Economia 1 Ottobre Ott 2014 1000 01 ottobre 2014

Il Tfr è un tesoro da 26 mld in busta paga

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Il Tfr in Italia è un tesoretto di circa 26 miliardi di euro. Matteo Renzi ha detto dal salotto di Fabio Fazio, che il trasferimento di parte del Tfr (trattamento di fine rapporto) in busta paga «si può fare». Ma non tutti - iniziando dai tecnici del Tesoro fino ai sindacati e a Confindustria - sono così ottimisti. Anche perché il progetto presenta non poche criticità soprattutto su fronte della liquidità alle imprese. Ecco perché Renzi ha chiarito nel corso della direzione Pd del 29 settembre che «Il Tfr in busta paga sarà possibile dal primo gennaio 2015 a condizione che si creino le risorse di liquidità attraverso un protocollo tra Abi, Confindustria e governo per consentire alle imprese di avere quella liquidità». Ecco i punti chiave e i nodi da sciogliere della manovra sul Tfr. 1. IL TFR VALE QUASI 26 MILIARDI DI EURO, DAL 2007 ALIMENTA LE CASSE DEI FONDI PREVIDENZIALI Secondo le ultime stime il monte Tfr genera ogni anno risorse nuove tra i 25 e i 26 miliardi. Anche perché costringe i datori ad accantonare circa un mese di retribuzione. Dopo 8 anni di servizio presso la stessa realtà i lavoratori (ma soltanto una volta nel corso del rapporto) possono chiedere un'anticipazione fino al 70 per cento del Tfr maturato alla data della richiesta. Che però deve essere utilizzata per spese sanitarie straordinarie, per la formazione o per l'acquisto della prima casa per se o per propri figli. Dal 2007, con il silenzio/assenso, è stato però previsto che il trattamento di fine rapporto nelle aziende sopra i cinquanta dipendenti finisca automaticamente nel monte della propria previdenza integrativa (cioè in un fondo di categoria). In caso contrario, ma ci vuole un’autocertificazione, il Tfr finisce in un fondo separato all’Inps, ma controllato dal Tesoro, nel quale vengono versati circa 5,5 miliardi all’anno. Soltanto nelle imprese sotto i 50 dipendenti si può lasciare in azienda la futura liquidazione. Basta una semplice comunicazione al datore di lavoro. 2. PER LA PMI CHE RINUNCIA AL TFR C'È IL CREDITO AGEVOLATO COME PER LE BANCHE Il progetto del governo è semplice quanto di difficile realizzazione: trasferire in busta paga (e per un periodo non superiore ai tre anni) almeno la metà dei soldi che oggi i lavoratori accantonano per la liquidazione. Il tutto nella speranza che queste risorse siano poi usate per aumentare i consumi. Restano però da convincere le imprese, le più penalizzate da questo provvedimento. Per questo, come ha fatto intendere a margine della direzione del Pd, in primo luogo la misura sarà su base volontaria e non verrà intaccato quanto già incamerato. Quindi verrebbe garantirà una tassazione di vantaggio alle imprese, che rinunciano a questi soldi (la stessa applicata ai fondi pensioni). Perché il nodo più complesso è quello delle compensazioni. Il governo ha promesso che il tutto avverrà senza alcuna perdita di liquidità per le Pmi. Il responsabile economia del Pd, Filippo Taddei, ha lanciato la proposta di «utilizzare la leva Bce». In poche parole chi rinuncia al Tfr potrebbe ottenere in cambio denaro a tassi convenienti, sfruttando i fondi messi a disposizione dall’Eurotower nel programma di prestiti Tltro. 3. IL NODO FISCALE SI PUÒ SUPERARE CON LO SMOBILIZZO IN UN'UNICA SOLUZIONE Attualmente la parte di Tfr destinata alla previdenza integrativa gode di una tassazione diversa da quella Irpef. Infatti gli scaglioni di appartenenza sono diversi da quelli applicati agli stipendi e vengono calcolati sulla base degli ultimi cinque anni. Proprio per evitare queste disparità il governo potrebbe ricorrere a uno smobilizzo in un'unica soluzione, cioè una sorta di una tantum con un prelievo diverso e al netto compensazioni da garantire alle imprese. C’è poi il problema del prelievo sulla rivalutazione: chi lascia il Tfr in azienda ha una cedola annua dell'1,5% annuo fisso al quale si aggiunge il 75% dell'inflazione. Per chi ha il Trattamento di fine rapporto nei fondi integrativi il montante si rivaluta sulla base degli investimenti fatti. Anche su questo fronte il governo dovrà garantire un’agevolazione. 4. PER LE IMPRESE IL TFR VALE 11 MILIARDI DI LIQUIDITÀ ALL'ANNO Per le imprese la parte accantonata di Tfr sullo stipendio è la principale fonte di liquidità. Infatti parliamo di undici miliardi di euro all’anno, che sono indispensabili, per esempio, per evitare il ricorso alla leva finanziaria. Non a caso il centro studi di Unimpresa ha fatto sapere: «La proposta di destinare ai lavoratori il 50 per cento del Tfr “maturando” costerebbe alle piccole e medie imprese 5,5 miliardi in termini di minore liquidità disponibile». Anche per questo il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, chiede al governo di muoversi con circospezione. 5. PER LO STATO IL TFR VALE 15 MILIARDI DI CUI 6 VANNO ALL'INPS Ma a perderci non saranno soltanto le Pmi. Dei 26 miliardi complessivi lo Stato beneficia, direttamente o indirettamente, di almeno quindici miliardi di euro. Quasi sei vanno al fondo presso l’Inps che gestisce il Tfr dei lavoratori delle grandi imprese, che non si fidano di affidarli ai fondi pensioni di categoria. Non vanno dimenticati poi gli effetti degli undici miliardi che ogni anno vengono versati al sistema della previdenza integrativa: serviranno in futuro per ammortizzare il peso della spesa pensionistica integrando gli assegni più bassi, eviteranno la materializzazione di una nuova gobba.  Non poche ripercussioni anche per l’Erario: il trattamento fiscale sarebbe più oneroso in busta paga in tutti quei casi viene applicata al Tfr l'aliquota marginale Irpef.

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