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BASSA MAREA 7 Ottobre Ott 2014 0615 07 ottobre 2014

Midterm Usa, Obama e la crisi economica

Il presidente potrebbe perdere le elezioni di medio termine. Per colpa dell'economia.

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Il presidente Usa, Barack Obama.

Fra un mese gli Stati Uniti vanno al voto per rinnovare tutta la Camera, un terzo del Senato e numerose cariche locali.
L’economia sarà la bussola per molti elettori e se i sondaggi a tutt’oggi hanno ragione non sarà una scelta favorevole al Partito democratico e al presidente Obama, che potrebbe perdere - non è detto, ma rientra nel possibile - la maggioranza anche in Senato e quindi trovarsi con le mani legate negli ultimi due anni del suo doppio mandato. È accaduto a vari predecessori, soprattutto dagli Anni 70, e si chiama in gergo politico divided government.
Ma come, l’economia americana sta facendo boom e Obama rischia di perdere?
OTTIMISMO MEDIATICO. Chi legge o ascolta solo i titoli ottimistici di alcuni giornali e telegiornali potrebbe restare sorpreso. Il fatto è che l’economia americana, per quanto migliore di quella dell’area euro per una somma notevole di motivi, dal petrolio alla maggiore elasticità e completezza del sistema economico e così via, non sta facendo boom.
Forse lo farà, ma sono tre anni che il boom viene annunciato dietro l’angolo e non si vede.
WALL STREET NON È MAIN STREET. Boom significa crescita notevole della maggior parte degli indicatori fondamentali e, soprattutto, dei redditi diffusi. A meno di voler sostenere che il boom di Wall Street, dove le contrattazioni sono dominate da banche e finanziarie e sono state gonfiate dall’enorme iniezione di liquidità fatta dalla Fed (non ancora conclusa del tutto), equivale al boom dell’economia.
I nove decimi degli americani direbbero subito che Wall Street non è Main Street.
RIPRESA DELL'OCCUPAZIONE. Si è visto un costante miglioramento del mercato del lavoro, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, e nel 2014 sono stati creati circa 200 mila posti al mese, 248 mila a settembre. Questo è importante. Ma ci sono vari aspetti che non rendono automatici i vantaggi politici per Obama, giustamente pronto a citare i dati.
La questione è complessa e, per sommi capi, è questa.
DAL 2009 CREATI 9 MLN DI POSTI. Da fine 2009 è stato creato più o meno lo stesso numero di posti persi nel 2007-2009, cioè circa 9 milioni nel settore privato (600 mila sono stati quelli bruciati nel settore pubblico perché anche l’America ha la sua austerità). Sono 55 mesi che i privati creano lavoro. C’erano 143,3 milioni di posti Fte (full time equivalent, cioè i full time più metà dei part time) nel dicembre 2007 e ce ne sono 143,6 milioni oggi.
Nel frattempo la forza lavoro è cresciuta di quasi 16 milioni. I disoccupati erano 7,6 milioni a fine 2007 e sono 9,3 milioni oggi, cioè il 5% della forza lavoro allora e il 5,9% oggi, più 2,5 milioni di part time che non riescono a lavorare a tempo pieno.
MISURA U6 ALL'11,8%. La misura U6 della disoccupazione, che somma disoccupati e part time involontari, è oggi dell’11,8% e a questi occorre sommare quelli usciti, non per limiti di età, dalla forza lavoro, quelli che si sono messi ai margini e per ora non lo cercano, grazie al welfare o altro.
È lo slack, la zona grigia della forza lavoro, che frena le mosse della Fed sui tassi, preoccupa il governatore Yellen, perché non è chiaro se il 5,9 ufficiale, non lontano cioè del pieno impiego, rappresenti davvero il mercato di oggi.
LA STAGNAZIONE DEI SALARI. La quasi stagnazione in termini di salari, 24 dollari l’ora in media nel 2007 e 24 dollari oggi, lo conferma. La famiglia media, alla metà cioè della scala dei redditi, ha perso l’8% circa del potere d’acquisto in sette anni e quattro volte tanto come capitale netto (immobiliare, soprattutto), e non si vede ancora una ripresa, anche se le ultimissime tendenze sui salari sono positive.
Siamo in un altro mondo rispetto all’area euro, che ha oggi una disoccupazione dell’11,5%, o siamo a un livello meno peggio in una scala per tutti deludente? Ottimi economisti americani spiegano che siamo nel meno peggio, ma l’erba del vicino è sempre più verde o così da noi molti vogliono vederla. In effetti è meno secca della nostra.
RAPPORTO EURO/DOLLARO. Inspiegabile poi come si dica che oggi il dollaro schiacci l’euro, che era sei mesi fa a 1,40 sul bigliettone e oggi è a 1,25, fatto più positivo che negativo per noi. Dipende molto dalle aspettative sui tassi, non dalla forza prorompente dell’economia Usa, che non c’è, nonostante sia meno acciaccata di quella europea.
Nessuno giustamente scriveva un anno fa che l’euro schiacciava il dollaro, perché avevamo in Europa tanti guai e poi non siamo una nazione ma solo una parziale Unione né abbiamo davvero un esercito, componente fondamentale - quando la scena proprio peggiora - della forza di una moneta. Ma che cosa si sarebbe dovuto dire nel 2000 quando l’euro scese sotto gli 83 cent: che il dollaro lo soffocava nella culla?
CRESCITA ASFITTICA. E poi il Pil. Molti indicano il +4,6% del secondo trimestre e dimenticano che dal 2010 le oscillazioni trimestrali sono state spesso fortissime e che il meno 2,1% del primo trimestre 2014 ci dice come la crescita dell’economia Usa nei primi sei mesi sia stata su base annua dell’1,25. Cioè il doppio di quella dell’area euro, che se fosse un’automobile marcerebbe in prima ridotta, mentre gli Stati Uniti in seconda…ridotta (l’Italia, in retromarcia).
Ora, per poter realizzare a fine anno un più 2,5, modesto su base storica ma ottimo di questi tempi (e per l’Italia un sogno) la crescita da giugno a dicembre dovrà essere in media del 3,75. Del 4,75 per arrivare a un buon più 3% annuale. E non saremmo ancora nel boom.
Fra un mese gli americani ci diranno come la pensano.

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