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FINANZA 23 Settembre Set 2014 0600 23 settembre 2014

Alibaba, investitori in balia di Pechino

Ipo record a Wall Street. Ma ora i 25 mld raccolti potrebbero finire in tasca al Pcc.

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È riuscita a rastrellare 25 miliardi di dollari in poche ore divorando record impressionanti per la Borsa di New York e superando quotazioni di giganti come Coca Cola o Pfizer.
Con la sua Ipo il colosso cinese dell'e-commerce Alibaba ha ora un valore di mercato di oltre 200 miliardi di dollari che supera quello di Facebook e Amazon assieme.
TUTTO ESAURITO SULLE AZIONI. In occasione del road show prima del suo debutto a Wall Street le prenotazioni per le azioni dell’azienda fondata da Jack Ma hanno fatto subito il tutto esaurito e il prezzo è schizzato a 68 dollari (il prezzo base stabilito era di 60). Insomma, una successo senza precedenti per un’azienda del settore, ma anche per l’economia cinese nella piazza finanziaria Usa.
Peccato però che i 25 miliardi di dollari che Wall Street ha raccolto per il colosso dell’e-commerce asiatico potrebbero diventare di proprietà della Repubblica popolare cinese.
LA SCOMMESSA CON GLI INVESTITORI. Il destino è tutto nelle mani del Pcc: la vera scommessa che Jack Ma ha fatto con gli investitori è sperare che il Partito comunista cinese non espropri la società e anche i suoi azionisti.
Alibaba, infatti, è una società che opera sotto la legge cinese, che non riconosce i diritti di proprietà dei suoi nuovi azionisti.
Il motivo? La Cina vieta agli stranieri di possedere una partecipazione di maggioranza in quelle società che Pechino definisce «industrie strategiche ed emergenti».
INTERNET SOTTO STRETTA SORVEGLIANZA. Fra queste, ovviamente, c’è Internet capace di far viaggiare idee e informazioni e per questa ragione tenuta sotto stretta vigilanza da parte del regime.

Le società offshore per arginare i rigidi dettami del Pcc

Il numero uno di Alibaba, Jack Ma.

Per aggirare la normativa - e presentarsi appetibili anche agli occhi dei mercati occidentali - le aziende cinesi che operano in Rete (come la stessa Alibaba) conferiscono agli azionisti un controllo indiretto della società attraverso una stratagemma finanziario che passa sotto al nome di Vie, Variable interest entity o Entità a interesse variabile.
Alibaba ha infatti una struttura societaria basata sulla partnership: chi acquista le sue azioni non compra in realtà una piccola quota della società, ma le azioni di un'entità appunto - la Alibaba group holding - registrata alle Isole Cayman che per contratto riceve profitti da Alibaba e dai suoi asset, ma che non li controlla.
CINQUE SOCIETÀ OPERATIVE. La struttura dei Vie di Alibaba comprende cinque società operative locali, ognuna delle quali è detenuta all’80% dallo stesso Jack Ma e per il 20% dal co-fondatore Simon Xie, tranne che nel caso di Zhejiang Taobao Network Co che è invece per il 90% nelle mani di Ma.

* Lo schema del controllo societario di Alibaba riportato sui documenti presentati alla Sec prima dell'Ipo.

Una serie di artifici tecnici, prestiti, call option e accordi sulle azioni lega le aziende locali alle Wfoe (Wholly-foreign oqwned enterprise, società a capitale interamente straniero) e dà vita ai cosidetti «interessi variabili» che permetteno agli azionisti stranieri il controllo indiretto di Alibaba.
SCELTE IN LINEA CON L’AZIONARIATO. In realtà questi contratti sono anche pensati per offrire un equilibrio legale che garantisca che i soci della società locali facciano scelte in linea con le volontà degli azionisti internazionali. Anche se non sempre succede.
Anzi, a volte questi contratti sono stati deliberatamente violati come è successo, per esempio, nel 2010 quando sono stati liquidati i contratti della divisione Alipay di Alibaba, innescando una disputa con i principali azionisti, tra cui Yahoo.

Un escamotage per raccogliere capitali all'estero

I vertici di Alibaba durante il lancio dell'Ipo sul colosso cinese dell'e-commerce al New York stock exchange.

