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LA BATTAGLIA 29 Settembre Set 2014 1259 29 settembre 2014

Direzione Pd, minoranza e sindacati contro Renzi

Orfini: «Servono robuste correzioni». D'Attorre: «Se si rompe è colpa del premier».

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Matteo Orfini.

È il giorno della resa dei conti in casa Pd.
Dopo l'intervento senza concessioni di Matteo Renzi a Che tempo che fa, sono fioccate le reazioni.
ORFINI: «SERVONO CORREZIONI». A partire dal presidente del Partito, Matteo Orfini: «Non correte: servono robuste correzioni», ha twittato, rispondendo a chi afferma che i Giovani turchi, di cui Orfini è leader, si apprestano a votare sì in direzione alla proposta del segretario sul Jobs act. «Su alcune» correzioni «sono arrivate risposte positive su altre no», ha continuato. L'elogio della Terza via di Bill Clinton e Tony Blair lodata da Renzi, per Orfini è stata una «uscita infelice».
Anche l'ex segretario Pier Luigi Bersani è tornato a lanciare frecciate al premier, che a suo parere ha detto «cose stravaganti» sull'articolo 18.

D'Attorre: «Se si va alla rottura colpa del premier»

A riscaldare l'atmosfera ci ha pensato anche Alfredo D'Attorre. Ad Agorà ha messo in guardia: «Se si va alla rottura è perché il premier decide di rompere».
Per l'esponente della minoranza dem, «le condizioni per trovare una mediazione tra la minoranza Pd e Matteo Renzi ci sono tutte, basterebbe un piccolo sforzo da parte del segretario».
Toni ancora più aspri quelli usati da Pippo Civati che ha ribadito il suo voto contrario al Jobs act: «Non faccio trattative, potrebbe essere mia ultima direzione».


Sindacati sulle barricate


Come prevedibile è tornata a tuonare anche la leader della Cgil Susanna Camusso. Renzi, infatti, dal salotto di Fazio aveva fatto notare come i sindacati al loro interno non applichino l'artricolo 18, difeso a spada tratta nel braccio di ferro col governo. «È così come per tutti i partiti, la Chiesa, tutte le organizzazioni di tendenza. Siamo disponibili a un'estensione», ha risposto arrivando all'incontro coi vcertici Cisl e Uil per tentare di definire una posizione comune.
CAMUSSO: «LIBERTÀ DI LICENZIARE». E ancora: «Il premier ha detto una cosa che non era mai stata detta in questo Paese: il punto è la garanzia alle imprese della libertà di licenziare»,
«Si può fare propaganda o fare un ragionamento serio ma», ha aggiunto Camusso, «non mi pare che ci sia né nella legge delega né nelle parole del presidente del Consiglio l'intenzione seria di ridurre il precariato». Il premier «non sa neanche che i co.co.co non esistono più, esistono altre forme di contratto come i voucher, i contratti a progetto, le associazioni in partecipazione».

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