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ANALISI 2 Ottobre Ott 2014 0603 02 ottobre 2014

Unione europea, bilancio 2014 in rosso

All'Ue mancano 26 mld. Gli Stati chiedono soldi, ma non aprono il portafoglio.

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da Bruxelles

Il commissario Ue al bilancio Jacek Dominik.

Il 24 settembre, puntuale come un orologio, è iniziato l’autunno caldo del bilancio europeo 2014. I soldi sono quasi finiti. A tre mesi dalla fine dell'anno, l’allarme è stato lanciato dal commissario Ue al Bilancio Jacek Dominik.
Che ancora una volta, come una Cassandra, ha ripetuto che cosa si rischia di tagliare se gli Stati membri si ostinano a non pagare.
LA LISTA DEI POSSIBILI TAGLI. Addio alle borse Erasmus per gli studenti, ai finanziamenti alle piccole e medie imprese e ai beneficiari dei fondi di coesione.
Proprio quei progetti su cui gli Stati membri continuano a dire all’Ue di voler puntare per far ripartire crescita e occupazione. Ma poi al momento di approvare il bilancio europeo, «il Consiglio contraddice le sue stesse priorità politiche», denuncia il commissario Dominik.
IL NIET DEL CONSIGLIO. Il governo dei 28, infatti, ha deciso di “bocciare” la proposta della Commissione, che ammonta a 142 miliardi di euro per il 2014. E ha inoltre già chiesto di tagliare di 2,1 miliardi quella del 2015, che è di 145 miliardi di euro.
E anche in questo caso, sui 2,1 miliardi in meno, 1,3 riguardano proprio i programmi per crescita, ricerca, competitività. Per fare un esempio si parla di un taglio dei fondi del 10,9% per Horizon 2020 (che di fatto vuol dire colpire 600 progetti e 1.400 imprese), -10,5% per le infrastrutture e -20,9% per i progetti energetici per aiutare la ripresa.

Il buco di bilancio nel 2014 ha raggiunto i 26 miliardi di euro

Bruxelles, il parlamento europeo.

Così, ogni anno è sempre la stessa storia: gli Stati membri da una parte chiedono soldi all’Ue per far ripartire l’economia, ma dall’altra non vogliono aprire il portafogli per finanziare quegli stessi progetti che hanno voluto e approvato.
I PROGRAMMI A TERMINE. Un controsenso se si considera che il 2015 è il momento in cui vengono portati a termine anche i programmi 2007-2013 e gli Stati membri mandano a Bruxelles le fatture da rimborsare.
Fondi già spesi e concordati dai 28 con Bruxelles nei sette anni precedenti. Pagamenti che l’Unione europea non decide, quindi, arbitrariamente di inserire nel bilancio. «La Commissione formula la sua proposta per l'anno successivo in base alle stime dei pagamenti che gli Stati membri prevedono di richiedere», spiega a Lettera43.it Patrizio Fiorilli, portavoce del commissario al Bilancio. Solo che poi, paradossalmente, questi stessi Stati le ignorano decidendo di non pagare e tagliare il bilancio per l'anno successivo. Si crea così un buco di bilancio che nel 2014 ha raggiunto la cifra di 26 miliardi di euro (di cui quasi 24 miliardi solo per i pagamenti dei fondi strutturali della politica di coesione Ue).
I PAGAMENTI ARRETRATI. Un carico finanziario che non ha fatto che aumentare negli anni della crisi e ha portato ad avere 11 miliardi di pagamenti arretrati a fine 2011 che sono cresciuti a 16 a fine 2012, a 23,4 a fine 2013 e così via.
I debiti arretrati nei confronti di Regioni, Pmi, Ong, istituti di ricerca «alla fine vengono pagati», precisa Fiorilli, «ma per farlo si usano i fondi del bilancio di quest'anno. Soldi che però a loro volta erano stati assegnati ad altri progetti e destinatari». Che ora rischiano di restare al verde.
Nel bilancio 2014, alla voce pagamenti previsti il tetto è infatti già inferiore di 9 miliardi rispetto al 2013.
PROGETTI IN FORSE. Per far capire in concreto l’effetto valanga che si crea, la Commissione ha spiegato per esempio come già ora su Horizon 2020, il programma Ue fiore all’occhiello per crescita, innovazione, ricerca e Pmi, ci siano 70 progetti per 36 milioni di euro bloccati, con gli interessi di mora che salgono. Si tratta di una serie di pagamenti ritardati sulle politiche di coesione.
Sono inoltre già sospesi i rimborsi per progetti ambientali a enti pubblici per 11 milioni; mentre ancora non sono stati stanziati i 14 milioni per lo Sviluppo e quelli per i progetti umanitari in Africa e Haiti. E, presto, sarà il turno dell'Erasmus. A rischio anche i programmi di assistenza a Ucraina, Georgia e Moldavia.
«Alcuni dicono: 'Siamo stufi di pagare Bruxelles', ma solo il 5% del bilancio Ue serve per stipendi e strutture. Il 95% ritorna agli Stati membri sotto forma di coesione, agricoltura, Erasmus, ricerca, innovazione, aiuti alle pmi», sottolinea Fiorilli.
LE RESISTENZE DEI PAESI DEL NORD. Eppure il Consiglio non vuole sentire ragioni. Il conflitto, spiegano fonti diplomatiche, «nasce dal fatto che alcuni Stati come Inghilterra, Germania, Olanda e Paesi scandinavi pagano una grossa fetta del bilancio Ue, ma poi non usufruiscono della politica di coesione, perché quei fondi vanno al Sud e all'Est».
Ma c'è anche chi invita a considerare, come evidenzia uno studio del governo polacco, «che per esempio a vincere gli appalti per usare i fondi strutturali per la Polonia non sono le aziende polacche, ma quelle olandesi. Quindi, alla fine, di quella politica di coesione beneficiano tutti».
LA METAFORA DEL TETTO ROTTO. Al momento di pagare però si decide di impugnare le forbici. In pratica, spiega il commissario Dominik con una metafora, «è come se la Commissione stesse correndo da una stanza all'altra della casa europea con dei secchi in mano per raccogliere l'acqua che cade dal tetto malmesso (il bilancio). E invece che essere tutti d’accordo nel fare un investimento per aggiustarlo e sigillare le perdite, c’è qualcuno che si chiede: 'Ma dove è il problema? Avete ancora dei secchi di scorta'».

