Economia 16 Ottobre Ott 2014 1138 16 ottobre 2014

Crisi greca: perché i mercati sono in ostaggio

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Antonis Samaras, primo ministro greco. A febbraio si vota in Grecia. E Antonis Samaras, pur di vincere le elezioni, è pronto a rifinanziare il suo Paese con tassi del 7% rispetto all'uno secco garantito dal Fondo monetario. Proprio la decisione di Atene di licenziare la Troijka sta scatenando le ire dei mercati, che soltanto mercoledì 15 ottobre hanno bruciato 276 miliardi di euro soltanto in Europa. Ma il messaggio non è rivolto al solo Samaras. Il quale - con la stessa hybris che metteva nei guai gli eroi omerici - credeva di poter confermare senza aiuti esterni il trend delle emissioni degli ultimi mesi. Lo scorso 10 aprile, quando il Paese è tornato sui mercati, la Grecia ha dovuto riconoscere su un bond quinquennale con scadenza quinquennale un rendimento del 4,75%. Sceso poi sul secondo mercato, perché gli ordini sono stati pari a 20 miliardi rispetto a un'offerta iniziale di tre. 1. L'IMMOBILISMO DI BRUXELLES, SEGNALI DI GUERRA Gli operatori, riducendo le loro esposizioni sull'Europa, hanno voluto mandare segnali di guerra soprattutto verso Bruxelles (sede della Commissione) e verso Francoforte (sede della Bce). Con la prima economia (Germania) in corsa verso la recessione, la seconda (Francia) e la terza (Italia) in depressione e tutta l'area in deflazione, l'unica soluzione politica trovata è stata quella di sforare il deficit/pil senza mettere in campo un minimo di riforme strutturali anticicliche. Come si apprestano a fare Italia e Francia. 2. C'ERA UNA VOLTA DRAGHI Agli operatori non è piaciuta l'assenza di una strategia per affrontare l'ultima coda della crisi. Che comprende anche il freno tedesco al tentativo - un po' flebile a loro dire - del presdiente della Bce, Mario Draghi, di trasformare il suo piano piano di acquisti di Abs e altri collaterali bancari in un vero Quantitive easing sui titoli di Stato di Italia, Spagna, Portogallo e forse Francia. 3. LE ILLUSIONI DI JEAN-CLAUDE JUNCKER Per non parlare del rischio di uccidere nella culla il piano Juncker per la crescita da 300 miliardi. Il neo leader della Commissione sperava di recuperare il grosso dei finanziamenti per gli investimenti dai privati. I quali hanno fatto un passo indietro quando hanno visto la Germania stoppare il tentativo del lussemburghese di utilizzare in quest'ottica i soldi del Fondo Salva Stato Esm. 4. L'ASSE FRANCO-TEDESCO Più dell'affrancamento greco dalla Troijka, spaventa il patto franco tedesco, stretto da Michel Sapin e Wolfang Schäuble, secondo il quale Parigi fa un po' di liberalizzazioni e in cambio Berlino permette all'alleato di sforare. E la mente corre al 2003, all'accordo scellerato per crescere in extradeficit tra Schröder e Chirac, che alla base della crisi dei debiti sovrani scoppiata cinque anni dopo.

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