Economia 22 Ottobre Ott 2014 1651 22 ottobre 2014

Tutti contro Uber, anche i suoi autisti

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Travis Kalanick, ceo e fondatore di Uber. Ancora uno sciopero contro Uber. Ora però non si tratta, come avvenuto più volte in Europa - l'ultima è stata Madrid il 14 ottobre - e in Italia, della rivolta dei tassisti contro le berline nere, ma della protesta degli autisti di Uber contro la società con sede a San Francisco. Il motivo? Il ritocco verso il basso delle tariffe deciso dalla compagnia per fare concorrenza ai taxi: tariffe che, secondo gli autisti, non bastano più ad assicurare il loro guadagno. È LA PRIMA PROTESTA ORGANIZZATA Per la verità non è la prima volta che la categoria insorge contro il datore di lavoro: ci sono già state manifestazioni, nel corso di quest’anno, a New York, Santa Monica e San Francisco. Ma quella del 22 ottobre, riportata da Business Insider, è la prima protesta organizzata contemporaneamente in più città, da Chicago a Los Angeles, passando anche per Londra. A organizzarla è la neonata associazione degli autisti della California app-based, la Cada, insieme con la Teamsters Local 986, radicata nel sud della California, e gruppi nati essenzialmente sui social media, come il network degli autisti Uber di New York, già protagonisti di una manifestazione a settembre nella Grande Mela. Ecco perché gli autisti sono scesi in piazza. 1. SOTTO ACCUSA IL SISTEMA UBERX Secondo il presidente del Cada, Joseph De Wolf Sandoval, le rimostranze degli autisti nei confronti della società californiana vanno dalle tariffe ribassate alle politiche adottate sulle tips, le mance, fino al sistema di valutazione degli autisti. Il malcontento, comunque, è esploso definitivamente quando a settembre Uber ha deciso di adottare come definitive le tariffe UberX ribassate lanciate in via promozionale a luglio, che rendono definitivamente più conveniente le auto -  di fascia economica - da chiamare con l’app rispetto al taxi. La compagnia ha spiegato che il taglio delle tariffe, nato per rendere Uber competitiva con altri servizi simili che in America stanno nascendo, oltre che con le classiche auto gialle, avrebbe portato a un maggior volume di clienti, minimizzando dunque i possibili effetti negativi sui guadagni degli autisti. Previsione che, secondo questi ultimi, non si è avverata, anzi: lamentano che al momento ci perdono, anziché guadagnare. Perché secondo il Cada si sono moltiplicate le chiamate brevi, che fanno perdere tempo di guida agli autisti, e quindi soldi. 2. IL 20% DEL GUADAGNO DIPENDE DALLE MANCE, CHE NON CI SONO Un altro problema è quello delle mance: negli Stati Uniti è assolutamente normale elargire il 15-20% in più rispetto al prezzo della corsa al tassista, ma questo sistema non vale per gli autisti di Uber, visto che la società promuove tariffe all inclusive e intima ai suoi autisti di non accettare il bonus in nessun caso. Una vicenda che ha già portato un giudice federale, lo scorso dicembre, a stabilire che gli autisti potevano opporsi alla compagnia per marketing ingannevole visto che lo slogan “la mancia è già inclusa” non corrispondeva alla realtà. Uber ha oggi un sistema in cui il 20% della tariffa è applicato come mancia, ed è UberTaxi. Ma su UberX (le auto di fascia bassa), UberBLACK (le classiche berline nere) e UberSUV (le auto più spaziose) non ve n’è traccia. Il problema, lamentano i tassisti, è che lo slogan «la mancia è già inclusa nella tariffa» è rimasta ben salda nella mente degli utenti, anche quelli di UberTaxi, che continuano a non sentire il bisogno di lasciare quel 20% in più. Per questo la soluzione sarebbe indicare chiaramente nell’app l’opzione mancia. 3. GLI AUTISTI NON VOGLIONO IL GIUDIZIO DEL CLIENTE C’è poi la questione del rating, ovvero del giudizio a fine corsa: si può votare il proprio autista su una scala da uno a cinque stelline. Si può anche inserire un commento, ma non è questo che disturba gli autisti: il problema, lamentano, è che si finisce facilmente sotto la soglia della sufficienza, il che significa rischiare di trovarsi con zero chiamate per settimane. E poi c’è il problema della sicurezza perché, spiegano dal quartier generale della protesta, gli autisti non sono abbastanza protetti dai propri passeggeri, che possono essere molesti, ubriachi, o addirittura violenti. «Magari una donna viene infastidita dall’uomo che ha chiamato l’auto, ma ha paura di dire o fare qualcosa per non rischiare un giudizio negativo - ha spiegato De Wolf Sandoval al Business Insider - inoltre, il più delle volte non ci si può permettere dal punto di vista economico di fermarsi e cancellare la corsa. Gli autisti si fanno carico di tutti i rischi: pagano l’assicurazione, la benzina, la manutenzione».

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