Economia 17 Ottobre Ott 2014 1420 17 ottobre 2014

Banche Usa: dove si spacca il credito

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Bank Of America ha visto il profitto azzerato per via ella maximulta per prodotti finanziari tossici. La settimana rovente delle grandi banche americane si è conclusa con Morgan Stanley. Tutti i colossi di Wall Street hanno pubblicato i conti del terzo trimestre e hanno chiuso in attivo, con l’eccezione di Bank of America che ha visto azzerarsi i profitti a causa delle spese legali per chiudere la controversia con il dipartimento di Giustizia sulle accuse relative a prodotti finanziari tossici legati ai mutui venduti nel periodo precedente allo scoppio della crisi. Diversamente dai trimestri precedenti è difficile trovare un unico filo conduttore per performance non ugualmente brillanti: sicuramente sono migliorate le attività di trading nel reddito fisso, che negli ultimi tempi si erano trasformate da motore della crescita a zavorra dei conti, e di certo hanno inciso i costi legali per mettere la parola fine una volta per tutte al capitolo della crisi, ma per il resto ogni istituto è andato per la sua strada. Ecco i nodi cruciali dei conti trimestrali delle banche americane. 1. COSTI LEGALI ZAVORRANO JPMORGAN E BANK OF AMERICA La crisi è finita ormai da anni e Wall Street ha da tempo chiuso quel devastante capitolo, eppure le banche americane continuano, letteralmente, a dovere fare i conti con gli strascichi di quanto accaduto nel 2008. Anche nel terzo trimestre due delle grandi banche, JPMorgan Chase e Bank of America, la seconda più della prima, sono state penalizzate dai costi legali sostenuti per archiviare le accuse. JPMorgan, che pure è tornata in attivo netto di 5,57 miliardi di dollari contro il passivo da 380 milioni di dollari dello stesso periodo dell’anno scorso, ha deluso le previsioni degli analisti proprio a causa di spese legali salite aumentate da 700 milioni di dollari a 1,1 miliardi (comunque sotto i 9,3 miliardi che un anno fa l’avevano trascinata in rosso). Inoltre, anche alla luce dei recenti attacchi di hacker che hanno coinvolto 76 milioni di correntisti, la società raddoppierà nei prossimi cinque anni le spese per la cyber-sicurezza dagli attuali 250 milioni all’anno. Discorso peggiore per Bank of America: a causa di oneri al lordo delle imposte per 5,3 miliardi legati appunto alla controversia sui mutui subprime, la banca di Charlotte ha messo a segno un reddito netto di 168 milioni di dollari, ovvero, al netto dei dividendi sui titoli privilegiati, perdite per un centesimo per azione. 2. IL TRADING TIRA SU CITIGROUP, GOLDMAN SACHS E MORGAN STANLEY Le attività di trading, in particolare quelle nel reddito fisso, valute e materie prime (Ficc, fixed income, currencies and commodities), dopo il rallentamento del secondo trimestre, hanno ritrovato la via dei rialzi, complice anche il generale miglioramento dell’economia americana e la maggiore propensione degli investitori a scommettere sul trading. Proprio questo tipo di attività ha fatto da traino ai conti di Citigroup, il cui attivo è salito a 3,43 miliardi di dollari con un fatturato in aumento del 9% a 19,6 miliardi: le attività di trading Ficc sono salite del 5% a 2,98 miliardi di dollari, mentre quelle sull’azionario sono aumentate del 14% a 763 milioni. E se JPMorgan e Bank of America hanno visto salire il fatturato da trading rispettivamente del 2,1 e dell’11%, meglio ancora è andata a Goldman Sachs, che ha registrato un balzo del 74% a 2,17 miliardi. Questo ha ampiamente sostenuto la performance generale del gruppo: Goldman ha visto salire i profitti del 48% a 2,24 miliardi e il giro d’affari del 25% a 8,39 miliardi. Anche i risultati di Morgan Stanley (utile in rialzo dell’89% a 1,71 miliardi e fatturato in aumento del 12% a 8,9 miliardi) sono stati trainati dalle attività di trading, cresciute del 4,3% a 1,78 miliardi. In particolare, la divisione Ficc ha segnato un +19% a 997 milioni di dollari. Per Morgan Stanley bene anche l’area di gestione patrimoniale (+8,7%) e investment banking (fattuarato salito da 275 a 392 milioni). 3. I MUTUI PIACCIONO A WELLS FARGO Il comparto dei mutui, che durante la crisi aveva portato le banche americane a un passo dal baratro, è stato il punto di forza di Wells Fargo, quarto maggiore istituto americano per asset e primo per capitalizzazione di mercato. I prestiti erogati sono cresciuti di 9,9 miliardi di dollari a 838,9 miliardi di dollari, grazie all’aumento del credito nel settore commerciale e industriale, per le costruzioni immobiliari, per i mutui e per il credito rinnovabile, per esempio quello legato all’uso delle carte di credito. Questo ha fatto salire l’utile del 3% a 5,73 miliardi di dollari, con un fatturato in rialzo a 21,2 miliardi. «L’aumento dei prestiti e dei depositi è stata solida e diversificata nei vari segmenti commerciali e al consumo», ha detto l’amministratore delegato John Stumpf. 5. CITIGROUP SNELLISCE LE ATTIVITÀ RETAIL C’è stato anche chi ha colto l’occasione della trimestrale per annunciare lo snellimento delle attività meno redditizie. È il caso di Citigroup, uscirà dalle attività al consumo in vari paesi latinoamericani (Costa Rica, Guatemala, Nicaragua, El Salvador, Panama, Perù) e nella Repubblica Ceca, in Ungheria, in Egitto. In Asia, uscirà dal retail banking in Giappone e in Corea cesserà attività di consumer finance. Citigroup, che ha attività in oltre cento paesi e prevede di completare le cessioni entro la fine dell’anno prossimo, intende concentrarsi nelle aree e nei paesi che considera a maggior potenziale di crescita nelle operazioni al consumo. Una volta terminate le vendite, Citigroup avrà attività al consumo in 24 Paesi, contro gli attuali 35.

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