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BATTAGLIE 5 Ottobre Ott 2014 1600 05 ottobre 2014

Airbnb, New York denuncia il sistema di affitti temporanei

Concorrenza sleale. Mercato distorto. Troppi turisti. La Grande mela si ribella.

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Il sito Airbnb di New York.

I cartelloni pubblicitari sparsi per New York che spiegano perché i newyorchesi dovrebbero amare Airbnb, la società che permette di affittare stanze da privato a privato per periodi temporanei, non sono riusciti a convincere i consiglieri municipali della Grande Mela.
Il 24 settembre otto di loro hanno firmato una lettera destinata alla Clinton Global initiative, la fondazione benefica di Bill e Hillary Clinton per invitarla a non pubblicizzare l'uso degli alloggi Airbnb per una delle sue conferenze.
Un affronto non da poco per la società oggi valutata 10 miliardi di dollari, diffusa in 33 mila città e declamata come il più grande successo della sharing economy.
LO SCONTRO CON PROPRIETARI E STATI. Fondata nel 2007 da Brain Chesky, Joe Gabbia e Nathan Blechacrzyk con l'idea di offrire l'aria di San Francisco (air), un letto (bed) e una colazione (breakfast), Airbnb si ritrova da mesi al centro di polemiche e dispute legali.
A fronte di un boom da 6 milioni di utenti, c'è una selva di proprietari di alberghi che ne denunciano la concorrenza sleale, inquilini che lamentano il via vai di turisti dai loro palazzi e autorità giudiziarie che contestano il mancato rispetto delle leggi su affitti e soggiorni.
TOGLIE APPARTAMENTI AI NEWYORCHESI. La stampa ha iniziato a raccontare gli Airbnb noir, le peggiori esperienze vissute da viaggiatori e affittuari: dalle coppie che occupano una stanza per mesi e non vogliono andarsene alle prostitute che utilizzano il portale per i loro appuntamenti.
E ad agosto è anche spuntata una app, Hurtbnb, che permette di individuare se nell'arco di 500 metri da un dato indirizzo ci sono immobili segnalati su Airbnb: una utile arma per gli oppositori della società che non rende pubblica la posizione delle stanze in offerta.
Eppure le accuse rivolte dal consiglio municipale di New York hanno un gusto ben più amaro. «L'obiettivo della città di New York», hanno scritto gli otto consiglieri della Grande mela, «è mantenere almeno 120 mila alloggi a prezzi abbordabili e Airbnb sta contribuendo alla perdita di almeno 14 mila appartamenti».
Come dire che una società che si propone come il Robin hood degli alloggi e promette agli affittuari di guadagnare e ai turisti di risparmiare è già diventata in realtà uno strumento della rendita.

Dalla Francia alla Spagna: i guai europei dell'albergo più grande del mondo

Uno dei cartelloni della campagna di Airbnb a New York.

Oggi Airbnb può essere definito il più grande albergo diffuso del mondo: al contrario del couchsurfing, la rete di ospitalità gratuita che mette in connessione chi cerca e chi offre un posto dove dormire, compresi i divani più o meno sfondati, Airbnb promette costi ridotti e guadagni per tutti.
L'idea è quella comune ad altre start up della sharing economy: sfruttare il potenziale non sfruttato dei beni di mercato, rimettendoli in qualche modo in circolo, anche le stanze inutilizzate.
Così chi cerca un alloggio ha un'ampia possibilità di scelta tra appartamenti sfarzosi e case popolari, quartieri centrali e zone periferiche e solitamente trova un prezzo minore rispetto alle offerte degli alberghi.
LA COMMISSIONE È TRA IL 6 E IL 12%. Chi subaffitta incassa guadagni che possono variare da poche decine di dollari utili ad arrotondare a fine mese fino a centinaia di dollari per gli attici di lusso. E l'intermediario, cioè Airbnb, si mette in tasca una commissione che varia dal 6 al 12%.
L'effetto sul piano economico dovrebbe essere da una parte risparmio, dall'altra la generazione, se non la ridistribuzione di una nuova ricchezza.
Ma intanto, come nel caso di Uber, tutto si muove senza una vera regolamentazione. E le condanne hanno inziato a fioccare in tribunale. A maggio un giudice di Parigi ha condannato un utente di Airbnb a pagare 2 mila euro di danni a una società immobiliare per aver subaffittato l'appartamento.
L'agenzia aveva chiesto molto di più di 16 mila euro, ma la condanna ha aperto comunque un precedente e ha costretto la filiale francese della società americana a raccogliere i dati di chi offre case e stanze in affitto temporaneo e a renderli disponibili per i controlli della finanza.
LA RESPONSABILITÀ FISCALE SUGLI UTENTI. Ad agosto i guai si sono spostati in Spagna. Il governo della Catalogna ha comminato alla società americana una multa da 30 mila euro: a Barcellona gli affitti gestiti dai privati sono vietati e i turisti devono registrarsi e pagare la tassa di soggiorno.
In teoria Airbnb rimanda la responsabilità agli utenti, dopo due anni, infatti, ha pubblicato sul suo sito un avvertimento che invita gli utenti a verificare le regole locali prima di pubblicare il proprio annuncio: «Ci aspettiamo che tutti gli host rispettino le proprie normative locali, i contratti, le autorità fiscali e qualsiasi altra legge applicabile al loro caso», ha spiegato il sito prima di intimare: «Sei responsabile della gestione delle tue tasse e degli eventuali obblighi fiscali». Ma evidentemente non può bastare.

