REPORTAGE 22 Settembre Set 2014 0625 22 settembre 2014

Sharing economy, a San Francisco si scrive il futuro

Realtà giovani. Capitali milionari. L43 tra i colossi della Bay Area. Da Uber a Lyft.

  • ...

da San Francisco

Uber è stata fondata nel marzo 2009.

La Chevrolet nera, tirata a lucido come se fosse appena uscita dalla concessionaria, ci mette meno di due minuti ad arrivare. Riconoscere tra i molti in attesa sul marciapiede di Polk Street il veicolo e il suo conducente, Micheal, non è difficile: nel momento in cui la richiesta della corsa è stata processata dal sistema, lo schermo del telefono si è illuminato con le loro immagini stilizzate, un metodo a prova di distratto.
ACQUA E MENTINE AI PASSEGGERI. Per politica aziendale Micheal, faccia butterata e altezza da gigante, non può scendere ad aprire la portiera, ma si capisce che gli preme fare bella figura: nelle tasche laterali delle portiere ha infilato bottigliette d'acqua gratuite, offre mentine ai passeggeri e porge subito un cavo per ricaricare l'iPhone, l'extra più richiesto dai giovani festaioli in mocassini e pantaloni rimboccati quando la notte di San Francisco si allunga verso l'alba.
200 DOLLARI PER 10 ORE DI LAVORO. L'omone dai modi delicati è in servizio già da qualche ora e andrà avanti ancora per parecchio: nessuno gli dice quando smettere di guidare, perché non è un tassista bensì un autista Uber.
Ovvero un normale cittadino imprestato al mestiere, grazie a una piattaforma che dal cellulare gli segnala chi ha bisogno di un passaggio, e dove. Considerato che con un po' di fortuna mette insieme 200 dollari puliti in dieci ore, non ha fretta di parcheggiare fino a che tutti gli hipster di Frisco saranno usciti dai locali per infilarsi a letto.
«This is my money making job», questo è il lavoro con cui faccio i soldi, spiega con gentilezza lottando con uno sbadiglio.

Tre milioni di corse al mese solo negli Stati Uniti

Usa: tassisti in sciopero contro Uber e Lyft.

Accaparrarsi un autista come Micheal - americano, con una macchina tenuta alla perfezione e impeccabile nel servizio - non è un colpo da poco. Lo puntualizza lui stesso, raccontando compiaciuto come Uber lo abbia sfilato a Lyft, il principale concorrente, allungando la nutrita serie di lamentele, schermaglie e minacce legali tra i due colossi della sharing economy (economia della condivisione, ndr) della California.
AI GESTORI IL 20% SULLE TRANSAZIONI. Se trasformarsi in un tassista per arrotondare il proprio salario, mettendo a disposizione la propria macchina e il proprio tempo, è infatti una prassi diffusa nella città in cui la condivisione a pagamento è stata inventata, le aziende che abilitano il servizio sembrano però tutt'altro che disposte a condividere i loro asset: cioè gli autisti bisognosi di monetizzare.
In ballo c'è un mercato composto da decine di milioni di utenti con il telefono sempre in mano, la carta di credito agganciata allo smartphone e circa 3 milioni al mese di 'corse' solo negli Stati Uniti, ognuna delle quali frutta il 20% del proprio valore alla società che gestisce la piattaforma.
BATTAGLIA CONTRO IL TRAFFICO IN CITTÀ. Poi, certo, c'è tutto il resto. Per esempio il fatto che l'80% delle macchine gira per le strade con un solo passeggero a bordo, intasando la città e l'atmosfera: un numero che gli attivisti con le maniche di camicia rimboccate e i lobbisti con i polsini ben stirati ripetono in ogni conversazione.
Oppure la prospettiva di dimezzare il numero dei veicoli in circolazione semplicemente lasciando intravvedere ai cittadini quanto è più comodo e meno costoso utilizzare il mezzo che serve 'a chiamata'. Un cambiamento culturale che i romantici - e gli uffici stampa - riassumono semplicemente con la speranza di cambiare il mondo. E la vita della gente. «Siamo noi la vera rete di sicurezza sociale degli americani: noi offriamo loro sempre la possibilità di guadagnarsi da vivere utilizzando beni che prima erano solo un costo», spiega facendo lunghe pause tra le parole Emily Castor, community manager di Lyft, la prima società arrivata sul mercato, nel giugno 2012, con il tassista-fai-da-te.

