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ECONOMIA 12 Ottobre Ott 2014 0930 12 ottobre 2014

Lavoro precario, la giungla dei contratti temporanei

Tra stage, dottorati e tirocini sono oltre 50 tipi. E solo il 15% supera l'anno.

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Una manifestazione di lavoratori.

Precarietà, in Italia è giungla dei contratti temporanei.
Rapporti di lavoro autonomo che in realtà celano rapporti di subordinazione: dalle 400 mila false partite Iva che si stima ancora ci siano, agli associati in partecipazione, a una parte dei 650 mila collaboratori.
Per non parlare del lavoro nero, con i suoi 2,8 milioni di addetti. E di quello grigio: per esempio, il part time che nasconde lavori a tempo pieno, con l'azienda che risparmia sui contributi e il lavoratore che quando gli va bene prende il fuori busta.
IL NODO ART.18. Come si legge il 12 ottobre sul Corriere della Sera, solo così, oltre che con gli effetti della crisi, si può infatti spiegare l'esplosione del lavoro a tempo parziale, passato da meno di 3 milioni di addetti nel 2000 a 4,1 milioni nel 2014.
Il governo sostiene che la situazione potrebbe miglirare rimuovendo l'articolo 18, almeno per i nuovi assunti e disboscando allo stesso tempo la giungla contrattuale. Ma per esperti e imprenditori il fattore decisivo è un altro. Solo un drastico taglio delle tasse sul lavoro potrebbe rilanciare la buona occupazione.

Le principali forme contrattuali sono 24

Un operaio al lavoro sulla Fiat 500.

L'Osservatorio dei lavori diretto dal professor Patrizio Di Nicola dell'Università La Sapienza ha terminato di censire, attraverso il lavoro di Davide Imola, ben 50 forme contrattuali e paracontrattuali (stage, tirocini, dottorandi) sorte nel corso degli anni, concludendo che quelle principali sono attualmente 24.
Matteo Renzi, per ora, ha promesso di cancellare solo le collaborazioni a progetto.
ITALIA IN LINEA CON L'EUROPA. Eppure, secondo la direttiva europea 1999/70, «la forma comune dei rapporti di lavoro» dovrebbe essere «a tempo indeterminato». Se si guarda allo stock di lavoratori, l'Italia è in linea. Su 22 milioni e mezzo di occupati, 17 milioni circa sono lavoratori dipendenti e 5 milioni e mezzo indipendenti. Dei 17 milioni di dipendenti, 14 e mezzo sono a tempo indeterminato, cioè l'85%.
Ottimo per la direttiva Ue. Ma il quadro si capovolge se dallo stock passiamo al flusso, cioè se esaminiamo i rapporti di lavoro attivati.
15% DI CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO. Prendiamo gli ultimi dati disponibili, relativi al secondo semestre 2014. In questo periodo sono stati avviati 2.651.648 rapporti di lavoro dipendente e parasubordinato. Di questi, solo 403.036 a tempo indeterminato, cioè appena il 15%. Il resto, l'85% dei casi, sono contratti temporanei. Quindi, per chi entra o rientra nel mondo del lavoro, i giovani ma anche coloro che sono stati licenziati e trovano una nuova occupazione, la forma comune di lavoro è a termine. Sono infatti più di 1,8 milioni i contratti a tempo determinato attivati nel secondo trimestre del 2014, cioè il 70%. Al secondo posto ci sono i contratti di collaborazione, il 5,8%, i contratti di apprendistato appena il 3,1%.

Il 40% dei rapporti dura al massimo un mese

Il Senato degli Stati Uniti d'America.

Secondo però la rilevazione del ministero del Lavoro, nel secondo trimestre 2014, su 2,4 milioni di rapporti di lavoro cessati (fine del contratto, pensione, dimissioni, licenziamenti), solo 381 mila, cioè il 15%, aveva avuto una durata superiore a un anno. Ben 956 mila, cioè il 40%, era durato al massimo un mese. Di questi, in 403.760 casi il lavoro era stato di un solo giorno (il 16,6% del totale), in 170.507 casi di 2-3 giorni.
In sintesi, guardando al flusso (assunzioni-cessazioni) anziché alla fotografia dello stock (lavoratori in servizio), dominano i contratti a termine e di brevissima durata, magari prorogati e rinnovati più volte per anni.
L'ITER PARLAMENTARE. Il contratto a tempo indeterminato che il governo vuole introdurre con il disegno di legge delega appena approvato dal Senato e ora all'esame della Camera, punta a superare questa situazione rendendo il nuovo contratto meno costoso per le aziende rispetto ai contratti temporanei (ma servono diversi miliardi) e senza il vincolo dell'articolo 18 (di regola le aziende potranno licenziare indennizzando il lavoratore).
In questo modo il contratto a tutele crescenti dovrebbe diventare la forma prevalente, prendendo il posto del contratto a termine.

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