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I CONTI 1 Ottobre Ott 2014 1726 01 ottobre 2014

Jobs Act: 1,6 miliardi per la riforma del lavoro

Bastano solo per la disoccupazione. Ma per una svolta ne servono molti di più.

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L'articolo 18, infine, è tratto. La direzione del Pd ha visto il premier segretario Matteo Renzi «asfaltare» la minoranza interna sul nodo dei licenziamenti. E il Jobs Act è approdato in parlamento, senza però che sia stato chiarito un aspetto fondamentale della riforma.
IL NODO DEGLI AMMORTIZZATORI. La parte più consistente della legge delega sul lavoro è, infatti, la riforma degli ammortizzatori sociali. Si tratta dunque di rivedere la spesa per le politiche del lavoro sia dal lato delle risorse passive, cioè quelle di sostegno a chi il lavoro lo ha perso, sia sul fronte attivo, cioè dell'accompagnamento nella ricerca di una nuova occupazione.
PREVISTI 1,6 MLD DI SPESA. Sul primo fronte, il governo prevede l'allargamento della platea dei beneficiari dell'indennità di disoccupazione e ha stimato un costo aggiuntivo di 1,6 miliardi di euro per le casse pubbliche. Sul secondo fronte, invece, ha annunciato un miglioramento dei servizi per l'impiego, senza per ora prendere impegni di spesa.
Per avere un servizio a livello europeo, servirebbero investimenti per svariati miliardi. E il punto sul quale si sta ragionando in queste ore tra Palazzo Chigi e via XX Settembre, sede del ministero dell'Economia, è quali coperture destinare al Jobs act all'interno della legge di Stabilità.

  • Nella tabella, le spese per le politiche attive per il lavoro nei Paesi Ocse. Le percentuali sono espresse in rapporto alla Svezia (a quota 100) che è la nazione con il maggiore investimento (fonte Ocse).

L'obiettivo è tutelare 2 milioni di lavoratori privi di paracadute

Il progetto del governo prevede di accorpare, superandole, le due nuove indennità di disoccupazione previste dalla legge 92 del 2012, cioè la legge Fornero, e di creare un meccanismo unico a cui si possa accedere con requisiti più semplici.
ASPI E MINI ASPI. La legge Fornero ha introdotto dal primo gennaio 2013 la Aspi e la mini Aspi, due tutele di tipo assicurativo per chi ha perso l'impiego. La prima è destinata ai lavoratori dipendenti, compresi i lavoratori delle cooperative e gli apprendisti, che hanno versato contributi per almeno 52 settimane negli ultimi due anni.
La seconda, invece, è un'indennità con requisiti ridotti, alla quale possono accedere i lavoratori che hanno versato contributi per almeno 13 settimane negli ultimi 12 mesi.
La riforma dell'esecutivo renziano riduce ancora i requisiti, allargando la platea dei beneficiari a categorie finora non coperte da alcuna tutela. Tra i lavoratori dipendenti potrà accedere alla nuova indennità chi ha versato contributi per 13 settimane negli ultimi quattro anni e tra i 'collaboratori' chi ne ha versati per almeno tre mesi nell'ultimo anno.
L'INCOGNITA CO.CO.PRO. Secondo Stefano Sacchi, l'economista che ha suggerito il piano sugli ammortizzatori sociali, le attuali forme di indennità 'coprono' solo l'87% dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato - nel 2013 erano 10,3 milioni (dati Istat) - e il 12% di quelli a tempo determinato, che sono 2,3 milioni.
Mentre il nuovo sistema riuscirebbe a garantire il 97% dei lavoratori dipendenti, allargando di fatto le tutele a 2 milioni di lavoratori dipendenti in più.
Sul fronte dei 'collaboratori' le stime sono più difficili. Anche perché all'ultimo è stata inserita nella riforma la cancellazione dei contratti co.co.pro. che, sempre secondo l'Istat, rappresentano 650 mila contratti sulle 900 mila collaborazioni totali (al netto delle figure escluse dal provvedimento, come gli amministratori e i sindaci delle società).
VECCHIE INDENNITÀ: 7,2 MILIARDI. Nell'incertezza, i costi dell'intervento non sono facili da prevedere. Il piano iniziale del governo stimava un aggravio aggiuntivo di 1,6 miliardi, stimando in 7,2 miliardi le risorse che già coprono vecchie indennità, Aspi e mini Aspi.
Parte dei nuovi fondi dovrebbe venire dalle imprese, chiamate a pagare un ticket sui licenziamenti, che sarà triplicato su quelli collettivi a partire dal 2017.
La quota mancante, secondo le prime intenzioni del governo, dovrebbe essere recuperata dai 2,5 miliardi attualmente destinati alla cassa integrazione in deroga cioè quella di cui si avvalgono le piccole e medie imprese nei periodi di crisi e dall'eliminazione della cassa integrazione straordinaria per fallimento.
PMI A RISCHIO. La riforma Fornero, infatti, limita la Cig in deroga a cinque mesi per il 2015 e ne prevede la cancellazione a partire dal 2016, sostituendola con fondi di solidarietà.
Tuttavia con 1 milione di lavoratori in Cig, Cig in deroga e straordinaria nel 2014, e le Pmi già alle prese con il rebus Tfr, la transizione potrebbe rivelarsi più complessa e aprire uno scontro ancora più aspro. Alla fine del Consiglio dei ministri del 30 settembre, il ministro Pier Carlo Padoan è sembrato aprire ad altre possibilità: le coperture per la riforma del lavoro, ha dichiarato, non arriveranno da un solo capitolo di spesa, ma «da un insieme di voci», comprese la spending review e «l'utilizzazione dei margini di bilancio».


