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BASSA MAREA 22 Settembre Set 2014 1224 22 settembre 2014

Articolo 18, battaglia ideologica o reale?

La riforma Renzi avvicina l'Italia all'Europa. E si scontra con la vecchia guardia che, invece, vuole tutelare la nostra «diversità».

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Il premier Matteo Renzi e il segretario generale della Cgil Susanna Camusso.

La disputa sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, con reintegro o indennizzo di lavoratori licenziati in modo improprio, è al centro dello scontro in atto nella sinistra italiana tra il partito renziano e la minoranza del Pd, più altri settori della sinistra, più la Lega che gioca, tuttavia, una partita tutta sua e a latere.
ART. 18, PROVA DI FORZA. Nella sostanza è un braccio di ferro per decidere chi comanda davvero in casa dem, e nella sinistra. Nella forma, da un lato c'è chi difende una regola importante di tutela per la maggior parte dei lavoratori del settore privato e chi dice invece che si tratta di una disputa, essenzialmente, ideologica.
LE DUE ANIME DELLA SINISTRA. Dietro, due diverse idee di sinistra. Quella «laburista» e renziana che vuole rivedere tutta la normativa del lavoro includendo un ulteriore e netto ridimensionamento di un articolo 18 già ridimensionato dal tandem Monti-Fornero nel 2012. E quella guidata da Susanna Camusso, segretario Cgil, e da Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, che non vuole ulteriori annacquamenti. Al grido di battaglia: «L’articolo 18 non si tocca».
LA LINEA EUROPEA. In realtà è già stato molto toccato e Renzi vorrebbe portare la tutela del lavoratore italiano in linea con quella concessa da Paesi come Germania e Francia dove l’ingiusto licenziamento viene compensato, dopo le debite procedure, con un indennizzo pari mediamente a 16 mensilità. E dove il reintegro ancora esistente sulla carta in Italia non è previsto.
Anche in Italia l’indennizzo sarebbe proporzionale all’anzianità. Sparirebbe la bandiera del reintegro, se non per casi precisi di palese discriminazione razziale, politica, sessuale e simili. Il tutto, secondo il premier, inserito in un quadro generale di riforma del mercato del lavoro. Un messaggio per dichiarare che in Italia ci si adegua a regole più europee, e che la vera o presunta rigidità del mercato del lavoro sta cambiando.
DATI NON AGGIORNATI. Chi è d’accordo con Renzi dice anche che il ricorso all’art. 18 è stato quantitativamente modesto. È difficile trovare dati recenti. L’Istat tempo fa rese noto che nel 2006 erano aperti 8.651 casi e che storicamente il rigetto del ricorso era avvenuto nel 44,8%di questi in primo grado e saliva al 63,1% considerando anche il giudizio di secondo grado.
Dati Cgil, anche questi vecchiotti, dicono che solo una minima parte dei lavoratori ha optato per il reintegro e preferito, in caso di vittoria, l’indennizzo anche perché l’esito (meno lento ora con la riforma Monti-Fornero) arrivava dopo molto tempo - tre anni circa la durata media delle cause del lavoro - e il lavoratore in genere aveva già un’altra occupazione.
PIÙ TUTELE AGLI ATIPICI. Non va dimenticato poi che l’art.18 riguarda solo i contratti a tempo indeterminato, e che la riforma Renzi prevede maggiori tutele per i lavoratori a tempo determinato, gli atipici e le partite Iva anomale.
Il fronte Camusso ribatte, dati alla mano, che a essere tutelati sono sulla carta ben 7,8 milioni di lavoratori, tanti sono gli operai e impiegati di quel 3% delle imprese italiane che hanno più di 15 dipendenti e quindi devono applicare la legge del 1970. Il restante 97% delle imprese, piccole e minuscole, senza art. 18, dà lavoro a 4,2 milioni circa di persone.
LA «DIVERSITÀ ITALIANA». La difesa a oltranza di un articolo 18 di scarsa applicazione, ribattono però i renziani, è alla fine solo una bandiera per insistere sulla «diversità» italiana. «Diversità» dicono che è ormai un autogol. Una battaglia ideologica.
Dietro Renzi c’è, in questo scontro, l’ombra di Tony Blair, se si può fare questo parallelo Tamigi-Tevere, o Tamigi-Arno.
TRA BLAIR E BERLINGUER. Blair può anche non piacere, e pour cause, ma è il leader che ha cambiato il partito laburista. Dietro gli altri, c’è l’ombra di Enrico Berlinguer, tenace difensore fino all’ultimo della diversità del suo Pci, non socialdemocratizzabile perché diverso e superiore.
Berlinguer condusse una grande battaglia contro i tagli craxiani alla scala mobile, nel 1984, e avviò il referendum abrogativo contro il decreto del governo, pochi giorni prima del fatale malore che lo colpì a Padova il 7 giugno. Il referendum abrogativo si tenne un anno dopo esatto, il 9 e 10 giugno 1985, e il Pci perse con uno scarto di quasi 9 punti.
L’articolo 18 oggi è vitale o no? Forse bisognerebbe chiederlo più che ai leader dei due schieramenti a chi lavora nelle fabbriche e negli uffici.

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