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SCENARIO 7 Ottobre Ott 2014 1747 07 ottobre 2014

Jobs act, apertura della minoranza Pd

Lavoro: la fronda dem apre al segretario. Solo Civati fa muro. Fiducia più vicina.

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Matteo Renzi.

L’incontro tra Renzi e i sindacati «è finito esattamente come doveva finire». Nell’area renziana nessuno si aspettava un esisto diverso del summit con Cgil, Cisl e Uil: il premier ha ribadito il primato della politica sulle confederazioni, affrontando i segretari generali esattamente come ha affrontato la minoranza del suo partito, ascoltando (seppur con qualche battuta per spezzare la lunghezza di alcuni interventi) tutti, ma senza lasciar incidere nessuno.
«LA POLITICA PRENDE LE DECISIONI». I fedelissimi del segretario dem ci tengono anche a ricordare che «Renzi è sempre stato questo: da anni ripete che la politica deve prendere le decisioni, senza condizionamenti, assumendosi le proprie responsabilità. Sarà la storia a dire se sono giuste o sbagliate, non Susanna Camusso».
CAMUSSO: «NESSUNA CONCERTAZIONE». La leader di Corso d’Italia, dopo essere uscita da Palazzo Chigi, ha sostanzialmente confermato questa versione dei fatti: «Credo che nessuno possa dire che si sia avviata una nuova stagione di concertazione perché il dire 'andiamo avanti, ma poi decide solo la politica e con voi discuteremo dopo non è nessun concreto passo avanti'».

Il disgelo della minoranza Pd: «Dal premier aperture»

Il ministro del Lavoro Poletti con il sottosegretario Bellanova.

Non è dello stesso avviso, però, la minoranza del Partito democratico, che interpreta il vertice di martedì 7 ottobre come un segnale di disgelo.
Non ancora sufficiente, ma importante. «Il fatto che l’articolo 18 rimane per i licenziamenti di tipo disciplinare è un passo avanti, ma rimane la ferita dei licenziamenti economici che non hanno tutela. Adesso aspettiamo di sapere cosa ci sarà scritto nel maxiemendamento», dice a Lettera43.it il presidente della commissione Lavoro della Camera ed ex ministro, Cesare Damiano.
BARUFFI: «SEGNALI POSITIVI». Anche Davide Baruffi, emiliano della parte dialogante di Area riformista, esperto di lavoro, sostiene che quella di Renzi «è un’apertura di cui tenere conto. Certo, non basta a risolvere i problemi, ma è comunque un segnale positivo».
Parole che lasciano intendere un ammorbidimento dei toni nelle Aule parlamentari, quando arriverà la richiesta di fiducia del governo sul Jobs Act, anche se Renzi ha prima voluto capire che aria tirava in Senato dopo le interruzioni della mattina per mancanza del numero legale. Erano 23 gli assenti del Pd. Di cui solo 12 «giustificati».
FIDUCIA SUL MAXIEMENDAMENTO. Il sottosegretario al Welfare Teresa Bellanova ha annunciato che sarà su un maxiemendamento dell’esecutivo, e in Transatlantico c’è già chi scommette su un’approvazione senza grossi problemi.
Come Pippo Civati, per esempio, che mastica amaro per essersi ritrovato quasi da solo a combattere contro Renzi e la maggioranza del partito, dopo aver fatto fronte comune con la vecchia guardia della Ditta nei giorni scorsi. «Ci manca solo che Bersani vada a cercare i voti per far passare la fiducia… Anzi, ci devo parlare», dice con una battuta il deputato lombardo.
Dura la senatrice civatiana Lucrezia Ricchiuti che ha annunciato che voterà la fiducia sull'emendamento al Jobs Act, solo se esso conterrà «passi avanti» rispetto all'attuale testo della delega lavoro.
La verità è che la lettura di Civati non va troppo lontano da ciò che sta accadendo nelle ultime ore in casa Pd. Almeno stando ai rumors di Palazzo, infatti, sul Jobs Act il governo Renzi può stare sereno. Davvero.

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