Economia 8 Ottobre Ott 2014 1132 08 ottobre 2014

Ebola: perché il vaccino non è un affare

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La mappa del contagio Ebola. In Sierra Leone sono stati registrati 121 morti e 81 nuovi casi nella sola giornata di sabato, una delle peggiori da quando è comparsa la malattia. Mappa dei casi, decessi e infezioni più recenti nei tre Paesi più colpiti dal virus. L’epidemia di ebola che sta mettendo in ginocchio l’Africa occidentale, dove ha già provocato oltre 3.431 vittime, continua a fare paura. Anche nel mondo occidentale dopo i casi in Spagna e Stati Uniti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità le persone contagiate sono circa 6.000, ma per  il Centers for Disease Control and Prevention americano l’Oms sottostima l’entità del problema: i contagi sarebbero circa 20.000 e potrebbero salire a una cifra tra 500.000 e 1,4 milioni entro fine gennaio. Il timore di una diffusione del virus al di fuori del continente africano è alta e a poco servono gli inviti alla calma dei Governi. L’allerta è massima: negli Stati Uniti il presidente Barack Obama ha moltiplicato i controlli, in Europa si preparano misure di monitoraggio e risposta e in Italia, dove per il momento non ci sono stati casi accertati, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha fatto sapere che nella Legge di stabilità sono stati chiesti 5 milioni di euro per potenziare i controlli e agire in caso di necessità. In un quadro così preoccupante, la priorità assoluta è data alla ricerca di farmaci e vaccini efficaci: gli sforzi procedono senza sosta, anche a Napoli dove un team di ricercatori di Okairos, società scorporata da Merck nel 2007, guidati da Riccardo Cortese sta lavorando al vaccino senza fondi. BIG PHARMA NON INVESTE: L'AFFARE NON C'È Ma il vaccino non c'è ancora. Eppure Ebola esiste dal 1976. La ragione? La malattia è rara e i colossi farmaceutici non si sono impegnati per trovare la cura perché il business non c'è: la messa a punto di un farmaco o di un vaccino è un procedimento costosissimo, e un'azienda farmaceutica non potrà mai recuperare l'investimento vendendo sul mercato una terapia per l'Ebola. Quanto? Secondo il Center for Global Development, per sviluppare un farmaco o vaccino si spende in media 1 miliardo di dollari. Per recuperare tale investimento bisogna che l'epidemia sia davvero mondiale. E solo negli Stati Uniti le agenzie federali hanno speso già 170 milioni di dollari in contratti di ricerca per studiare i virus che provocano febbre emorragica,  di cui 91 per l'ebola. Ora, con l'acutizzarsi dei contagi, le cose potrebbero cambiare. E la prova è qualche grande azienda sta cominciando a muoversi. Economiaweb.it ha fatto la mappa. 1. IL FRONT RUNNER BRITANNICO È GLAXOSMITHKLINE, LA SORPRESA GIAPPONESE È FIJIFILM HOLDING Tra i colossi farmaceutici è da tempo all’opera in particolare la britannica GlaxoSmithKline, che sta lavorando a un vaccino in collaborazione con il National Institute of Allergy and Infectious Disease (Niaid), uno dei 27 istituti che compongono il National Institutes of Health, agenzia federale americana per la sanità. La storia di Glaxo è nota: quasi 100.000 dipendenti, vendite annuali per circa 40 miliardi di dollari, conti non sempre spettacolari, ma saldamente in attivo. Ha la potenza di fuoco e le caratteristiche per essere considerata il front runner, il cavallo su cui scommettere per arrivare a risultati concreti e riproducibili su larga scala. Chi invece è considerata una sorpresa del settore è la giapponese Fijifilm Holding, colosso della fotografia con quasi 20 miliardi di vendite e profitti per un miliardo di dollari all’anno: passati gli anni d’oro in cui dominava il panorama della fotografia con l’americana Eastman Kodak, con l’avvento dell’era digitale ha diversificato le proprie attività anche nel campo chimico, farmaceutico e medicale. La controllata Toyama Chemical sta eseguendo test su un farmaco sperimentale contro l’ebola. 2. LA CANADESE TEKMIRA PHARMA LAVORA DA TEMPO A UN FARMACO Viene invece dal Canada la società che ha ottenuto qualche risultato concreto. Tekmira Pharmaceuticals, piccolo gruppo con sede nella British Columbia, meno di 90 dipendenti, vendite annuali per 15,5 milioni di dollari e perdite per 87 centesimi per azione, ha messo a punto un farmaco sperimentale, il Tkm-Ebola, che è stato usato con successo per trattare Richard Sacra, il medico e missionario americano che aveva contratto il virus in Liberia. Anche Mapp Biopharmaceuticals, gruppo americano di San Diego, non quotato, ha studiato una terapia sperimentale e apparentemente almeno in parte efficace contro l’ebola conosciuta come ZMapp. È stata usata per trattare tre liberiani, uno dei quali è morto, una suora britannica in Sierra Leone, che è guarita, e un anziano prete spagnolo, che non ce l’ha fatta. 3. LE PICCOLE CHE SPERIMENTANO: SAREPTA, NEWLINK E BIOCRYST Al momento è invece meno attiva Sarepta Therapeutics, che sta lavorando seppure a rilento su due farmaci per trattare i virus che, come l’ebola, provocano febbre emorragica. NewLink Genetics, con sede in Iowa, è uno dei gruppi a bassa capitalizzazione che stanno lavorando a un vaccino, che il mese scorso ha ricevuto il via libera a procedere con la prima fase dei test dalla Food and Drug Administration, l’agenzia federale americana di supervisione sul mercato farmaceutico e alimentare. Al lavoro su un farmaco, che dovrebbe andare in parallelo con il potenziale vaccino di Glaxo, è BioCryst Pharmaceuticals, piccolo gruppo da tempo in difficoltà a fare quadrare i conti. La società il mese scorso ha ricevuto finanziamenti per 4 milioni di dollari per sviluppare il Bcx4430, che potrebbe essere utilizzato contro un ampio spettro di virus come l’ebola.

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