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FACCIAMOCI SENTIRE 27 Ottobre Ott 2014 0600 27 ottobre 2014

Riportiamo a casa la produzione industriale

L'Italia è ancora competitiva. E per impostare la ripresa deve invertire la tendenza alla delocalizzazione. Sulla scia degli Usa.

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Una catena di montaggio.

La delocalizzazione o l’allocazione della produzione fuori dai propri confini sembra che non sia più la soluzione anelata negli ultimi decenni per essere più competitivi nel mercato globale.
Negli Stati Uniti si stanno consolidando chiari segni di inversione di tendenza e probabilmente questa stessa tendenza riguarderà anche altri Paesi sviluppati che cercheranno pertanto di migliorare la propria competitività.
LA DEFINIZIONE DI COMPETITIVITÀ. Nel mondo della globalizzazione il dibattito sulla competitività riguarda tutti i Paesi. Come la definiamo? La capacità di un Paese a perseguire uno sviluppo costante e sostenibile della propria economia, garantendo al tempo stesso un benessere crescente alla generalità dei suoi cittadini. Secondo questa impostazione un adeguato livello di competitività è quindi il presupposto per la prosperità di una nazione. Ma cosa contribuisce a definire quanto un Paese sia competitivo? Lo studio del Word Economic Forum ha individuato 12 pilastri che determinano la competitività e la produttività di un sistema Paese.

1. Il contesto istituzionale rappresenta lo scenario legale e amministrativo all’interno del quale cittadini, imprese e istituzioni pubbliche interagiscono per creare ricchezza.

2. Le infrastrutture fondamentali per ridurre i costi e i tempi di spostamento delle merci e delle persone, per integrare i sistemi produttivi, per garantire la circolazione delle informazioni.

3. Il quadro macroeconomico di riferimento è di vitale importanza. Le imprese possono ben operare solo in presenza di tassi di interesse non troppo elevati, debito pubblico e inflazione sotto controllo, politica fiscale equilibrata.

4. Benessere ed educazione di base costituiscono il quarto pilastro. Una forza lavoro sana e consapevole è indispensabile per la produttività di un’economia.

5. Alta formazione e training sono il quinto fattore, fondamentali per trasferire maggior valore aggiunto ai prodotti e ai servizi e per mantenere il vantaggio competitivo nel tempo.

6. L’efficienza del mercato dei beni consente al Paese di produrre il giusto mix di prodotti e servizi in grado di soddisfare la domanda (la maturità del consumatore è un decisivo fattore di stimolo verso il miglioramento continuo del mercato).

7. Un mercato del lavoro efficiente e flessibile favorisce un incontro equilibrato tra domanda e offerta di lavoro e migliora la capacità di un Paese di rispondere ai cambiamenti macroeconomici globali.

8. Il settore finanziario è fondamentale per dare equilibrio all’intero sistema e per garantire agli investitori privati un valido business climate.

9. L’Ict è sempre più indispensabile in un mondo globalizzato e altamente competitivo per garantire il diffondersi del sapere.

10. La dimensione complessiva del mercato (che comprende anche le esportazioni) determina la possibilità di raggiungere economie di scala.

11. La sofisticazione del business che si evince dal sistema di relazioni d’affari nel suo insieme (presenza di cluster, e così via) e dalle aziende più virtuose che lo compongono.

12. L’innovazione tecnologica intesa come capacità di collaborare del pubblico con il privato nell’ambito della ricerca e sviluppo e per la formare ricercatori è l’ultimo fattore considerato.

Se sulla base dei 12 punti indicati è comprensibile che gli Usa siano nelle condizioni di riportare in patria una serie di produzioni date in outsourcing in alcuni Paesi emergenti, per l’Italia il discorso non sembra altrettanto scontato. Rispetto a ognuno dei 12 pilastri indicati il nostro Paese ha accumulato un ritardo molto consistente se confrontato con le altre nazioni sviluppate.
Inoltre la caratteristica delle nostre aziende (il 94% ha meno di 15 dipendenti) fa sì che la crescita per linee esterne (che spesso significa non solo incremento di fatturato ma anche acquisto di know how) risulti particolarmente difficile.
GLI SFORZI DEL GOVERNO. L’attuale governo, comunque la si pensi, sta cercando di togliere una parte dell’ingessatura che ha contraddistinto gli ultimi decenni italiani. Tutti possiamo vedere quali resistenze debba superare lavorando su alcuni dei pilastri indicati: infrastrutture, mercato del lavoro, settore finanziario. Ciononostante credo possiamo mantenere un pizzico di ottimismo.
Gli italiani danno il meglio di loro stessi quando tutto sembra compromesso. Il nostro sistema industriale non si è degradato come molti vorrebbero far credere.
L'ECCELLENZA MADE IN ITALY. Rimaniamo il secondo Paese industrializzato dell’Europa dopo la Germania e abbiamo delle eccellenze che non sono facilmente copiabili. Non è quindi impossibile invertire il trend della delocalizzazione anche in Italia e far sì che il nostro Paese ritorni appetibile per gli investimenti esteri.
Occorre lavorare sui 12 pilastri che possano sostenere una nuova Italia. Più basata su una concezione sistemica che individuale. E se l’America riesce a riportarsi in casa la propria produzione industriale non c’è un solo motivo perché noi non dobbiamo riuscire a farlo pur partendo da pilastri più fragili.

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