Miliardi di dollari investiti nei colossi della condivisione

La frequenza con cui Emily dilata gli occhioni azzurri prima di iniziare ogni frase, sprofondata su in divanetto del quartier generale nella stessa sala in cui due ragazzi dai lineamenti orientali giocano a ping pong, è pari probabilmente a quella delle raccolte fondi di Lyft.
Tra il 2013 e il 2014 nelle casse della società sono entrati 553 milioni di dollari, versati da investitori tradizionali (incluso Alibaba, il gigante cinese dell'e-commerce appena approdato a Wall Street) e da fondi del venture capital, disposti a rischiare nelle start up fiutando una buona idea.
UBER DA SOLA VALE 18 MILIARDI. Successo record? Macché. Da gennaio a settembre il concorrente Uber ha raccolto più del doppio: 1 miliardo e 200 milioni. E a giugno 2014 è stata valutata 18 miliardi di dollari, otto in più di Airbnb, la piattaforma grazie alla quale 1 milione di persone in tutto il mondo ogni mese affittano casa propria a sconosciuti.
Il successo di questi big della sharing economy californiana è talmente dirompente che qui all'ombra del Golden Gate Bridge tutti lavorano per replicare. Che si tratti di trasporti, appartamenti in affitto, social network tra vicini di casa, lavoretti su commissione o case private che si trasformano in ristoranti, rivoluzionare il mercato è la recente vocazione della più rivoluzionaria delle città Usa. Va da sé, combinandola con l'individual empowerment, la realizzazione personale, economica o anche solo socio-intellettuale, tipica della tradizione locale.
300 MILIONI AL MESE PER 37 START UP. L'importante è l'intuizione: i soldi per realizzare i progetti poi arriveranno. Copiosi. Ogni mese del 2014, le principali 37 start up nel mondo della sharing economy della Bay Area hanno incassato complessivamente circa 300 milioni di dollari. E i cartelli «Now hiring», stiamo assumendo, si sono moltiplicati fuori dai palazzi al confine tra i quartieri di Mission e Soma, dove l'idealismo artistico e riformista di San Francisco si sprigiona al tintinnare delle monete.
Gli incubatori e gli acceleratori di imprese fondate su idee per «accendere comunità vibranti» e «rivoluzionare la città», come recitano i poster affissi tra le polaroid, i palloncini rimasti dall'ultima festa e le biciclette appese al muro per la ruota anteriore, sono qui a testimoniarlo.
COME LAVORARE TRA CHIACCHIERE E IPAD. Per i criteri degli uffici italiani, negli open space disseminati ovunque in Downtown non c'è nessuno che realmente lavora.
Qualcuno si dondola su un'altalena con un iPad in mano. Qualcuno chiacchiera, per lo più davanti a scodelle di cereali e di zuppe orientali rigorosamente vegane.
Molti passeggiano tra un divano e un tavolone di legno, trasportando computer Macintosh sui palmi delle mani come fossero vassoi di dolcetti. I più attivi disegnano linee, punti, onde, grafici su cartelloni alti due metri, appesi sotto alla massima gandhiana, buona per ogni rivoluzione: «Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo».

Tumml, due 30enni decidono chi sarà finanziato

Julie Lein e Clara Brenner, presidente e ceo di Tummle.

Nelle stanze di Tumml, l'acceleratore per aziende innovative il cui ultimo successo è Yerdle, un mercato digitale di scambio dell'usato in cui ogni 30 secondi viene caricato un oggetto, computer inclusi, sperare di scovare un responsabile basandosi su indizi quali cravatte, tacchi alti o tailleur è pura follia: vezzi borghesi d'altri mondi.
Le due fondatrici, nonché rispettivamente chief executive officer e presidente, Clara Brenner e Julie Lein, hanno 29 e 30 anni e un curriculum fatto di molta attitudine, un master in una business school e un paio di lavori.
STAGISTE? NO, DONNE D’AFFARI. In Italia la loro esperienza varrebbe al massimo per un altro stage non pagato. Qui, invece, sono sempre in riunione con i partner della Silicon Valley Bank, della Boston Bank e dell’American Express (giusto per menzionarne alcuni) dove accettano o rifiutano le richieste di centinaia di start up ogni anno.
Qualcuna, con l'aiuto finanziario dell'acceleratore e la consulenza nelle attività di raccolta fondi, potrebbe diventare la nuova Airbnb. E pagare ricchissimi dividendi a chi ci ha creduto da subito.
UNA APP È LA CHIAVE DEL SUCCESSO. «Chi pensa che la sharing economy sia una roba da hippy comunisti, da gente che si è stufata del denaro, non ha capito di cosa si sta parlando», dice a Lettera43.it Lyrod Levy, francese, 27enne co-fondatore di Weeleo, una piattaforma per lo scambio di denaro peer-to-peer (da persona a persona) che spera, abbattendo le commissioni, di intercettare parte di un mercato che vale 10 miliardi di dollari nel mondo.
«Però per riuscirci bisogna crescere nell'ambiente giusto e avere il denaro per sviluppare i servizi e renderli appetibili a tutti con una app immediata: cioè bisogna essere proprio qui a San Francisco», racconta tra una sigaretta e l'altra, l'unico indicatore chiarissimo della sua non completa appartenenza alla città più consapevole d'America, rigorosamente vegana, organica, biologica e naturalmente smoke free.