Per colmare il gap con l'Ue servono almeno 8 miliardi

I dati sul rapporto tra operatori dei centri per l'impiego e disoccupati. Fonte: Indagine conoscitiva sui servizi per l'impiego dell'Unione per le province italiane.


Nell'ordine del giorno approvato alla direzione Pd c'è però anche l'obiettivo dichiarato di rendere più efficiente il mercato dell'occupazione e il sistema di incontro tra domanda e offerta. Il governo ha annunciato il varo di un programma nazionale, atteso da anni, ma non ha chiarito se ci saranno altri impegni di spesa.
ITALIA FANALINO DI CODA. Facendo il confronto con il resto d'Europa, l'Italia avrebbe bisogno di nuovi investimenti. Secondo gli ultimi dati Ocse, riferiti al 2012, il nostro Paese spende in misure attive di sostegno al mercato del lavoro 7,1 miliardi contro i 18,2 della Francia e i 18,5 della Germania.
Mancano gli investimenti nella formazione, sulla quale Roma investe solo 1,7 miliardi, rispetto ai 5 di Berlino e ai 5,9 di Parigi. E servono risorse per i centri per l'impiego. La Germania investe infatti nei servizi per il lavoro 6 miliardi, l'Italia solo 2,3.
Insomma, per colmare il divario con l'Europa, almeno su questi due capitoli di spesa, servirebbero circa 8 miliardi.
CENTRI PER L'IMPIEGO IN SOFFERENZA. Il 24 settembre, l'Unione delle Province, da cui dipendono i centri per l'impiego, ha presentato alla commissione Lavoro della Camera un'indagine conoscitiva sui servizi per il mercato del lavoro: gli uffici tedeschi, è calcolato nel report, hanno un addetto ogni 30 disoccupati, mentre quelli italiani ogni 180.
«Le due precedenti leggi di riforma», hanno osservato i dirigenti provinciali nell'indagine, «non hanno prodotto i risultati sperati per l’incapacità di tenere insieme nel merito e nei tempi interventi per la flessibilità, la formazione, gli incentivi, gli ammortizzatori e i servizi in quadro completo e attuato realmente e contestualmente. Le riforme fatte per parti e tempi distinti non funzionano».
Per ora, il governo ha evitato di dare numeri. Il ministro dell'Economia ha spiegato di non essere in grado di prevedere una cifra precisa, ma ha ribadito che ci sono i fondi per avviare una «efficace riforma». Per capire quanto efficace, bisognerà attendere la legge di Stabilità.

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