Economia 16 Ottobre Ott 2014 1500 16 ottobre 2014

Pochi pro e tanti contro al Tfr in busta

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Il lavoratore italiano ha tre scelte per il trattamento di fine rapporto. Chiedere il Trattamento di fine rapporto (Tfr) in busta paga mese per mese, lasciarlo in azienda per averlo quando si lascia il lavoro o versarlo ai fondi pensione per garantirsi una vecchiaia economicamente più tranquilla? E più banalmente: meglio poco subito o un tesoretto in vecchiaia? A breve i lavoratori italiani potrebbero dover scegliere - ancora una volta, la prima fu nel 2007 con l'avvio dei fondi pensione che costituiscono la previdenza integrativa -  la destinazione della propria liquidazione, ma la decisione si prospetta come un vero e proprio rebus che dovrà tenere conto di molte variabili. NESSUNA RIDUZIONE FISCALE AL TFR IN BUSTA La convenienza delle scelta dipende sia dalle decisione sull'aliquota con la quale sarà tassato il Tfr in busta paga - il Governo ha già detto che non ci sono agevolazioni fiscali. «Il tfr in busta paga (art.6 della bozza di legge) potrà essere liquidato mensilmente dal primo gennaio e la richiesta, se fatta, sarà irrevocabile fino al 2018. L'importo sarà assoggettato a tassazione ordinaria» si legge nella nozza di legge di stabilità. La norma che consente di mettere il busta paga il Tfr che si matura nel corso dell'anno scatterà per le retribuzioni dal primo marzo 2015 al 30 giugno 2018. Esclusi dalla possibilità i lavoratori pubblici, i lavoratori domestici e quelli del settore agricolo. Bisogna lavorare da almeno 6 mesi. 1. TFR IN BUSTA PAGA: LA SCELTA VALE LA PENA CON REDDITI SOTTO 15 MILA EURO È una soluzione, non agevolata dalle tesse, per quei lavoratori con stipendi bassi che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese o per quelli con contratti a termine. Con uno stipendio di circa 1.300 euro netti al mese e il Tfr interamente in busta lo stipendio potrebbe aumentare di poco meno di 100 euro. Se invece l'ipotesi dovesse riguardare solo il 50% del Tfr l'importo in busta sarebbe dimezzato. Aumentano i consumi nell'immediato ma si rinuncia sia al tesoretto una volta usciti dal lavoro - utile per l'acquisto della casa ma anche in caso di licenziamento per sostenersi mentre si ricerca un nuovo lavoro - sia al versamento ai fondi integrativi e quindi all'aumento della propria pensione complessiva. L'anticipo del Tfr in busta paga, quindi, è conveniente per i lavoratori con un reddito fino a 15.000 euro mentre subiranno un aggravio fiscale quelli al di sopra di questa soglia, con un aumento annuale di tasse che, per chi ha 90.000 euro di reddito, arriva a 569 euro l'anno (1.895 euro in meno per il periodo marzo 2015-giugno 2018). Il calcolo arriva dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro sulla base della norma del ddl di stabilità che prevede che l'anticipo sia assoggettato a tassazione ordinaria e non separata come invece era previsto finora.

Sono iscritti alla previdenza integrativa dei fondi pensione 6,2 milioni di lavoratori italiani. 2. TFR NEI FONDI PENSIONE: LA SCELTA PREVIDENTE, MA LE TASSE SALGONO DALL'11% AL 20% Destinare il proprio Tfr nei fondi pensione significa obbligarsi a un risparmio previdenziale che potrebbe essere molto utile in futuro dato che la pensione pubblica sarà in media più bassa di quanto sia stata in passato a parità di contributi. Chi va in pensione adesso va ancora con il calcolo retributivo perchè aveva più di 18 anni di contributi nel 1995 ma tra pochi anni si andrà con assegni calcolati per la parte maggiore con il contributivo. La nota dolente che è arrivata con la legge di stabilità è che la tassazione passa dall'11% di adesso al 20%.  «dal periodo d'imposta 2015». Sui redditi derivanti dalle rivalutazioni dei fondi per il trattamento di fine rapporto la tassazione passa dall'11 al 17%. Versare ai fondi significa inoltre assicurarsi il contributo del datore di lavoro (tra l'1% e l'1,8% della retribuzione a secondo di quanto previsto nei contratti) che si perderebbe qualora si tenesse il Tfr in azienda o lo si chiedesse in busta paga. Infine i fondi pensione negli ultimi anni hanno assicurato in media un rendimento sul proprio versamento più alto rispetto al Tfr lasciato in azienda (+5,4% i fondi chiusi e +12,2% i piani individuali di previdenza - Pip - che comunque hanno costi di gestione più alti e non possono contare sul contributo del datore di lavoro contro l'1,7% del Tfr in azienda secondo gli ultimi dati della Covip riferiti al 2013). Per ora una parte minoritaria dei lavoratori si è iscritta a un fondo chiuso (mentre crescono velocemente le adesioni ai piani previdenziali individuali ma soprattutto dai lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti). Nel complesso sono iscritti a forme di previdenza integrativa 6,2 milioni di lavoratori con un flusso annuo di oltre 12,5 miliardi (5,2 miliardi dei quali da Tfr maturando). 3. TFR IN AZIENDA: LA SCELTA TRADIZIONALISTA L'Italia è l'unico Paese ad avere il Tfr ma gli italiani ci sono molto affezionati e fanno fatica a rinunciare all'idea di avere una sorta di cuscinetto che lascia più tranquilli quando si smette di lavorare. Inoltre il Tfr può essere chiesto dopo aver lavorato nella propria azienda per almeno 8 anni per il 70% dell'importo per l'acquisto della casa, per spese sanitarie e per l'istruzione, praticamente le tre principali ragioni di preoccupazione delle famiglie. Lasciare il Tfr in azienda significa, anche qui, obbligarsi a un risparmio in previsione di tempi più difficili o anche dell'eventualità di un licenziamento per fare fronte alle spese nel caso non sia sufficiente, per l'importo e per la durata, il solo Aspi.

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