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SCENARIO 22 Settembre Set 2014 1846 22 settembre 2014

Jobs Act, emendamenti della minoranza Pd

Gotor non molla sull'art.18. Riforma da aggiustare. Damiano: «Pericolo Fi».

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Miguel Gotor, senatore Pd.

La minoranza Pd non si arrende. E sulla riforma del lavoro ha già in canna la sua controproposta. A confermarlo è il bersaniano Miguel Gotor che ha presentato alcuni emendamenti a tre punti del Jobs Act: garanzia della copertura finanziaria per il contratto a tutele crescenti, riduzione della pletora dei contratti precari e 'stop' all'aumento dei voucher e reintegro dopo i licenziamenti senza giusta causa. «Chiediamo che la situazione resti immutata rispetto al 2012, quando fu già riformata, o che sia adeguata all'attuale modello tedesco», ha sottolineato Gotor.
IL NODO DELLE COPERTURE. «Siamo favorevoli alle tutele crescenti, ma ci preme che queste siano garantite economicamente, che abbiano una copertura», ha messo in chiaro il senatore di Area riformista. «Il contratto va meglio delimitato nel suo perimetro. La copertura degli ammortizzatori va dichiarata prima, non deve essere rinviata al 2015».
REINTEGRO SUL MODELLO TEDESCO. Il lavoro «è un tema troppo carnale per stare sull'ideologia», sottolinea ancora Gotor, ricordando come Area riformista sul reintegro sarà «netta». Il bersaniano ricorda come al principio ci fosse la volontà del governo di mantenere il reintegro seguendo il modello tedesco, «poi le carte sono cambiate. Ma così a rischiare è la pelle dei lavoratori».
Sull'art.18, in questo momento, c'è una «battaglia a dividere e non a unire in un momento in cui l'Italia richiede coesione sociale e dialogo, non strappi che fanno il gioco di Sacconi», rimarca ancora il senatore.
A riportare l'ordine ci ha pensato il sottosegretario alla presidenza Luca Lotti, fedelissimo del presidente del Consiglio, che ha redarguito la fronda: «Chi perde le primarie non detta la linea».

La gelata della ditta e il legame con i sindacati

Susanna Camusso, leader della Cgil.


Il Pd si trova dunque ancora impantanato sui temi del lavoro e, più precisamente, sull'articolo 18. Con la «ditta» - alla quale il ministro Boschi ha chiesto di «volere bene» per l'unità del partito - in rivolta contro il segretario-rottamatore.
UNA MINORANZA PESANTE. Renzi, arrivato a Palazzo Chigi, aveva rilanciato il cavallo di battaglia del Jobs Act per rimettere in pista l'Italia e finalmente vedere scendere le percentuali di disoccupazione, che proprio negli ultimi quattro anni hanno toccato quote drammaticamente alte. Al presidente del Consiglio, insomma, è toccato indicare la strada al Paese per uscire dalle secche della crisi, ma quando lo ha fatto si è visto rovesciare addosso un secchio d'acqua gelata dalla minoranza interna (Fassina, Bersani, Damiano). Che, è sempre utile ricordarlo, è invece maggioranza tra gli scranni parlamentari.
«BATTAGLIA STRUMENTALE». «La minoranza del Pd vuole strumentalizzare questo tema per riprendere consenso», dice a Lettera43.it un fedelissimo deputato di stretta osservanza renziana, «ma non si accorge che in questo modo scivola fuori dall'attualità del Paese».
I sindacati, continua il democratico, «hanno perso migliaia di iscritti in questi anni proprio perché la gente, al di fuori dei Palazzi, crede che difendano i diritti di chi ne ha già». E, infine, «Bersani e gli altri amici che lo seguono spero che si fermino prima di farsi del male da soli. Gli italiani sul tema seguono Matteo, non loro».
Nelle ultime ore, però, i rumors suggeriscono di tenere d'occhio questa componente anti Jobs Act. Perché numericamente può essere determinante.
IL TANDEM DITTA-SINDACATI. Al di là degli emendamenti, infatti, c'è un altro punto caro alla minoranza piddina. E cioè il legame coi sindacati. La leader della Cgil Susanna Camusso dal canto suo non abbassa il tiro e ha ribadito di essere pronta a scendere in piazza da sola, se necessario.
«La storia della sinistra è sempre stata parallela a quella dei sindacati. E anche il futuro lo sarà, almeno nelle intenzioni...», spiega il piddino, lasciando intendere che le indiscrezioni su un'eventuale scissione potrebbero essere qualcosa di più di una chiacchiera da Transatlantico.
Ma questa è un'altra storia, e a Palazzo Chigi la nuova strategia è quella di affrontare un problema per volta, quando si porrà il caso. Ma almeno una soluzione del genere risolverebbe i dubbi di quattro anni fa: il Pd non litigherebbe né meno, né meglio. Semplicemente, litigherebbe da lontano.

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