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ENERGIA 12 Ottobre Ott 2014 1013 12 ottobre 2014

Nuraxi Figus e Carbosulcis: una storia di sprechi

La miniera sarda di Monte Sinni è costata 600 mln. Ora lo stop. Per altri 200 mln.

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Quella di Nuraxi Figus era l'ultima miniera estrattiva di carbone rimasta in Italia. (Getty)

Fine della corsa, lo dice Bruxelles. Non è più tempo di sottosuolo, gallerie e caschetti con lampade: saranno da collocare nei musei tra i reperti di archeologia industriale.
Ma è sempre tempo per finanziamenti pubblici: l’ultima miniera estrattiva di carbone di tutta Italia, quella di Monte Sinni a Nuraxi Figus, in Sardegna, è destinata infatti a spegnersi al costo di circa 200 milioni di euro.
L’ok è stato dato dall’Europa e accolto da un plauso politico bipartisan: quello dell’attuale giunta di centrosinistra e quello degli ex assessori di centrodestra.
30 MLN L'ANNO DA CARBOSULCIS. La miniera infatti è a controllo pubblico, in mano a una partecipata regionale, la Carbosulcis, che inietta ogni anno 30 milioni di euro. C’è un unico contratto in piedi, quello con Enel, che prevede 1 milione e 300 mila tonnellate di materiale in tre anni da bruciare nella vicina centrale elettrica; un’attività che comunque non copre i costi di gestione. E il fabbisogno di carbone (ad alto contenuto di zolfo e quindi di bassa qualità) è drasticamente diminuito con lo spegnimento delle industrie del Sud Sardegna, soprattutto dell’energivora Alcoa.
STOP PROGRESSIVO IN QUATTRO ANNI. Il piano, di cui sfuggono ancora i dettagli, prevede lo stop progressivo all’estrazione tra quattro anni, nel 2018. E poi una lunga agonia fino al 2027 per messa in sicurezza e bonifica. Molti dei 430 dipendenti (minatori, tecnici e impiegati) andranno in pensione; in balia di eventuali sussidi dovrebbero restare circa 100 lavoratori, soprattutto ingegneri assunti qualche anno fa. Mentre per i 50 dell’indotto non ci sono possibilità di reintegro in un tessuto economico asfittico con un tasso di disoccupazione regionale al 17,5%.
PAGA LA REGIONE, SCONTO SULLA MULTA. Ok quindi dall’Ue per la chiusura con costo da 200 milioni. Ma chi pagherà? «Questo è uno dei quesiti scottanti», ha detto a Lettera43.it Mario Crò, segretario generale Uiltec del Sulcis-Iglesiente, «che si sappia sarà proprio la Regione, con un meccanismo di compensazione». Sempre di soldi pubblici: in ballo c’è infatti una multa da 400 milioni di euro comminata dall’Unione europea per due diverse infrazioni per aiuti di Stato. Ossia perché la miniera non avrebbe agito in contesto di libero mercato, proprio per i finanziamenti finiti nelle casse. «Se la chiusura andrà in porto», continua Crò, «pare che Bruxelles non terrà conto di quella sanzione milionaria». Insomma, un super sconto purché si chiuda per sempre.

La miniera è passata sotto il controllo della Regione Sardegna nel 1996. (Getty)

Dal 1971 al 1996 sono stati spesi 930 mld di lire; dal 1996 in poi 600 mln di euro

Di rilancio e di progetti si parla da quasi mezzo secolo: una girandola di passaggi di proprietà e soprattutto di denaro. Prima erano miliardi di lire, poi sono diventati milioni di euro. Un fiume inarrestabile: sono stati spesi 930 miliardi dal 1971 al 1996. Anno in cui la Regione Sardegna si è accollata ciò che restava delle gloriose miniere sarde del Sulcis. Allora l’asta di vendita dell’Eni andò deserta, ci furono dure proteste e l’occupazione dei pozzi per 100 giorni. Il progetto Eni del 1984, finanziato con oltre 500 miliardi di lire, naufragò dopo appena 10 anni. E arrivò appunto mamma Regione con il proposito, mai raggiunto, di traghettare la miniera in mano a privati . Nel frattempo alla Carbosulcis si sono succeduti manager di nomina politica che hanno guidato, o semplicemente presidiato, l’ordinaria amministrazione. Dal passaggio pubblico, in 17 anni, sono stati spesi 600 milioni di euro, con bilanci mai in pareggio.
REGIONE E GOVERNO VOGLIONO CHIUDERE. L’unica certezza ora è la volontà di Regione e del governo di chiudere. Questa almeno la ricostruzione del sindacalista Uil. «Non abbiamo ricevuto ancora nessuna convocazione dalla Regione nonostante i solleciti, nulla», ha detto Crò. «Sarà un continuo assestamento in base anche ai lavoratori che possono già andare in pensione». Man mano che Nuraxi Figus si spegnerà verrà meno anche l’introito dell’Enel. Ma non ci sono alternative, e quelle in campo sono state lasciate per strada. Tra tutte il progetto faraonico del carbone pulito, il cosiddetto Ccs (Carbon capture and storage) con la costruzione di una nuova centrale termoelettrica.
L'IPOTESI NAUFRAGATA DEL CCS. L’alternativa che avrebbe permesso una nuova vita alla miniera era stata inserita di recente nella legge Destinazione Italia: costo 1,2 miliardi di euro di incentivi a un potenziale investitore, da spalmare sulla bolletta energetica. La tecnologia innovativa avrebbe permesso di “pulire” il carbone, renderlo più competitivo e stoccare l’anidride carbonica nel sottosuolo. «Il piano di abbattimento dello zolfo sarebbe stato del 5%», ha spiegato Crò, «e con un processo chimico dagli scarti di lavorazione si sarebbe ottenuto un gel, costosissimo sul mercato, da utilizzare come fertilizzante. Ma ormai non c’è più spazio per le ipotesi».
CLIMA DI SMOBILITAZIONE. E così a Gonnesa si è spento pure il leggendario spirito di lotta. Negli ascensori industriali che portano in galleria a meno 300 metri non ci sono più i politici pronti alla discesa sotto le luci dei flash. E nel piazzale non si battono più i caschetti con scritte e adesivi delle proteste in trasferta. «Il clima è di smobilitazione», ha concluso Crò, «siamo disarmati, abbiamo le pistole a salve. Non si possono più fare rivoluzioni: all’interno c’è uno scontro generazionale tra chi deve andare in pensione, e chi ha iniziato a lavorare da pochi anni. Tra chi aspetta da una settimana all’altra la cifra esatta dell’incentivo e chi non sa quale sarà il suo futuro. Difficile metterli d’accordo». La linea tra sommersi e salvati è già tracciata. Appena due anni fa sarebbe stato più difficile.

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