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ECONOMIA 26 Settembre Set 2014 1200 26 settembre 2014

Competitività in Italia, l'analisi del Fmi

Il gap dell'Italia non è l'art. 18. Né il costo del lavoro. Ma il peso delle imprese.

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Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale.

Se ne discute nei salotti e ai tavolini dei bar da anni: l'Italia ha perso competitività. Gli industriali se la prendono con il costo del lavoro, qualcuno come l'ex ministro Renato Brunetta con l'articolo 18, eppure la questione è leggermente più complessa.
E, secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), lo scenario italiano è addirittura meno negativo di quanto potremmo pensare.
FOCUS SUL CASO ITALIA. A maggio 2014, il Fmi ha pubblicato un working paper dedicato al 'caso Italia' che analizza a fondo le cause del nostro gap competitivo. La ricerca del dipartimento Affari europei del Fondo puntualizza subito che la competitività è un concetto multisfaccettato. E utilizzare solo l'indice del costo del lavoro per valutare la capacità di stare sul mercato di un Paese tende a distorcere lo scenario. I fattori di costo, infatti, vanno messi in relazione anche al grado di innovazione, di specializzazione, di qualità del lavoro, alla tipologia di attività produttive e anche alla catena globale di valore da cui una merce deriva, ovvero all'insieme di scambi commerciali che sono inclusi in una produzione.
L'IMPORTANZA DELLA DIMENSIONE D'IMPRESA. Analizzando il nostro mix industriale e la composizione del nostro export, l'organizzazione di Washington ha concluso che i ritardi del sistema Italia non sono dovuti in maniera preponderante al costo del lavoro, ma che bisognerebbe lavorare sulla dimensione delle sue imprese, sulla capacità di attrarre investimenti esteri e sul mancato sviluppo di alcuni settori industriali.

Il confronto tra le quote di export di Germania, Italia, Francia e Spagna divisa per le diverse attività industriali (science based, fornitura specializzata, attività tradizionali, industrie di scala di risorsa o di tecnologia) rispetto alla media Ue. (Fonte: Fmi).

Nell'era della globalizzazione il costo del lavoro pesa sempre meno

Secondo il paper del Fmi, la rivoluzione dell'Information and communication technology di metà Anni 90 è stata una frattura paragonabile «all'invenzione della macchina a vapore o dell'elettricità». Da allora la competitività deve essere misurata su due assi differenti: quello della competitività propriamente tecnologica, che richiede sviluppo di nuovi prodotti e una sostanziale innovazione interna, e quello classico della competitività dei costi, fondata su efficienza e riduzione delle spese.
I PRODOTTI SONO LAVORATI ALL'ESTERO. Tuttavia, fanno notare gli esperti di Washington, nell'era della globalizzazione, non si può dare per scontato che ogni merce esportata da un Paese sia lavorata completamente all'interno della nazione. Buona parte dei prodotti esportati sono in realtà lavorati all'estero. Di conseguenza, osservano nella ricerca, «il costo del lavoro domestico rappresenta solo una fetta decrescente e minoritaria del totale» e non è più così rappresentativo della competitività di un Paese. Per questo, utilizzarlo come misura della produttività italiana «tende a esagerare il problema».
Per ottenere una fotografia più realistica, il Fmi considera anche gli indici dei prezzi per il produttore e il consumatore: in sostanza compara i prezzi reali dei prodotti. Considerando questi parametri, il declino della competitività italiana è molto meno marcato.
IL CONFRONTO ROMA-BERLINO. Nel nostro Paese, infatti, l'aumento del costo del lavoro domestico non è stato accompagnato da un aumento dei prezzi dei beni prodotti in Italia, perchè è stato compensato dalle importazioni a basso costo provenienti da Paesi a bassa inflazione.
In Germania, invece, è accaduto l'opposto, ovvero l'abbassamento del costo del lavoro non ha portato a una diminuzione dei prezzi, perché Berlino importa una porzione crescente di merci da Paesi ad alta inflazione.
LA MANIFATTURA TIENE. Detto in altre parole, l'Italia produce ad alto costo le produzioni a più alto valore aggiunto. E riesce quindi ancora a mantenere posizioni importanti sul piano internazionale. Tra 2000 e 2010, la manifattura italiana ad alto valore aggiunto ha persino recuperato una posizione nel ranking globale, mentre la Francia ne perdeva, la Germania rimaneva stabile, e la Cina superava gli Stati Uniti alla testa della classifica. E tra il 2007 e il 2011, l'export italiano ha sofferto, ma nonostante tutto ha registrato una performance simile a quella di Francia e Gran Bretagna che hanno un costo di unità di lavoro minore.

