Economia 3 Ottobre Ott 2014 1144 03 ottobre 2014

Tfr in busta: per loro è un sì

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Diego Della Valle accusa Matteo Renzi. Non gli piace la proposta del Tfr presentata da Renzi. A rompere la messa cantata il solito Diego Della Valle. «Stiamo dicendo agli italiani: se volete stare meglio, anticipatevi una parte del vostro Tfr. A me questa roba non piace». Invece la grande impresa, a dirla tutta non colpita dal provvedimento proprio perché sopra i cinquanta dipendenti, ha sposato in pieno la battaglia di Matteo Renzi per trasferire in busta paga la metà di quanto si accantona per la liquidazione. Anche Mr Tod’s non ha, a differenza delle Pmi, il problema di dover rinunciare all’immensa liquidità (circa 5,5 miliardi di euro), che ogni anno i lavoratori lasciano ai loro datori. Ma Della Valle, «venuto su in una famiglia di operai», ne fa una questione di principio, non di soldi. Ha un approccio quasi sentimentale con il trattamento di fine rapporto. «Era», ha detto ospite di Michele Santoro nelle puntata del 2 ottobre di Servizio Pubblico, «una garanzia per la vecchiaia e un aiuto che i genitori davano ai figli. Farglielo spendere prima con il rischio che non avranno nulla domani, quando saranno anziani e indifesi, mi preoccupa molto». Parole che fanno apparire quasi un timido l’ex rivoluzionario del capitalismo italiano, Carlo De Benedetti, che consiglia cautela al governo, visto che «sarebbe rischioso da parte dei dipendenti spendere i suoi soldi, che dovrebbe investire per la sua pensione». SQUINZI (CONFINDUSTRIA) IN IMBARAZZO Per il resto la grande impresa è entusiasta di poter ingrossare le buste paghe con soldi, che già oggi versa (seppure con un’altra finalità) in una stagione di rinnovi contrattuali a dir poco complessa. Per non parlare delle munizioni in più per i consumi, in una fase nella quale la domanda interna è inesistente. Si capisce allora l’imbarazzo di Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, patron del colosso della chimica Mapei, ma soprattutto uno che non ha mai amato i salotti finanziari e considera imprenditori veri soltanto quelli che producono beni reali e rischiano soldi propri. Preso com’è tra le velleità dei grandi e i bisogni dei piccoli, ha provato a barcamenarsi con un diplomatico: «È una situazione complessa. Bisogna vedere quale drenaggio in termini di liquidità ci sarà sulle imprese». MARCHIONNE (FIAT) E ROSSO (DIESEL) D'ACCORDO SU TUTTA LA LINEA RENZIANA Diverso l’approccio del suo più grande avversario, Sergio Marchionne. Il presidente della Fiat ne ha approfittato per l’ennesimo endorsement a favore di Matteo Renzi. «L'anticipo del Tfr in busta paga è una proposta positiva e il governo va sostenuto in questa manovra. Anche se costa alla Fiat quello che costa. Bisogna dare più liquidità ai consumatori e ai dipendenti». Ma siccome stiamo parlando sempre del capoazienda dell’impresa più sovvenzionata dallo Stato, ecco il manager italo-canadese presentare il conto: «Tutto questo poi eventualmente va riequilibrato, intervenendo su tasse che colpiscono le imprese, come l'Irap». Favorevole anche un Marchionne ante litteram come Renzo Rosso, patron di Diesel: «Sono d'accordo con Renzi, mi piacerebbe che il Tfr venisse restituito per metà ai dipendenti e per metà accantonato». Ma soltanto a quelli onesti. Nessuna pietà, e nessun articolo 18, per gli altri. Cioè «ai dipendenti che timbrano per gli altri, a quelli che stanno sempre in malattia e a quelle che in gravidanza ti stanno a casa tutta la vita. Ci sono persone ignobili che usano tutti gli stratagemmi per non andare a lavorare». TIEPIDO TRONCHETTI PROVERA (PIRELLI) CHE APRE ALLA DISCUSSIONE Con maggiore misura dà il suo via libera anche Marco Tronchetti Provera. «Quest’operazione va vista e discussa. Bisogna valutare l'impatto sulle aziende, diverse aziende possono avere un impatto minore, ma il problema è liberare risorse per gli investimenti, questa è una priorità assoluta». Ma più dell’avallo del presidente di Pirelli, Renzi deve aver gongolato per quello del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Il quale non sarà un imprenditore, ma ha parlato a nome di una delle principali “industrie” del Paese (quella della credito). Che è centrale in quest’operazione, visto che dovrà utilizzare i prestiti TLtro a buon mercato della Bce per (e incassando interessanti commissioni) garantire alle Pmi la liquidità, che perderanno rinunciando a parte o a tutto il Tfr dei dipendenti. TRIONFALE PATUANO (TELECOM) CHE PROMETTE ASSUNZIONI: 3 MILA PERSONE Visco ha dichiarato: «sul Tfr le banche sono libere di decider» in che maniera impiegare i prestiti della Bce, a patto che siano destinati alle Pmi. Nelle stesse ore il Tesoro garantiva all’Abi la garanzia statale nel programma di acquisti di Abs, nato sotto l’egida della Ue. Ma la palma per l’entusiasmo va a Marco Patuano, amministratore delegato di Telecom Italia. Se gli nominate le ultime riforme del governo Renzi, gli brillano gli occhi. Per il manager la somma tra anticipo del Tfr - «Un importante stimolo per i consumi» - e l’allentamento dell’articolo 18 - «ineludibile» - lo spinge a promettere una marea di assunzioni, nonostante l’ex monopolista abbia il problema opposto. «Per Telecom Italia stimo un impatto occupazionale intorno a 3mila persone».

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