Il meccanismo dei Vie è stato creato 14 anni fa, nel 2000, con l'intento di aiutare le società tecnologiche e finanziarie cinesi a gestire le restrizioni imposte dal Pcc sulle licenze domestiche e permettere loro di raccogliere investitori all'estero.
Delle oltre 200 società del Dragone quotate a Wall Street più di 95 si avvalgono del meccanismo dei Vie, comprese realtà come Baidu e Jd.com.
IL MONITO DEL CONGRESSO DEL PCC. Come ha spiegato un articolo pubblicato sul Wall Street Journal la commissione sui rapporti economici Usa-China istituita dal Congresso del Pcc già a giugno aveva messo in guardia su questo tipo di accordi: «Questo intricato stratagemma è un modo per far sembrare l’azienda cinese, nella sostanza, agli occhi dei regolatori cinesi e molto internazionale, invece, agli occhi degli investitori stranieri».
Inoltre la commissione ha aggiunto che si tratta di una struttura altamente rischiosa e potenzialmente illegale in Cina.
NEL DOCUMENTO GLI AVVERTIMENTI DI ALIBABA. Non è un caso infatti che nel suo documento presentato in occasione dell’Ipo alla Sec - la Consob americana (leggi la documentazione originale) - Alibaba abbia infatti riconosciuto che se il governo cinese dovesse «ritenere che gli accordi contrattuali in relazione ai nostri enti di interesse variabile non sono conformi alle restrizioni governative del Pcc, la società potrebbe essere costretta a rinunciare agli interessi ottenuti da queste operazione e anche perdere la sua licenza operativa sui Vie».
Questo succederebbe, spiega il documento della Sec, nel caso in cui venisse scoperta la violazione di una qualsiasi legge - attuale ma anche futura - emanata dal Partito.
Insomma, il Pcc potrebbe spazzare via questi 25 miliardi dollari raccolti dagli investitori con un semplice decreto.
IL SISTEMA DEI VIE PER USCIRE DALLA CINA. In realtà i dirigenti di Alibaba sono convinti che siano talmente tanti gli investimenti esteri in società cinesi legate al mondo di Internet attraverso i Vie che Pechino non oserebbe mettere in pericolo l’intero sistema.
500 MLD DI DOLLARI DI CAPITALIZZAZIONE. In effetti la quotazione a Wall Street del gigante dell’ecommerce ha portato a più di 500 miliardi di dollari il valore della capitalizzazione sul mercato estero delle aziende cinesi che operano su Internet. In questo senso potrebbe essere uno choc per l’intero mercato se Pechino dovesse censurare gli investitori esteri.
Al di là delle supposizioni non sono pochi gli analisi convinti che in realtà non ci siano precedenti finora in grado di far prevedere il comportamento di un regime autoritario quando in gioco c’è un capitale gigatesco come in questo caso. Di sicuro c’è che il governo cinese non ha mai esplicitamente approvato le strutture dei Vie, ma al tempo stesso non le ha mai ufficialmente condannate. Anche perché gli interessi finanziari in gioco sono altissimi.
IL CASO DEL COLOSSO SOCIAL BAIDU. Per esempio Baidu, il Facebook cinese, ha da solo una capitalizzazione di mercato di quasi 50 miliardi di dollari che si basa quasi interamente sul meccanismo dei Vie.
Di recente, invece, è stata la stessa Sec che ha deciso di osservare con più attenzione il sistema delle Entità di interesse variabile.
IL MONITORAGGIO SU NEW ORIENTAL. Nel luglio del 2012, per esempio, New oriental education - provider cinese di servizi legati al mondo dell’istruzione e quotatosi a Wall Street nel 2006 - ha reso noto di essere oggetto di un’ispezione da parte dell’ente di vigilianza del mercato statunitense proprio a causa della sua organizzazione azionaria gestita attraverso i Vie.
Notizia che aveva fatto precipitare il valore delle azioni della società cinese di più del 30%.
Per poco, però.
Poi il mercato ha continuano per la sua strada.
Ora non resta che vedere se anche la quotazione d’oro di Alibaba può dormire sonni tranquilli. E con essa anche i suo investitori.

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