Uber, quattro mosse per raggiungere il successo planetario

David Plouffe, ex consigliere di Barack Obama.

La strategia per sfondare l'ha tracciata per tutti Uber, la più famosa piattaforma per affittare un’auto con aiutista. Prima crescere a casa propria, infilandosi nelle crepe di un sistema e rivoltandolo, grazie al contributo (e alle necessità) dei cittadini.
Poi, accumulare abbastanza denaro per sbarcare all'estero. Quindi far parlare di sé, anche con le contestazioni dei tassisti e la paralisi delle città (pare che le richieste in quei giorni mediamente crescano del 200% o più). Infine sfidare la legge, forti del consenso popolare.
UN SUPER LOBBISTA PER SFONDARE. «Too big to ban», troppo grandi per essere messi al bando, dicono nell'ambiente rifacendosi al «Too big to fail» (troppo grande per fallire), con cui sono state salvate istituzioni finanziarie e Paesi interi durante la Grande Recessione seguita al 2008.
La strategia è destinata a trovare nuova linfa con l'incarico di campaign manager (meno pomposamente: lobbista supremo) conferito da Uber a David Plouffe, l'artefice della campagna elettorale di Barack Obama, un uomo che a Washington muove qualsiasi filo.
E da lì, probabilmente, Uber può sperare di arrivare al resto del mondo: inclusa l'Italia perennemente paralizzata dai tassisti sulle barricate e impegnata come massima sfida nella digitalizzazione dei certificati anagrafici.
DA COMPAGNIA SOCIALE A MULTINAZIONALE. C'è da prepararsi a ringraziare insomma? Non per tutti. «Parliamoci chiaro: Uber non è più un'azienda che promuove un modello di sviluppo diverso, è una multinazionale che fa i propri interessi», sbotta Neal Gorenflo, anima critica della sharing economy e fondatore di Shareable, una comunità di «ambasciatori della condivisione» che diffonde e promuove buone pratiche. «Airbnb e Uber sono come Google ormai: usano le stesse argomentazioni per giustificare l'inevitabilità della loro affermazione commerciale. Qualcosa del tipo: se ci ostacolate impedite il cambiamento».

I nuovi giganti sono ricchi di capitali, ma ormai poveri di ideali

Lo skyline di San Francisco.

La storia di Neal è quella di un lobbista redento.
Anche se la prima vita dell'uomo è abbastanza difficile da immaginare quando lo si incontra con la t-shirt e lo zainetto appollaiato su uno sgabello all'Impact Hub, lo spazio di co-working in cui ogni lavoratore freelance di San Francisco può trovare una rete wifi, un tavolo e una tazza di caffè.
L’IDEA DI PARTENZA È UN RICORDO. Non è però soltanto la passione del folgorato sulla via di Damasco a parlare per lui.
Le dinamiche a cui rispondono i nuovi giganti ad altissimo capitale, capaci di dettare le leggi - del mercato e non solo - sono oggi quantomeno tangenziali rispetto all’originario desiderio di favorire gli scambi diretti tra persone, in reti distribuite e decentrate, senza gli intermediari tradizionali, a cui si ispira il concetto di sharing economy.
IL MODELLO 2.0 È GIÀ ALLE PORTE. Così, mentre il resto del mondo - Italia compresa - deve ancora fare i conti con la prima ondata di cambiamento, San Francisco ha ripreso a rimuginare seguendo i pensieri di un nugolo di pionieri interessati a pagarsi la vita, ma anche a mantenere il contatto con la comunità locale e con la sua governance: la sharing economy 2.0 è già dietro l'angolo.
«Modelli cooperativi, organizzazioni decentralizzate e investimenti in bitcoin», enuncia Gorenflo. «I primi esperimenti sono in via di elaborazione: servizi analoghi a quelli della sharing economy imbottita di dollari, dallo scambio di competenze al crowdfunding, ma senza il rischio di essere mangiati dal capitale».
Una specie di purificazione della rivoluzione. Se sia troppo anche per San Francisco basterà aspettare un paio di anni per vederlo.

Leggi anche: Twitter, Lettera43 nella sede del social network

Articoli Correlati

Potresti esserti perso