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APPROFONDIMENTO 25 Settembre Set 2014 1100 25 settembre 2014

Lavoro, dalla Fornero al Jobs act: i numeri

L'impatto del decreto Poletti. I risultati della legge 92/2012. E i parametri Ocse.

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Un operaio in fabbrica.

La riforma del lavoro targata Renzi e la polemica sulla cancellazione dell'articolo 18 stanno infiammando il dibattito politico. Tuttavia, la discussione appare viziata da un'assenza fondamentale: quella dei numeri. E da una serie di luoghi comuni. Come la mancata flessibilità del sistema italiano, smentita dai parametri Ocse. In altre parole, licenziare in Italia non è molto più difficile che licenziare in Germania. Il che fa apparire la polemica sullo Statuto dei lavoratori una questione di principio.
I DATI MANCANTI. A due anni dall'entrata in vigore della riforma Fornero (legge 92/2012), intervenuta sulla stessa materia, sembrano non esistere statistiche ufficiali aggiornate in grado di dare conto dei risultati ottenuti. Il monitoraggio più recente risale al governo Letta ed è datato giugno 2013. Mentre una valutazione della riforma, seppur basata su dati parziali, è stata realizzata dal Mef e dall'Universtà di Roma Tre.
EFFETTI E ASPETTATIVE. Grazie a questi studi e ad altre, più recenti ricerche, è possibile tentare di capire quali siano stati finora gli effetti del decreto Poletti. Quanto sia realmente estesa la platea interessata dall'articolo 18 e quanti siano stati i tentativi di licenziamento dopo la legge Fornero. Ma anche quali siano le reali aspettative delle imprese.

1. Decreto Poletti: il 60% delle aziende non ha cambiato i contratti di assunzione



Secondo i dati dell’ultima rilevazione dell’Osservatorio permanente sul mercato del lavoro, condotta tra il 10 e il 15 settembre 2014 su oltre 500 aziende e promossa da Gi Group e OD&M Consulting, il decreto Poletti non sembra aver prodotto modifiche sostanziali sulle assunzioni da parte delle imprese. Oltre il 60% del campione ha infatti dichiarato che non sono cambiati i contratti utilizzati, né cambieranno per il 2015.
TEMPO INDETERMINATO: -23%. È diminuito del 23% l'utilizzo del contratto a tempo indeterminato. Mentre i determinati sono aumentati del 19,6%. Segno più anche per i tirocini formativi (+17,1%) e per i contratti di apprendistato (+12,6%).
Se si analizzano le previsioni di utilizzo futuro, le misure d'ingresso preferite sono i tirocini formativi (previsti in crescita del 17,7% entro il 2014 e del 23,5% nel 2015), i contratti a tempo determinato (+17,1% entro il 2014 e +21,9% nel 2015), gli incentivi alle assunzioni di giovani tra 18 e 29 anni (cosiddetto pacchetto Giovannini, in aumento del 13,0% da qui a fine 2014 e del 18,3% nel 2015) e i contratti di apprendistato (+12,4% entro il 2014, +22,9% nel 2015).
IN AUMENTO I LICENZIAMENTI. Per quanto riguarda invece le misure d'uscita, il 12% delle aziende intervistate ha ammesso che entro il 2014 licenzierà per motivi economici-organizzativi. Una percentuale destinata a salire al 14% per il 2015.
Tra le tipologie contrattuali che le aziende hanno previsto di tagliare a prevalere è sempre il contratto a tempo indeterminato, indicato in diminuzione dal 20% delle aziende entro il 2014.

2. Jobs act: il 42,5% delle aziende punta all'abolizione del reintegro



Dal feedback sul decreto Poletti alle aspettative per il Jobs act. Per il 42,5% delle aziende, il nuovo contratto a tutele crescenti non dovrebbe prevedere l'applicazione dell'articolo 18 dopo i primi tre anni, come proposto invece dalla minoranza del Pd. Al lavoratore licenziato dovrebbe essere assicurata solo un’indennità monetaria e un supporto per la ricollocazione professionale.
Per il 32,6% del campione, invece, l'introduzione di un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti non è assolutamente necessaria. Mentre il restante 24,9% delle aziende preferirebbe un contratto a tutele crescenti con articolo 18 sospeso per i primi tre anni dall'assunzione.
STATUTO DA RISCRIVERE. La necessità di riscrivere lo Statuto dei lavoratori, in ogni caso, ha messo d'accordo quasi tutti i datori di lavoro coinvolti nella ricerca.
Il 71,8% vorrebbe rivederlo nel suo complesso, per «adeguarlo al mutato contesto storico-economico-sociale»; il 17,9% ritiene che vada modificato intervenendo solo in merito a mansioni, controllo a distanza e costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali; mentre per il 10,3% degli imprenditori lo Statuto va bene così.

