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INTERVISTA 25 Settembre Set 2014 0600 25 settembre 2014

De Poli di General Electric: «Italia competitiva»

De Poli di Ge spiega perché investire in Italia conviene. Nonostante l'art. 18.

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General Electric (Ge) è una delle più grandi multinazionali del mondo, terza per capitalizzazione di Borsa, dopo Apple ed Exxon Mobil (fonte: Mediobanca).
In Italia ha due controllate, la Oil&Gas di Firenze (ex Nuovo Pignone) e la Avio di Torino (acquistata poco più di un anno fa per 4,3 miliardi di dollari): in totale 11.600 dipendenti, 23 sedi, ricavi per 2 miliardi di euro nel 2013.
DALL'OLANDA ALL'ITALIA. Nei prossimi mesi, e questa è la notizia, il colosso statunitense trasferirà in Italia, per la precisione a Brindisi, una parte delle lavorazioni dei motori aeroderivati che finora sono state realizzate in Olanda. Le possibili ricadute occupazionali dell'operazione non sono ancora state quantificate, ma certo la scelta di Ge è in decisa controtendenza rispetto alla ritrosia delle aziende straniere a investire nel nostro Paese.
«SIAMO COMPETITIVI». «Ci siamo resi conto, dopo un anno di attività in Avio, che per costi, competenza e capacità di accogliere altri carichi di lavoro, l'Italia è la destinazione migliore. Facciamo realizzare le cose a chi le sa fare meglio e al costo più competitivo», dice a Lettera43.it Sandro De Poli, amministratore delegato di Ge Italia e Israele, che sfata un po' di falsi miti sulla incapacità del sistema Italia di attirare capitali esteri.
A cominciare dall'alto costo del lavoro.
«I NOSTRI INGEGNERI COSTANO MENO DEI CINESI». «Conviene investire qui», spiega, perché nel rapporto costo-qualità, la «nostra manodopera ad alto contenuto tecnologico è più competitiva» di quella «tedesca o francese», e anche rispetto a quella del più temibile dei concorrenti: la Cina dei senza diritti e dei bassi salari. «Da qualche settimana a questa parte abbiamo visto che il costo orario di un ingegnere cinese è di un dollaro superiore al costo orario di un ingegnere italiano».

Sandro De Poli.


