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MAMBO 7 Ottobre Ott 2014 1225 07 ottobre 2014

Camusso e l'irrilevanza della Cgil

La leader vuole far cadere Renzi. E alla trattativa sceglie la guerra ideologica. Consegnando il sindacato alla sconfitta.

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La leader della Cgil, Susanna Camusso.

L’impressione che si ricava dal succedersi delle dichiarazioni di Susanna Camusso è che lei non voglia strappare qualcosa dal governo, ma voglia esclusivamente farlo cadere.
L’impresa appare, a tutt’oggi, fuori dalla portata della Cgil ma indica in modo esemplare in quale passaggio storico si trovi il sindacato maggiore.
Non è solo il paragone con la Lady di ferro britannica a segnalare l’avversione «di classe» di Camusso a Renzi, ma soprattutto la contrapposizione irriducibile al governo che nega persino la possibilità di una trattativa.
SINDACATI NEL MIRINO DI RENZI. Camusso sente a pelle, come si dice, che Renzi è armato di profonda contrarietà ai sindacati, che non ne considera positiva la funzione svolta, che vuole intercettare la grande impopolarità che li circonda e che solo Camusso non vede. Camusso, in poche parole, sente il pericolo.
L’intelligenza politica dovrebbe, quindi, suggerirle una maggiore capacità di movimento invece della scelta della guerra civile. Un maggior rapporto con la realtà le dovrebbe indicare che è privo di senso ed è sbagliato politicamente ed eticamente definire «di destra» un governo che è collocato nel centrosinistra. Sbagliato anche perché con un governo di destra, un sindacato degno di questo nome tratta.
CGIL NON PERVENUTA. Camusso, invece, così come fece Cofferati, consegnando la Cgil all’attuale irrilevanza politica e sociale, ha scelto tardivamente la strada del pan-sindacalismo, preferendo accentuare gli aspetti politici rispetto a quelli puramente sindacali.
Trascuriamo, per un momento o definitivamente, il discorso se sia giusta o meno questa collocazione nello scacchiere politico del sindacato che Di Vittorio, Lama e Trentin posero al centro dell’Italia e occupiamoci per qualche riga invece sulle ragioni di questo pan-sindacalismo senile e sulle sue conseguenze.
LA MANCANZA DI UN PROGETTO. Da anni la Cgil, essendosi dedicata esclusivamente agli occupati e non riuscendo neppure a difenderli, ha fatto della scena politica il suo principale luogo di azione. Nessun suo leader ha mai messo mano a una cosa che assomigliasse a un «progetto per l’Italia».
Il sindacato, che avrebbe dovuto essere riformista, ha preferito valorizzare la sua collocazione corporativo-oppositiva. Nessun paragone con i grandi sindacati tedeschi e, tanto meno, con quelli nord americani. Siamo, lo so che è un giudizio troppo secco, di fronte allo sviluppo di una sorta di lobbismo di massa. Un lobbismo che di necessità volge in politica, perché non è forte di ragioni sindacali. La conseguenza sta nell’impoverimento della dialettica sociale.
L’Italia era diventata la settima potenza mondiale perché il sindacato era interlocutore del fior fiore dell’imprenditoria nazionale, e riusciva a condizionare l’azione di governo. Cgil e Cisl si sono inseguite per decenni sul terreno di modelli organizzativi ideati al fine di rendere più forte la rappresentanza nel nome della maggiore produttività di sistema.
QUELL'ARIA DA ROTTAME FRANCESE. Oggi invece il sindacato che fu di classe assomiglia più che a una confederazione di tipo italiano ai rottami della sinistra francese negli anni della Cgt (Confédération générale du travail) e del Pcf (Parti communiste français)
Camusso non è mai stata comunista. Lo sta diventando proprio ora?

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