Economia 24 Settembre Set 2014 1300 24 settembre 2014

Lavoro, perché modificare l'art.18 è un flop

Mancano i fondi per la flex security e per l'outplacement. E la flessibilità rischia di diventare rigidità.

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Modificare l’articolo 18 potrebbe costare caro al governo. Matteo Renzi non perde occasione per ricordare ai sindacati e alla sinistra del Pd che il Jobs act non va valutato soltanto nell’ottica dell’allentamento delle norme sui licenziamenti. L’obiettivo del governo è quello di allargare le tutele (sotto forma dell’assicurazione Aspi e di corsi di formazione anche ai precari), superando il modello della Cigs in deroga. Ma al di là dei migliori propositi, i tentativi di importare il modello scandinavo nel Belpaese scontano non pochi ostacoli. Eccoli. 1. ARTICOLO 18 UN PROBLEMA SUPERATO Le aziende che in Italia si lamentano di più dell’esistenza dell’articolo 18 sono le multinazionali che investono nel nostro territorio. Più del reintegro previsto nei licenziamenti senza giusta causa, fanno fatica a comprendere la discrezionalità del magistrato del lavoro in queste cause. Per questo Matteo Renzi preme per far rafforzare nei licenziamenti economici l’utilizzo del risarcimento a scapito del reintegro stesso. Ma a ben guardare è cambiata la situazione nel nostro Paese, visto che l’articolo 18 non è più quel moloch insormontabile, che spingeva le piccole aziende a non crescere sopra i quindici dipendenti, pur di non sottostare a questa tutela. Nonostante la norma “protegga” 6,5 milioni di lavoratori, oggi le imprese fanno ricorso soprattutto a contratti a tempo determinato per assumere. Sia dopo la stretta voluta dall’ex ministro Elsa Fornero sia dopo la liberalizzazione voluta dall’attuale titolare del dicastero di via Molise, Giuliano Poletti. In molti poi fanno notare che dopo l’estensione della Cig in deroga anche alle Pmi, non convenga licenziare (bisogna comunque riconoscere al dipendente indennità sostitutiva, tfr e ferie non godute), quanto tenere i lavoratori per aumentare poi gli incentivi statali sotto forma di decontribuzione. 2. LA FLESSIBILITÁ RISCHIA DI TRADURSI IN RIGIDITÁ Giuliano Cazzola, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera del governo Monti, vede un parallelo tra la cronaca di questi giorni e la difficile genesi della legge Fornero: «Anche col Jobs act chi crede di dare un colpo all’articolo 18, finirà soltanto per ritrovarsi con un livello di flessibilità minore». Anche per la gioia della Cgil, l’economista torinese rese di fatto impossibile reiterare per più di tre volte ai datori di lavoro la firma di un contratto a tempo determinato. Tre anni dopo Matteo Renzi mette sul piatto, in cambio della cancellazione del reintegro tout court, l’allargamento degli ammortizzatori sociali, l’eliminazione di tutte le forme di precarietà (dalle figure più complesse della Biagi fino al decreto Poletti che ha liberalizzato i tempi determinati), l’estensione dei minimi salariali anche ai lavoratori precari, una stretta sui controlli con la creazione di un’agenzia unica. E la cosa spaventa Confindustria. Renzi, come detto, vuole limitare l’applicazione del reintegro. Ma non per questo il suo impianto è meno rigido. Il progetto del governo è semplice quanto di difficile realizzazione: alla fine del percorso di riforma e della sua annessa implementazione, tutti i rapporti di lavoro saranno gestiti con il contratto a tutele crescenti per le future assunzioni. Dei giovani come dei ultraquarantenni. Di fatto verranno messe fuori legge tutte le altre forme di contrattazione più flessibili (le figure della Biagi o i tempi determinati post riforma Poletti). Le collaborazioni resteranno soltanto per i lavori stagionali. Per convincere le aziende ad accettare questo schema il governo promette non soltanto la piena possibilità di licenziare nei primi tre anni (i risarcimenti saranno molto bassi in questo lasso di tempo), ma anche incentivi per chi si prenderà in carico neolaureati o disoccupati di lunga durata. Ma è difficile che a Confindustria tutto questo basti, in una fase economica in cui la produttività è legata alla domanda del mercato e soltanto la flessibilità può aiutare a regolare al meglio i picchi stagionali dell’attività. 3. MANCANO ALMENO 15 MLD PER LA FLEX SECURITY DI RENZI La flex security in un Paese poco popoloso come la Danimarca costa qualcosa come 14 miliardi di euro all’anno. In una nazione con 60 milioni di persone come l’Italia estendere l’Aspi anche ai precari, come vorrebbe fare il Jobs Act, necessita di almeno di 20 miliardi di euro. Almeno questo dicono le stime più prudenti. Al momento Palazzo Chigi può contare  soltanto sui fondi per la cassa integrazione straordinaria (tra i 3 e i 4 miliardi), da riversare su questo capitolo. Mentre al Tesoro hanno già chiarito al premier che attraverso i tagli della spending review si potrebbe recuperare non più di un miliardo e mezzo. Ma i costi impliciti del piano del lavoro non finiscono qui. Il premier ha messo sul piatto anche incentivi per le aziende che non licenziano i neo assunti per un periodo di tre anni e più in generale tagli al cuneo fiscale sulla parte del costo del lavoro. Anche su questo versante è lecito dubitare, visto che quest’esecutivo è lo stesso che nell’ultima Legge di Stabilità ha dimezzato la riduzione all’Irap promessa (dal 10 al 5%) e di fatto cancellato gli sgravi per la contrattazione di secondo livello. 4. PER LA FLESSIBILITÁ IN USCITA CI VUOLE L'OUTPLACEMENT MA NON CI SONO FONDI  Per quanto riguarda la flessibilità i uscita, Matteo Renzi non perde occasione per citare il modello tedesco. Ma quest'ultimo – e il pacchetto Hartz IV sul quale regge – dà spazio e risorse alle politiche di outplacement, che da noi sono a dir poco deficitarie. Oltrereno funziona molto bene l’agenzia federale del Lavoro (Bundesagentur für Arbeit), che ha un budget di 90 miliardi di euro e dove ogni tutor deve occuparsi soltanto di 100 disoccupati da formare o riconvertire. In Italia queste strutture sono bloccate perché le competenze in materia sono parcellizzate tra Regioni e Stati centrali, i fondi totali ammontano al 4% di quelli destinati al Welfare, mentre ogni formatore ha da gestire, quando va bene, circa 500 lavoratori. Questo aspetto è centrale nel dibattito per un Paese che l’anno prossimo potrebbe vedere circa 500 mila persone tra  i 40 e 50 anni (oggi in cassa integrazione) non avere confermato l’ammortizzatore sociale e uscire definitivamente dalla produzione per diventare esodati. A meno che il governo non creda di risolvere il problema riducendo l’età di ritiro (dai 67 anni previsti a regime dalla Fornero ai 62 con penalizzazioni) per fare  dei pensionamenti de facto a carico dello Stato. Infatti un provvedimento simile, al quale sta lavorando il ministro Giuliano Poletti, costerebbe alle casse pubbliche qualcosa come 4 miliardi l’anno.

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