi e di cinque anni, a beneficio di Ottawa.
L'ESODO DEI NUOVI RICCHI. Quelle domande in coda fotografano un fenomeno che Pechino cerca da tempo di dissuadere: l'esodo dei nuovi ricchi che, dopo avere accumulato fortune in 30 anni di boom economico, esportano ricchezze, famiglie e loro stessi medesimi fuori dalla Cina. Sia a caccia di una qualità della vita “occidentale”, sia in fuga dalla campagna anticorruzione lanciata dalla leadership cinese.
BUSINESSMEN E FUNZIONARI IN FUGA. Ora, una ricerca Barclays rivela che quasi la metà dei cinesi benestanti progetta di trasferirsi all'estero entro i prossimi cinque anni.
Il problema non riguarda solo i businessmen, ma anche i membri del Partito, nel quale al contrario dovrebbero trincerarsi i pretoriani dell'ordine cinese. Funzionari che rimangono in patria a lavorare mentre trasferiscono famiglie e – soprattutto – conti correnti oltre confine, in attesa di filarsela pure loro.
VIA ALLA CAMPAGNA DI DISSUASIONE. A giugno, le autorità del Guangdong hanno scoperto che quelli che avevano letteralmente fatto le valigie (piene di quattrini) e trasferito tutto all'estero erano più di 1.000. È partita allora una campagna di dissuasione: riportate la famiglia a casa, lasciate il lavoro o vi beccate una retrocessione professionale. Una campagna che, si vocifera, dovrebbe a breve estendersi a livello nazionale.

Xi Jinping, presidente della Cina. © Getty

Il 47% degli intervistati vuole lasciare il Paese

L'indagine Barclays, basata su interviste a più di 2 mila individui per un patrimonio netto totale di 1,5 miliardi di dollari, rivela che il 47% del campione intende trasferirsi, a fronte di una media mondiale del 29%. I potenziali emigrati di lusso citano come motivazioni le migliori opportunità educative e occupazionali per i figli (78%), la sicurezza economica e il clima desiderabile (73%), assistenza sanitaria e servizi sociali migliori (18%). E a confermare la predilizione per la rotta Hong Kong-Canada, si scopre che la principale destinazione è l'ex colonia britannica (30%), seguita proprio dal Paese nordamericano (23%).
LA SFIDUCIA IN PECHINO. Che i motivi veri siano la campagna anticorruzione di Xi Jinping (cioè i propri scheletri nell'armadio) o i timori sul futuro dell'economia cinese non cambia nulla: una ragione non esclude l'altra, ed entrambe rimandano a una sfiducia nel proprio Paese e in chi lo governa. Altro che il “grande sogno” sbandierato dal presidente Xi.
Curiosamente, si verifica anche un fenomeno uguale e contrario. Dopo i cinesi, sarebbero i singaporiani i più propensi al “prendi i soldi e scappa”. Ebbene, Barclays rivela che la loro meta preferita è proprio la Cina. È come se i cinesi d'oltremare credessero al Sistema Cina più di quelli continentali.
IL PATTO TRADITO. Il fenomeno è tanto più minaccioso per il potere cinese perché è proprio sul ceto medio urbano uscito da 30 anni di riforme e aperture che il Partito comunista si gioca il consenso. Il grande patto sociale post-Tian'anmen fu: io, Partito, ti offro la possibilità di arricchirti, tu però non ti ribelli e stai buono. E ha funzionato. Ora, è come se i beneficiari di quello scambio dicessero: «Buongiorno e grazie, io tolgo il disturbo».
I soldi esportati altrove non finiscono necessariamente in ville palladiane e acquisizioni di grandi imprese. Il cinese che fa fagotto è spesso di basso profilo, ma con il suo gruzzolo in tasca.
OBIETTIVO DIVERSIFICARE. ANCHE PAESE. Una conoscente di Pechino, che parla un ottimo italiano e che per anni ha lavorato alla nostra ambasciata, ha deciso di mollare quello che definiremmo un ottimo impiego per buttarsi nelle acquisizioni immobiliari a Milano, Roma e così via. «Comprate residenze di lusso per i ricchi cinesi?», le ha chiesto il giornalista. «Niente affatto, anche appartamenti normalissimi, in periferia. Per i cinesi sono un buon investimento. E poi non si sa mai cosa può succedere». Diversificare (anche Paese) è l'anima del commercio.

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