DOMANDA. Il dibattitto economico-politico è concentrato in questi giorni sull'articolo 18. Per una grande azienda straniera, è un ostacolo agli investimenti?
RISPOSTA. Noi non lo viviamo come un ostacolo, forse perché siamo da tempo presenti in Italia. Chi invece vorrebbe avviare ora nuovi investimenti lo vive come un problema e un limite. Il rischio che disincentivi l'ingresso di nuovi capitali in Italia c'è.
D. Ha avuto modo di parlarne con manager di altre multinazionali?
R. Non più tardi di un giorno fa parlavo con l'amministratore delegato di una società che non è rappresentata in modo significativo oggi in Italia e mi diceva che dalla casa madre non considerano la possibilità di investimenti anche per una certa rigidità del mercato del lavoro.
D. Quindi l'articolo 18 per loro è un problema...
R. Può esserlo. Un buon compromesso, a mio avviso, è il modello tedesco che garantisce tutele al lavoratore ma agevola l'inserimento di nuove forze. Del resto, non è una difesa a oltranza del posto di lavoro che fa la differenza.
D. In che senso?
R. Se c'è una motivazione economica reale dietro le ristrutturazioni massicce, non c'è articolo 18 che tenga. Le ristrutturazioni si fanno anche in Italia e si vedono ahimè con una certa frequenza. Il problema semmai è creare un ecosistema dell'industria che favorisca lo sviluppo dell'industria stessa e la renda competitiva sui mercati.
D. Competendo sul costo del lavoro con i cinesi o gli africani?
R. Non dico che bisogna competere a livelli di costo con il Vietnam perché noi facciamo cose diverse, nelle quali la competenza industriale ingegneristica è molto forte. E su questo siamo molto competitivi.
D. Anche perché, come dice lei, gli ingegneri italiani costano già meno di quelli cinesi.
R. La classe media cinese sta risalendo la scala sociale verso livelli di benessere superiori a velocità impressionanti e questo ha un impatto sul costo della manodopera.
D. Non una bella notizia comunque per gli italiani.
R. Forse non tanto buona per un ingegnere italiano, ma una buona notizia in un quadro globale di competitività dell'industria perché ci permette di rimanere competitivi anche contro la Cina, se vogliamo.
D. Curioso, considerato che tutti gli analisti concordano su un dato: il costo del lavoro italiano è tra i più alti d'Europa.
R. Non sono sicuro che il costo del lavoro in Italia sia altissimo. Il cuneo fiscale è significativo, la tassazione sulle imprese è elevata, certo, ma non è tre volte quella di altri Paesi e i salari sono competitivi. Sulle lavorazioni ad alto contenuto tecnologico, l'Italia costa meno anche rispetto alla Germania e alla Francia. Se guardiamo invece alle lavorazioni a basso contenuto di specializzazione, il discorso cambia.
D. Perché?
R. Su quel livello paghiamo un pedaggio perché abbiamo dei costi di manodopera superiori agli altri Paesi.
D. Si dice spesso che l'Italia abbia ormai perso la sua vocazione industriale, che non sappia più cosa produrre e come. È davvero così?
R. Dobbiamo focalizzarci su quello che sappiamo fare meglio e lasciar perdere le produzioni su cui abbiamo perso il treno 20 anni fa. Dove siamo competitivi dobbiamo fare uno sforzo perché ci sono spazi per guadagnare volumi di lavoro.
D. General Electric opera in molti settori diversi. Dal vostro punto di vista, quali sono quelli in cui vale la pena investire in Italia?
R. Noi abbiamo due grosse realtà che impiegano quasi 10 mila persone: la Oil&Gas di Firenze e adesso la Avio. In queste due industrie riusciamo a esprimere una eccellenza tale da essere considerati tra i migliori al mondo, al pari degli americani. Solo che, rispetto a loro, costiamo meno.
D. Per questo avete deciso di trasferire in Italia alcune lavorazioni dall'Olanda?
R. Sì, perché c'è competenza e convenienza economica a farlo.
D. Lei descrive i nostri ingegneri come eccellenze in grado di competere a livello globale. Eppure nelle classifiche mondiali sulla qualità della formazione l'Italia non occupa mai posizioni lusinghiere.
R. Non abbiamo alcun dubbio sul valore del nostro sistema di formazione universitario, la cui qualità è molto, molto buona. Abbiamo talenti, risorse, capacità. Bisogna però fare in modo che l'industria abbia delle motivazioni forti per investire.
D. Da cosa comincerebbe?
R. Dalla lentezza della giustizia civile. Quando hai un sistema che per arrivare alla soluzione di un caso richiede dalle tre alle cinque volte il tempo medio che si impiega in altri Paesi simili a noi, è sicuramente un problema.
D. L'altro problema è la tassazione troppo elevata.
R. A dicembre dell'anno scorso è stata approvata la delega fiscale. A oggi mancano ancora i decreti attuativi. Non dovrebbe costare molto farli, spero che il governo si muova nei tempi dovuti. Quando verranno implementati, bè, questo renderà il Paese più moderno. Poi c'è la burocrazia.
D. La grande nemica dell'impresa.
R. Lo Stato deve semplificare il più possibile. I processi autorizzativi sono lunghi, farraginosi e fanno passare la voglia di investire. Paesi a noi vicini non solo hanno una legislazione più leggera ma anche degli uffici di coordinamento per velocizzare le procedure.
D. Un punto di debolezza del nostro sistema produttivo è la dimensione troppo piccola delle aziende. Come si colma questo divario?
R. Pensare che in tempi brevi un sistema costituito in larga parte da piccole e medie imprese di colpo si trasformi in un tessuto caratterizzato da poche, grandi aziende, è impossibile. Bisogna fare in modo che aziende come la nostra, ma che non sono ancora presenti sul territorio, trovino una motivazione valida per investire. E poi bisogna trasferire know how alle piccole e medie imprese.
D. Come?
R. Siamo bravissimi, per esempio, nella meccanica di precisione, siamo un'eccellenza mondiale e si tratta di un know how che non acquisisci in tempi brevi: per dirla semplice, non vedo la Cina nostro competitor in questo dominio per i prossimi 20- 30 anni. Ma c'è un rischio.
D. Quale?
R. La manifattura additiva (detta anche stampa in 3D, identifica un processo che da un programma digitale arriva alla produzione di un oggetto solido, ndr) porta nel settore della meccanica di precisione un elemento di discontinuità, perché cambia il modo in cui si fanno le cose. È necessario che le imprese acquisiscano questo nuovo know how. Ed è il motivo per cui noi di Ge da tempo stiamo portando industriali italiani a conoscere questa tecnologia, in modo che possano decidere da che parte stare quando diventerà di più largo utilizzo.
D. Strategie di difesa per non perdere un vantaggio competitivo.
R. Se non fai nulla per aggiornarti qualcuno ti sorpassa perché diventa più bravo di te. Ne stiamo parlando anche con il governo, perché ci sono delle competenze in questo Paese che vanno non solo difese ma coltivate, sviluppate.
D. Non con ulteriori incentivi, si spera.
R. Ci sono già rispettabili quantità di denaro da finanziamenti europei che alcune regioni come la Puglia hanno usato e altre no. Soldi a supporto delle grandi aziende ma soprattutto delle piccole, per lo sviluppo di progetti industriali. Bisogna però evitare che questi fondi vadano solo a imbellettare il conto economico dell'azienda che li riceve. Devono essere spesi su reali iniziative di sviluppo.
D. Che giudizio dà all'operato del governo?
R. Penso stia andando nella direzione giusta, ha individuato una serie di problemi, dalla riforma della giustizia civile a quella del lavoro, che sono centrali. Ora gli enunciati devono diventare sostanza. Ma ho fiducia: mi sembra che il senso di urgenza il governo ce l'abbia. Davanti non ha un tempo infinito, deve farlo nei prossimi mesi.

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