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BRUXELLES 24 Ottobre Ott 2014 1548 24 ottobre 2014

Crisi dell'Europa, l'eredità di Barroso

Aumento della disoccupazione. Crollo del Pil. Il bilancio del decennio di Barroso.

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José Manuel Barroso.

Solo tre giorni fa, di fronte a un'aula semideserta che ascoltava il suo discorso di addio al parlamento europeo, José Manuel Barroso ha rivendicato il lavoro «positivo» svolto dalla Commissione durante i suoi due mandati da presidente, 10 anni di governo che termiranno tra pochi giorni con l'insediamento del nuovo esecutivo Juncker.
L'AFFONDO CONTRO L'ITALIA. Si è detto «fiero» di aver salvato l'euro il presidente uscente, e di aver creato una governance per l'Unione che prima non esisteva. Se qualcosa è andato storto e in Europa crescono debito e disoccupazione, se il sogno dei padri fondatori rischia di infrangersi contro l'avanzata dei nazionalismi, insomma, è stato per colpa della crisi, della Francia e dell'Olanda che hanno detto no alla Costituzione, delle tensioni geopolitiche in Ucraina e in Medio Oriente. E degli Stati inoperosi e inaffidabili come l'Italia, che il professore portoghese non ha mancato di bacchettare un'ultima volta invitandola a fare maggiori sforzi per mettere a posto i sui conti pubblici.
DECENNIO DI CRISI. Eppure, nei 10 anni in cui Barroso è stato dominus incontrastato e non eletto, ma nominato, della Commissione Ue, grazie al sostegno dei popolari e di Angela Merkel, che ne appoggiò la riconferma nel 2008, l'economia del Vecchio Continente ha seguito una costante parabola discendente. E le politiche di austerità di cui Barroso è stato strenuo difensore non hanno aiutato la ripresa, anzi.
USA-UE A DUE VELOCITÀ. Al tonfo del Pil dell'area euro nel 2009 (-4,5%), è seguita una crescita debole se non inesistente. Il confronto con gli Stati Uniti è indicativo. Nel 2008 e nel 2009, gli Usa, secondo i dati forniti dall'Eurostat, hanno visto il proprio Pil contrarsi dello 0,3% e del 2,8%. Ma dal 2010 davanti all'indicatore della crescita americana è ricomparso il segno più: +2,5%, +1,6% nel 2011, +2,3% nel 2012, +2,2% nel 2013. Negli stessi anni, nell'Eurozona, la crescita del Pil si è invece progressivamente deteriorata: + 2,0% nel 2010, +1,6% nel 2011, -0,7% nel 2012, -0,4% nel 2013.
Anche per il potenziale di crescita, il confronto con gli Stati Uniti dice che negli ultimi 10 anni il governo economico dell'Europa non ha brillato. La Potential Growth (la crescita potenziale) dell'area euro, dal 2002 al 2015, si è ridotta costantemente rispetto a quello Usa, secondo l'Ocse.

Lo scorso febbraio, in una conferenza sul destino dell'euro e dell'Italia alla Camera dei deputati, il professor Alberto Quadrio Curzio, vice presidente dell'Accademia nazionale dei Lincei, ha fornito un altro dato interessante: «Tra il 2004 e il 2013», ha spiegato, «la crescita totale Usa è stata del 18%, quella dell'Eurozona del 7%. L'Italia cresce poco ma pesa poco più del 17% sul Pil europeo. È colpa solo dell'Italia se l'Unione cresce a quasi un terzo degli Stati Uniti?».
Non va meglio con i dati sulla disoccupazione. Nel 2004 nella zona euro la disoccupazione era al 9%, lo scorso anno è arrivata a toccare quota 12%. Negli Stati Uniti era al 5,5% nel 2004, al 7% circa nel 2013. (Eurostat).
IL DEBITO LIEVITA. E le politiche di austerità che avrebbero dovuto ridurre il debito pubblico degli Stati e dell'eurozona non sembrano aver prodotto nemmeno questo risultato, a giudicare dai dati diffusi dalla stessa Commissione. Il rapporto debito/Pil dell’area euro tra il 2013 e il 2015 è previso tra il 95% e il 96%. Tra il 2004 e il 2008 era stato in media del 69%
La colpa di tutto ciò non è certo solo di Barroso. Ma nella scelta dei burocrati di Bruxelles di dare alla crisi una risposta di solo rigore, il professore di Lisbona ha avuto una grossa responsabilità.
L'ACCUSA DI SUBALTERNITÀ A BERLINO. Salutando l'ex presidente, il capodelegazione del Pd al parlamento europeo, Patrizia Toia, ha dichiarato: «In questi anni la sua subalternità nei confronti delle capitali, e in particolare di quella tedesca, ha trasformato la Commissione europea da motore dell'integrazione a segretariato dei governi e 'braccio armato' dell'austerità. Il risultato è che oggi il presidente lascia un'Europa a pezzi, con 27 milioni di disoccupati e l'euroscetticismo a livelli record».
Con un po' di autocritica forse l'aula dell'ultimo discorso non sarebbe rimasta deserta.

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