Proprietari a fianco del comitato per la casa: la strana alleanza contro Airbnb

L'applicazione di Airbnb.

Problemi simili sono sorti in diverse città degli Stati Uniti. A Portland e a San Francisco Airbnb ha accettato di diventare di fatto anche esattore delle tasse per conto delle amministrazioni locali. Ma a New York, il maggiore mercato della ex start up, affollato di alberghi e proprietari alberghieri e con prezzi degli affitti alle stelle, lo scontro è ben più duro.
Nell'autunno del 2013, l'ufficio del procuratore generale ha chiesto a Airbnb di fornire informazioni su 15 mila affittuari che avevano pubblicato inserzioni sul sito, nel tentativo di reprimere l'evasione fiscale e «alberghi illegali». Di fatto la società sarebbe invitata a dare i dati e scaricare la responsabilità dell'illegalità sui propri utenti. E cosa succederebbe se chi pubblica un annuncio rischiasse di finire denunciato dal portale stesso?
DUE TERZI DI AFFITTI ILLEGALI? Al procuratore ovviamente non interessano i problemi di struttura di una società di sharing economy. Piuttosto gli interessano tasse e leggi. Secondo uno studio commissionato dalla procura, i due terzi dei 19.522 annunci di media che gravitano sulla Grande mela sono subaffitti quasi permanenti, dove il proprietario non è presente in casa.
In particolare, l'ufficio del procuratore ha individuato uno zoccolo duro di circa 124 utenti con almeno 10 annunci a testa, che avrebbero generato circa 60 milioni di dollari di entrate in tre anni.
La società ha replicato pubblicamente che gli abusi si limitano all'1% degli utenti, peraltro bannati. Che l'87% degli utenti affitta l'appartamento in cui vive. Mentre addirittura il 62% degli annunci newyorchesi è di inquilini che usano le entrare per arrotondare e pagare il loro affitto.
Inoltre, dice Aibrnb, la sua attività frutta alla città 768 milioni di dollari in attività economiche, di cui oltre 36 milioni sarebbero imposte destinate a entrare nelle casse dello Stato. La battaglia, tuttavia, non sembra destinata a placarsi. Anzi, si allarga, creando strane alleanze. I proprietari immobiliari dei palazzi bene della Grande mela che lamentano le incursioni di turisti infatti si sono affiancati ai critici più radicali.
UNO STRUMENTO DI RENDITA. «Il loro marketing è accattivante», ha dichiarato al New York Magazine Jaron Benjamin del Comitato metropolitano sulla casa, una organizzazione non governativa che combatte da 50 anni le battaglie per il diritto alla casa e oggi uno degli animatori della protesta contro l'ex start up.
«La verità però è che i proprietari si sono accorti che guadagnano di più dagli affitti temporanei». Secondo Benjamin, afroamericano coi rasta a capo del sindacato inquilini, il risultato è chiaro: gli immobili vengono sottratti al mercato regolare per essere affittati ai turisti di turno.
Per ora nessuno ha calcolato gli effetti dei subaffitti sul mercato. Ma le argomentazioni del Comitato casa sono state adottate, strumentalmente o no, dagli oppositori della società.
E oggi i consiglieri della Grande mela denunciano la nascita di un mercato sommerso che ha peggiorato la vita dei cittadini di New York. E non dei cittadini a caso, ma di quelli più in difficoltà. Un bello schiaffo per i sostenitori senza se e senza ma della sharing economy: da stella del nuovo modello produttivo, Airbnb rischia di diventare la prima grande dimostrazione delle sue falle.

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