Le proposte della Commissione: aggiungere 100 milioni divisi tra i 28

Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker.

Eppure c'è chi non vuole usare nemmeno quei secchi di scorta. Per ridurre almeno in parte il deficit la Commissione europea ha proposto al Consiglio cinque Dab (draft amending budget, bozza di bilancio correttivo). Tra questi il più importante è il Dab 3, che propone di aumentare il bilancio 2014 di 4,7 miliardi per coprire parzialmente i pagamenti arretrati.
«Il costo effettivo è di appena 100 milioni di euro totali da dividere tra i 28 Stati membri», spiega Fiorilli. Il resto delle risorse infatti sono già state recuperate dalle istituzioni europee attraverso le multe dell'antitrust. Se fino a ora tutte le risorse avanzate venivano ridistribuite tra gli Stati membri, adesso si tratterebbe di lasciarle nel bilancio.
L'IDEA DEL MARGINE DI EMERGENZA. Un’altra proposta della Commissione è quella di usare il contingency margin close, il margine di emergenza, concordato con il bilancio pluriannuale 2014-2020, che prevede l'aumento temporaneo del tetto di spesa per il 2014 e un parallelo abbassamento per i prossimi anni, spalmando quindi la spesa sull'arco dei sette anni evitando di mettere le mani in tasca ai 28 governi sempre più reticenti.
Proposte che, però, non sono piaciute al Consiglio.
L'ASSE COMMISSIONE-PARLAMENTO. Ora l'esame passa al parlamento, che grazie al trattato di Lisbona ha il potere di approvare l'intero bilancio Ue insieme con il governo dei 28. La Commissione, una volta redatto il bilancio, ha il ruolo di mediare tra le due posizioni, ma di fatto si trova sempre più sulla stessa linea dell’europarlamento. Che anche quest’anno sembra orientato non solo ad approvare la richiesta dell’esecutivo, ma a chiedere addirittura un aumento delle risorse.
La commissione Bilancio del parlamento ha infatti già chiesto di approvare i circa 5 miliardi di emendamento al bilancio 2014 proposti dalla Commissione al Consiglio. E ha domandato ulteriori 4 miliardi per coprire i pagamenti arretrati degli anni precedenti.
I NEGOZIATI CON IL CONSIGLIO. La decisione finale dell'Aula è prevista per il 22 ottobre quando gli eurodeputati sono chiamati a votare il bilancio, ma la linea è già chiara: da una parte parlamento e Commissione e dall'altra Consiglio.
Ed è su queste due posizioni che dopo il voto di Strasburgo si aprirà una conciliazione. Il 23 ottobre iniziano infatti i 21 giorni di negoziati, che secondo il trattato di Lisbona devono portare Consiglio e parlamento a una soluzione comune grazie alla mediazione della Commissione.
Per ora più che di conciliazione sembra saranno 21 giorni di passione.

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