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ENERGIA 16 Ottobre Ott 2014 0600 16 ottobre 2014

Calo del petrolio: gli effetti sui produttori

La Russia rischia il collasso. L'Iran di dover cambiare la linea sul nucleare. Mentre l'Arabia può resistere. Le conseguenze del crollo delle quotazioni.

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Per i grandi produttori di petrolio la ricchezza che ne deriva porta con sé un rischio di dimensioni altrettanto macrocospiche: cosa succederebbe alle loro economie, costruite sulle larghe fondamenta del business energetico, se le quotazioni dell'oro nero iniziassero a calare drasticamente?
Per Paesi come Russia, Iran e Arabia Saudita non si tratta di una domanda retorica, ma di una realtà in atto sui mercati internazionali da circa sei mesi, come documentato dall'Economist e da Vox.

I punti di break-even del prezzo del petrolio per i Paesi produttori (fonte The Economist).

LA CADUTA DEI PREZZI. Per capire quanto gravi possano essere le conseguenze di tale congiuntura, un buon punto di partenza è offerto dal grafico dell'Economist riportato qui sopra, che illustra l'andamento del prezzo del petrolio con i relativi punti di break-even (di pareggio) per i Paesi produttori. Questi indicano infatti quali siano i prezzi di vendita di un barile di petrolio sufficienti a coprire esattamente i costi di produzione sostenuti, per chiudere la partita senza profitti né perdite. Le nazioni riportate nel grafico sono tutte dipendenti dai ricavi del petrolio per la stabilità dei loro bilanci, tanto che quando il prezzo scende al di sotto del punto di pareggio, i governi avviano la procedura di deficit.
SOTTO I 90 DOLLARI AL BARILE. Come si vede, all'inizio del 2014 i prezzi del petrolio erano già al di sotto del punto di pareggio per Iran, Venezuela, Nigeria e Iraq. Ma attualmente, con i prezzi che calano oltre i 90 dollari al barile, al di sotto del punto di pareggio sono scivolate anche Libia, Russia e Arabia Saudita. Se le conseguenze peggiori sono quelle che rischiano di abbattersi su Mosca, a Teheran la situazione è in continuo mutamento. Mentre a Riad sembra prevalere un certo ottimismo.

1. L'economia della Russia rischia il collasso

Un impianto petrolifero russo.  

La situazione della Russia è quella che preoccupa di più. Il Paese è infatti già affetto da una crescita debole, con un modesto +0,4% previsto per il 2014. Un effetto dovuto in parte alla crisi ucraina in corso, dal momento che l'economia di Kiev è strettamente intrecciata a quella di Mosca, in parte all'imposizione delle sanzioni occidentali.
PREVISIONI NON REALISTICHE. La Russia ha inoltre previsto, nel suo programma nazionale di bilancio per il 2015, che il prezzo del petrolio si attesti a 100 dollari al barile. Il crollo delle quotazioni, già al di sotto di quella soglia, sta mettendo a dura prova i conti pubblici del Cremlino. I proventi del petrolio rappresentano circa il 45% del bilancio russo: se il prezzo continuasse ad abbassarsi, il Paese sarà costretto a intaccare le prorie riserve valutarie che ammontano a circa 74 miliardi dollari, oppure a varare un piano di tagli alla spesa pubblica, un'ipotesi che martedì 14 ottobre il presidente Vladimir Putin non ha escluso, definendola «possibile».
IMPATTO SU TUTTI I SETTORI PRODUTTIVI. L'impatto però potrebbe essere ancora più profondo: come ha spiegato Clifford Gaddy, economista americano specializzato in affari russi, l'industria del petrolio e del gas russo aiuta a tenere in piedi l'economia della nazione in molti modi. Per esempio, le compagnie petrolifere sono spinte ad acquistare macchinari da fabbriche locali, supportando così l'occupazione in altri settori industriali. Un sistema in parte creato dallo stesso governo di Putin, fondamentale per mantenere la stabilità a Mosca, che rischia di subire pesanti scossoni. «Difficile capire come la caduta dei prezzi del petrolio interesserà questo sistema», ha sottolineato Gaddy.
Del resto, proprio il crollo dei prezzi del petrolio negli Anni 80 contribuì fortemente a mettere in crisi l'Unione Sovietica e alla sua caduta definitiva nel 1991. Senza contare le possibili implicazioni di politica estera, che potrebbero ulteriormente radicalizzare gli sforzi aggressivi di Putin volti a mantenere una forte influenza sull'Ucraina.

