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ENERGIA 1 Ottobre Ott 2014 0600 01 ottobre 2014

Petrolio, gli Usa sorpassano l'Arabia Saudita

Col fracking gli States diventano leader nell'estrazione di greggio. Riad seconda.

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La mappa del Financial Times sulla produzione petrolifera Usa.  

Per settembre, al massimo ottobre, è atteso il sorpasso del secolo. Gli Stati Uniti che superano gli sceicchi sauditi, primi al mondo nella produzione di petrolio.
FRACKING CONTRO POZZI. Il record globale non è dovuto ai barili di greggio estratti in modo tradizionale, ma al numero sempre maggiore delle cisterne di gas di petrolio liquefatto (Gpl), cavato dal suolo americano facendo violenza sul suolo attraverso la discussa tecnica di fratturazione idraulica (fracking).
Sebbene gli Usa non abbiano ancora né i mezzi e né le strutture per esportare i loro idrocarburi nel mondo, la rivoluzione energetica voluta dal presidente Barack Obama sta dando i primi sorprendenti frutti.
BOOM DEL PETROLICHIMICO. In meno di 10 anni, il petrolchimico statunitense ha conosciuto un boom straordinario, passando dai 5 milioni di barili di greggio al giorno del 2008 agli 8,9 attuali.
Entro la fine del 2014, l'Agenzia internazionale dell'Energia (Aie) dell'Ocse, cane da guardia dei produttori, stima che gli Usa supereranno agevolmente la soglia dei 9 milioni di barili. Sommati ad altri gas lavorati come l'etano e il propano (Gpl), fino ad agosto la produzione americana girava sugli 11,5 milioni di barili al giorno, testa a testa con l'Arabia Saudita.
Ma, con la fratturazione idraulica da shale - il metano e anche il petrolio estratto da scisti, rocce di argille bituminose - in continuo aumento in ampie porzioni del Texas, dell'America nord-orientale e anche degli Stati centrali, gli addetti ai lavori aspettano a ore il balzo storico.


1. Usa primi produttori di idrocarburi grazie al fracking

Estrazione con il fracking negli Usa (Getty).  

I principi sauditi ripetono che l'Arabia resta il «maggiore Paese al mondo per riserve disponibili», circa 71 miliardi di barili ancora a disposizione, per lo più nella regione orientale dei maxi giacimenti dell'ormai leggendario campo di estrazione di Ghawar.
E certo che, dai pozzi senza fondo sauditi - come da quelli iracheni se l'ex regno di Saddam Hussein non fosse stato messo a ferro e a fuoco dalle bande di terroristi dell'Isis -, estrarre greggio dalla pancia del deserto resta tecnicamente molto facile per gli alleati di sempre americani: ancora ad agosto Riad superava i 9,7 milioni di barili al giorno di petrolio vecchio stile.
RISERVE SCONOSCIUTE. Ma si tratta pur sempre di giacimenti convenzionali e le carte petrolifere vanno aggiornate con l'avvento dello shale gas americano. Attraverso il fracking e i progressi nelle altre tecniche, come la trivellazione orizzontale controllata (Toc), l'Amministrazione di Obama sostiene di poter estrarre, a costi economici per le aziende, gas e petrolio non convenzionali da riserve prima sconosciute o sottostimate che, nel 2013, l'Energy information administration (Eia) degli Usa ha rivisto al rialzo, con 58 miliardi di barili di petrolio shale e altri 17,8 miliardi di metri cubi di gas.

2. Autonomia entro il 2035. Russia e Cina competitor degli Usa

I competitor degli americani nella fratturazione idraulica degli idrocarburi sono, secondo i dati dell'ente governativo degli Usa, ancora una volta i russi, ritenuti i detentori delle maggiori riserve globali di petrolio da scisti (circa 75 miliardi di barili). Seguono il gigante cinese (32 miliardi di barili), l’Argentina (27 miliardi) e la Libia (26 miliardi).
Il primato della quantità di gas da fratturare nelle argille, andrebbe invece, stando sempre all'Eia, alla Cina, con 31 miliardi di metri cubi estraibili. Al secondo posto l'Argentina (22, 2 miliardi di metri cubi), poi l'Algeria (19,6 miliardi) e infine gli Usa.
AUTONOMIA ENERGETICA. Investendo su un patrimonio di idrocarburi praticamente vergine sino al Terzo millennio, Obama ha promesso l'indipendenza energetica del Paese entro il 2035: un comparto destinato a creare, per la Casa Bianca, almeno 600 mila nuovi posti di lavoro a breve e un totale di 3 milioni entro il 2020. Anno nel quale gli Usa, messi in funzione gli impianti di liquefazione in costruzione, programmano di iniziare a esportare gas e petrolio non convenzionali.

3. Riserve sovrastimate e bolla speculativa: i rischi del fracking Usa

Attivisti anti-fracking di Amnesty international (Getty).  

A onor del vero le stime sulle riserve di gas shale sono molto dibattute, da ricerca e ricerca, al pari delle previsioni sullo sviluppo del settore.
Geologi del comparto ed esperti finanziari di centri come il Post Carbon Institute e l'Energy Policy Forum dubitano seriamente che la fratturazione idraulica sia una tecnica a basso costo sostenibile per l'ambiente. Anche l'autonomia energetica, al più tardi entro il 2050, appare un miraggio: piuttosto, sul gas e sul petrolio da shale negli Usa sarebbe in procinto di esplodere l'ennesima bolla speculativa.
NUMERI SOVRASTIMATI FINO AL 400%. Intanto, con la complicità di Wall Street, i numeri sulle riserve americane sarebbero sovrastimati fino al 400%.
Preoccupa che l'attuale produzione degli Usa arrivi solo da due giacimenti di petrolio da scisti (il Bakken Shale tra North Dakota e Montana e l’Eagle Ford in Texas), con picchi di produzione concentrati in aree ristrette, oltre che da cinque campi di shale gas.
Meno di 10 anni e gli idrocarburi fratturati negli Usa sarebbero al fondo del barile, estraibili con costi sempre maggiori dovuti alla difficoltà di trivellazione, con tecniche più sofisticate, dei pozzi intensamente sfruttati.

4. Shale domestico e presidi in Africa e Asia: il doppio binario Usa

L'endorsement internazionale dell'Aie è comunque un assist a Obama: oggettivamente gli americani hanno aggianciato i sauditi prima del previsto.
Un paio di anni fa, il sorpasso degli Usa era dato «entro il 2020». Pochi mesi dopo, la soglia degli 11,5 milioni di barili era superabile «dal 2015». Questa estate, il primato di leader mondiali del petrolio veniva annunciato per l'autunno.
L'inglese Financial Times ha sposato la linea ottimistica ufficiale, mostrando in una mappa come la svolta autarchica americana ridisegni gli scenari energetici globali. Negli States, con la shale economy, gli impianti petroliferi tradizionali dell'Alaska si sono fermati e nonostante ciò la produzione vola. Ma reggerà il boom?
SUCCESSI E FLOP. In California, per ammissione della stessa Eia, il fracking è stato un flop, scoperto (meglio tardi che mai) che il giacimento roccioso Monterey è posato sulla faglia sismica di Sant'Andrea.
Tra alti e bassi, deve essere parso ragionevole a Obama procedere su un doppio binario. Aumentare, da una parte, la produzione domestica per sopperire all'instabilità nelle aree petrolifere di Libia, Iraq e anche dei grandi fornitori in Nigeria. Dall'altra continuare l'alleanza con i sauditi, tornando a presidiare l'Iraq ed estendendo le basi Usa nell'Africa centrale.

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