Quanto ha pesato la scelta delle destinazioni (in blu) e quanto il tipo di prodotto  (in azzurro) sull'export dei diversi Paesi tra 1995 e 2007 e tra 2007 e 2011. (Fonte: Fmi).

Il mix produttivo del nostro Paese è «troppo povero»

Una fabbrica tessile.

L'Italia si presenta sul mercato globale, però, con altri punti deboli. Secondo le analisi del Fmi, infatti, il nostro Paese ha quasi sempre indovinato i mercati di destinazione, scegliendo quelli emergenti e capaci di assorbire la sua produzione. Ma continua a offrire un mix di prodotti in «settori tendenzialmente a bassa crescita».
In prospettiva, dunque, non c'è da ricercare semplicemente una maggiore efficienza. Va cambiato il nostro menù internazionale.
«In un'economia globale che si sta evolvendo», fa notare il Fondo, «la competitività di un Paese riflette l'abilità delle sue firme di adattarsi con successo a un ambiente esterno in cambiamento: fare outsourcing delle produzioni a basso valore aggiunto e identificare nuove nicchie ad alto margine di profitto, cercare rapidamente nuove destinazioni, aggiornare la qualità e la composizione del proprio mix di export, crearsi una reputazione globale». L'Italia, in pratica, è riuscita nel primo obiettivo e poco nel secondo, ha centrato il terzo, ma ha mancato tutti i successivi.
LA DIVISIONE PER INNOVAZIONE. Negli ultimi 20 anni, il mix produttivo italiano è rimasto quasi lo stesso. Nella sua analisi, l'organizzazione di Washington, divide le attività industriali in cinque diverse categorie a seconda della tipologia di 'innovazione': le science based, cioè basate su applicazioni scientifiche, come il settore dell'aerospazio; le attività di fornitura ad alta specializzazione, come la meccanica di precisione, eccellenza italiana; le industrie di scala in cui l'innovazione viene dall'organizzazione della filiera delle risorse come succede nell'alimentare, nella chimica o nel settore petrolifero; le industrie di scala in cui l'innovazione sta nella filiera tecnologica, come succede nell'industria automobilistica; e infine le produzioni tradizionali come il tessile. .
IN 20 ANNI POCO È CAMBIATO. A metà degli Anni 90 l'export italiano era fatto per il 30% da manifattura tradizionale, un altro 30% era rappresentato dai fornitori altamente specializzati, il 25% dalle filiere basate sulle risorse, poco meno del 10% dalle filiere fondate sulla tecnologia e solo il 5% dalle attività science based. Nel 2011, poco è cambiato: sono calate le quote della manifattura tradizionale e delle filiere tecniche, è cresciuta la percentuale di attività di scala basate sulle risorse, mentre la fornitura specializzata e le attività science based hanno mantenuto la stessa fetta di esportazioni. Con questo mix, l'Italia si piazza ben sopra la media europea per vendita di forniture specializzate e prodotti di manifattura tradizionale, mentre è sotto la media in tutte le altre categorie. Il problema è che abbiamo mantenuto invariati sia il nostro punto di forza sia il nostro tallone di Achille. Mentre il mondo, tutto attorno, si muove.

È cambiato il contesto: le Pmi non possono più essere la forza trainante

Washington, sede del Fondo monetario internazionale.

Il Fondo monetario cita l'analisi dei flussi commerciali di 5 mila prodotti tra il 1995 e il 2001 e dimostra come le attività science based hanno avuto una buona tenuta e sono rimaste competitive anche negli anni della crisi. Al contrario le forniture altamente specializzate hanno subito fortemente l'impatto della recessione.
Di conseguenza, spiegano gli analisti, le piccole e medie imprese ad alta specializzazione che forniscono le grandi firme «non possono più essere la forza produttiva dell'Italia».
Il declino di questo settore, osservano, «è dovuto a distorsioni, rigidità e impedimenti amministrativi che hanno represso la crescita dell'economia italiana in generale e che ora stanno pesando anche in questo settore una volta dinamico», ma può anche «riflettere il cambiamento della natura globale della produzione».
BRAND PIÙ RICONOSCIBILE. Nel mercato globale di oggi, infatti, la dimensione di un'impresa conta più di prima. Un'azienda più grande ha più facilità a far riconoscere il proprio brand, asset sempre più cruciale, ha più facilità ad accedere al mercato sempre più competitivo dei capitali e a integrarsi nelle catene di fornitura a livello globale.
Roma, consigliano da Washington, dovrebbe far crescere le proprie aziende e investire in settori sottorappresentati e ad alto contenuto di innovazione come l'industria science based. Ma per questo c'è bisogno di riforme strutturali «che abbattano le barriere per la crescita delle imprese e per attirare investimenti dall'estero». Ma di dimensioni di azienda e revisione della nostra produzione industriale si sente parlare molto meno.

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