2. Il calo dei prezzi congela la ripresa in Iran

L'Iran è uno dei maggiori esportatori di petrolio a livello mondiale.  

L'economia iraniana aveva da poco iniziato a rimbalzare dopo anni di recessione, in parte causata dalle pesanti sanzioni occidentali, prima che il crollo dei prezzi congelasse la ripresa. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva addirittura previsto una crescita dell'1,5% nel 2014 e del 2,3% nel 2015.
DIFFICOLTÀ A ESPORTARE IL GREGGIO. La discesa delle quotazioni rappresenta un grosso problema per la teocrazia sciita, che ha bisogno di prezzi ben superiori ai 100 dollari al barile per equilibrare il suo bilancio, tanto più che le sanzioni occidentali hanno reso molto più difficile per Teheran esportare il greggio. Se i prezzi del petrolio continuassero a calare, il governo iraniano potrebbe essere costretto a compensare i mancati introiti con misure impopolari, ad esempio ritirando i sussidi per il carburante a vantaggio dei propri cittadini.
CAMBIO DI STRATEGIA SUL NUCLEARE. Anche la posizione di politica estera dell'Iran potrebbe cambiare, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo delle tecnologie nucleari. I negoziati con la comunità internazionale sono in fase di stallo, ma la ripresa economica aveva spinto i leader politici iraniani a dichiarare che il Paese si sarebbe risollevato anche se i colloqui si fossero conclusi con un nulla di fatto circa la rimozione delle sanzioni. Stati Uniti e Unione europea puntano a trovare un accordo entro il mese di novembre: gli attori occidentali potrebbero approfittare della situazione determinata dal calo dei prezzi del petrolio, e offrire un sollievo dalle sanzioni in cambio di una strategia più rassicurante di Teheran sul proprio programma nucleare.

3. L'Arabia Saudita può resistere fino a 80 dollari al barile

Un campo petrolifero in Arabia Saudita.  

L'Arabia Saudita sembra essere il Paese messo meglio. I prezzi del petrolio sono ormai sotto il punto di break-even di Riad, che è pari a circa 93 dollari al barile, ma i leader del Paese sembrano fiduciosi di poter sopravvivere al colpo.
In teoria l'Arabia Saudita, visto il suo peso massiccio sul mercato, potrebbe rispondere cercando di tagliare la produzione, al fine di sostenere il livello dei prezzi a livello mondiale. Ma per il momento i sauditi sembrano aver messo in conto una 'resistenza' di uno o due anni, quandanche le quotazioni dovessero scendere a 80 dollari al barile.
LA LEZIONE DEGLI ANNI 80. Una possibile ragione è che l'Arabia Saudita ha imparato la lezione dalla metà degli Anni 80, quando a fronte del calo dei prezzi del petrolio il regno cercò di tagliare l'offerta nella speranza che le altre nazioni dell'Opec l'avrebbero seguito. Ma nessun altro lo fece, e l'Arabia Saudita subì di conseguenza enormi perdite e deficit di bilancio.
Una seconda ragione è data dal fatto che i funzionari sauditi ritengono che prezzi più bassi, fino a 80 dollari al barile o anche inferiori, potrebbero danneggiare alcuni produttori di shale-oil negli Stati Uniti, rendendo il business non più redditizio e costringendo quindi Washington a ridurre la produzione. Dal momento che il petrolio saudita tende ad essere più economico da produrre, un'eventuale riduzione da parte americana basterebbe a riportare i prezzi al punto di break-even per Riad.
RISCHIO DEFICIT ALL'1,4% NEL 2015. Tuttavia, è difficile capire fino a che punto l'Arabia Saudita potrebbe reggere lasciando andare giù i prezzi del greggio senza subire contraccolpi. Nel mese di settembre il Fmi ha avvertito che la monarchia rischia un deficit di circa 1,4 punti percentuali nel 2015, anche a causa degli investimenti e dei grandi progetti infrastrutturali in corso di realizzazione e degli aiuti finanziari che ha distribuito in tutto il Medio Oriente. Uno scenario del genere potrebbe quindi costringere l'Arabia Saudita a intaccare le sue (enormi) riserve valutarie, una scelta che preoccupa alcuni osservatori sul lungo periodo. Basti pensare che il 14 ottobre il principe Al-Waleed bin Talal ha pubblicato una lettera aperta al ministro del Petrolio, avvertendo che il Paese «deve affrontare il pericolo di continuare a dipendere quasi interamente» dai proventi dell'oro nero.

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