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LIQUIDAZIONE 1 Ottobre Ott 2014 1639 01 ottobre 2014

Tfr in busta, per la pensione o in azienda: pro e contro

Meglio avere soldi subito o tenersi un tesoretto futuro? E c'è il nodo della soglia per il bonus di 80 euro.

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Trattamento di fine rapporto: il premier Renzi ha proposto di inserirlo in busta paga. Ma le imprese non ci stanno.

Chiedere il Trattamento di fine rapporto (Tfr) in busta paga mese per mese, lasciarlo in azienda per averlo quando si lascia il lavoro o versarlo ai fondi pensione per garantirsi una vecchiaia economicamente più tranquilla?
A breve i lavoratori italiani potrebbero dover scegliere la destinazione della propria liquidazione, ma la decisione si prospetta come un rebus che deve tenere conto di molte variabili. Ecco alcune delle ragioni a favore e contro le diverse possibilità.
VIA GLI 80 EURO SE SI SFORA IL TETTO? È un po' la premessa. La convenienza delle scelte dipende sia dalle decisione sull'aliquota con la quale sarà tassato il Tfr in busta paga sia dall'eventuale sforamento con questa richiesta del tetto fissato per l'ottenimento del bonus fiscale (i cosiddetti 80 euro per chi è al di sotto dei 1.500 euro al mese).
Chi supera il tetto può prendere ancora il bonus? Lo si saprà solo quando il progetto dell'esecutivo sarà definito, ma attualmente, chi prende il Tfr perché cambia impiego non lo somma ai redditi da lavoro e nel 730 esiste già uno spazio per la tassazione separata.
Si presuppone naturalmente che il progetto allo studio del governo tenga conto sia di questo possibile sforamento sia dell'eventuale passaggio con il Tfr in busta paga all'aliquota fiscale più alta.

1. Tfr in busta paga: pochi, maledetti e subito

Potrebbe essere una soluzione, se la tassazione fosse comunque agevolata come quella per il Tfr, per quei lavoratori con stipendi bassi che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese o per quelli con contratti a termine.
Con uno stipendio di circa 1.300 euro netti al mese e il Tfr interamente in busta lo stipendio potrebbe aumentare di poco meno di 100 euro.
Se invece l'ipotesi dovesse riguardare solo il 50% del Tfr l'importo in busta sarebbe ovviamente dimezzato.
SOSTEGNO AI CONSUMI. Aumentano i consumi nell'immediato, ma si rinuncia sia al ''tesoretto'' una volta usciti dal lavoro (utile per l'acquisto della casa, ma anche in caso di licenziamento per sostenersi mentre si ricerca un nuovo lavoro) sia al versamento ai fondi integrativi e quindi all'aumento della propria pensione complessiva.

2. Tfr nei fondi pensione: la scelta previdente

Destinare il proprio Tfr nei fondi pensione significa obbligarsi a un risparmio previdenziale che potrebbe essere molto utile in futuro dato che la pensione pubblica sarà in media più bassa di quanto sia stata in passato a parità di contributi.
Chi va in pensione adesso va ancora con il calcolo retributivo perché aveva più di 18 anni di contributi nel 1995, ma tra pochi anni si andrà con assegni calcolati per la parte maggiore con il contributivo.
Versare ai fondi significa inoltre assicurarsi il contributo del datore di lavoro (tra l'1% e l'1,8% della retribuzione a secondo di quanto previsto nei contratti) che si perderebbe qualora si tenesse il Tfr in azienda o lo si chiedesse in busta paga.
IN MEDIA RENDIMENTI PIÙ ALTI. Infine i fondi pensione negli ultimi anni hanno assicurato in media un rendimento sul proprio versamento più alto rispetto al Tfr lasciato in azienda (+5,4% i fondi chiusi e +12,2% i piani individuali di previdenza - Pip - che comunque hanno costi di gestione più alti e non possono contare sul contributo del datore di lavoro contro l'1,7% del Tfr in azienda secondo gli ultimi dati della Covip riferiti al 2013).
Per ora una parte minoritaria dei lavoratori si è iscritta a un fondo chiuso (mentre crescono velocemente le adesioni ai piani previdenziali individuali, ma soprattutto dai lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti).
Nel complesso sono iscritti a forme di previdenza integrativa 6,2 milioni di lavoratori con un flusso annuo di oltre 12,5 miliardi (5,2 miliardi dei quali da Tfr maturando).

3. Tfr in azienda: l'opzione tradizionalista

L'Italia sarà anche l'unico Paese ad avere il Tfr, ma gli italiani ci sono molto affezionati e fanno fatica a rinunciare all'idea di avere una sorta di ''cuscinetto'' che lascia più tranquilli quando si smette di lavorare.
Inoltre il Tfr può essere chiesto dopo aver lavorato nella propria azienda per almeno otto anni per il 70% dell'importo per l'acquisto della casa, per spese sanitarie e per l'istruzione, praticamente le tre principali ragioni di preoccupazione delle famiglie.
RISPARMI IN CASO DI LICENZIAMENTO. Lasciare il Tfr in azienda significa anche qui obbligarsi a un risparmio in previsione di tempi più difficili o anche dell'eventualità di un licenziamento per fare fronte alle spese nel caso non sia sufficiente (per l'importo e per la durata) il solo Aspi.

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