3. Articolo 18: tutelati 6,5 milioni di lavoratori dipendenti



Secondo le stime fornite dalla Cgia di Mestre sulla base degli ultimi dati disponibili, cioè quelli del censimento dell’Industria e dei Servizi fatto dall’Istat nel 2011, su oltre 11 milioni e 300 mila operai e impiegati presenti nel nostro Paese (esclusi i lavoratori autonomi, quelli del settore pubblico, quelli attivi in agricoltura e i parasubordinati), quasi 6.507.000 sono dipendenti di aziende con più di 15 dipendenti, soglia oltre la quale si applica l’articolo 18.
IL 2,4% DELLE AZIENDE HA PIÙ DI 15 DIPENDENTI. L'articolo 18 riguarda quindi il 57,6% del totale dei dipendenti di industria e servizi, pur interessando solo il 2,4% delle imprese italiane. In termini assoluti infatti, su poco meno di 4.426.000 aziende, solo 105.500 circa superano i 15 addetti.
Ma quanti sono ogni anno i licenziamenti risolti in base all'articolo 18? Questa domanda non ha una risposta verificabile. A due anni di distanza dall'entrata in vigore della riforma Fornero, mancano infatti statistiche precise. Il premier Matteo Renzi ha recentemente dichiarato che sarebbero «circa 40 mila ogni anno, l’80% dei quali risolto con un accordo».
I numeri più recenti sull'argomento sono quelli elaborati dal Sistema di monitoraggio permanente delle politiche del lavoro, pubblicati a gennaio 2014 durante il governo Letta. Si tratta però di calcoli che coprono esclusivamente il periodo compreso tra luglio 2012 e giugno 2013, senza andare oltre.
LE PRATICHE DI CONCILIAZIONE. Nello studio sono riportati i dati relativi al numero delle pratiche di conciliazione in materia di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo arrivate presso le Direzioni territoriali del lavoro (Dtl). In altre parole, si tratta delle comunicazioni dell’intenzione di procedere a un licenziamento che i datori di lavoro, «rientranti nel campo di applicazione del nuovo articolo 18» riformato dalla legge Fornero, hanno inviato alle strutture periferiche del ministero.
Il documento precisa che «i dati sono disponibili solo a partire dal secondo semestre del 2012, in quanto nel periodo precedente non era previsto un obbligo normativo che imponesse un tentativo di conciliazione presso le Dtl».
Emergono due numeri utili. Il primo è che da gennaio a giugno 2013 «si contano 11.430 pratiche di licenziamento avviate, il 14,8% in più rispetto al secondo semestre dell’anno precedente. La Lombardia e il Veneto sono le regioni dove si registra la maggiore frequenza del fenomeno». Il secondo è che nell’arco dei 12 mesi successivi all’entrata in vigore della legge 92/2012, «i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo sono avvenuti per il 75% nelle imprese con meno di 15 addetti».

4. Licenziamenti: in Italia sono più facili del 40% rispetto al 1990


Ma in Italia è davvero così difficile licenziare? Secondo i dati Ocse (grafico sopra), il nostro Paese tra il 1990 e il 2013 ha reso molto più flessibile il suo mercato del lavoro. L'andamento dell'indice Epl (Employment Protection Legislation Index), che misura il grado di protezione dell’occupazione, dimostra che l'Italia ha portato tale indicatore da 3,82 nel 1990 a meno di 2,5 nel 2013.
In altre parole, rispetto a 24 anni fa, licenziare un lavoratore è diventato più facile del 40%.
La Germania, per fare un confronto, ha un Epl pari a 2. Secondo le statistiche Ocse, però, è riuscita a rendere più flessibile anche il mercato del lavoro a tempo determinato. L'indice tedesco del lavoro a termine (Ept) è a quota 1,16. Mentre l’Italia, dal 1990 a oggi, ha portato il suo Ept da 4,88 a 2. Insomma: il mercato del lavoro, a Berlino, è più flessibile di quello italiano. Ma di poco.
EFFETTO FORNERO. Inoltre, rispetto al 2009, quando l'indice Epl era pari a 2,7 per l’Italia, nel 2013 la modifica del licenziamento individuale introdotta dalla legge Fornero ha prodotto una diminuzione significativa dello score di 0,2 punti, come sottolineato dalla valutazione della riforma fatta dal Mef e dall'Università di Roma Tre.
SEMPRE PIÙ PRECARI. Qual è allora il problema? Il fatto è che, come certificato dall'Employment Outlook 2014 dell'Ocse, in Italia il 70% dei neoassunti entra nel mercato del lavoro con un contratto precario. E che soltanto il 20% riesce a ottenere, nei successivi tre anni, un contratto a tempo indeterminato.
«Le imprese», è scritto nel rapporto, «tendono ad assumere solo attraverso contratti a tempo determinato». Un trend ulteriormente favorito dalla recente liberalizzazione dei contratti a termine attuata col decreto Poletti.

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