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PROTESTA 28 Ottobre Ott 2014 1705 28 ottobre 2014

Ungheria contro la tassa su internet

La piazza contro il balzello sul web voluto dal premier. Unico caso al mondo. Un modo per mettere una pezza ai conti pubblici.

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da Budapest

La protesta degli smartphone a Budapest.


Chissà che la prima crepa nel fortificato sistema di potere che il premier ungherese Viktor Orban ha costruito attorno al suo governo non venga da uno smartphone. Uno dei 10 mila cellulari innalzati domenica 26 ottobre dai manifestanti, in gran parte giovani, radunatisi di fronte alla sede del ministero dell'Economia di Budapest, per protestare contro la tassa su internet che il parlamento vara martedì 28 ottobre
Una misura annunciata appena qualche giorno fa e per la quale il governo di Orban ha previsto una corsia preferenziale parlamentare.
ATTACCO CONTRO LA LIBERTÀ. Sarà la prima tassa sull'utilizzo del web nel mondo, un balzello di 150 fiorini ungheresi, 49 centesimi di euro, per ogni Gigabyte di traffico online. «Un nuovo attacco contro la libertà», ha tuonato Balazs Gulyas, il fondatore del movimento Centomila contro la tassa su internet, gruppo che su Facebook ha raccolto in cinque giorni oltre 200 mila adesioni e si è fatto promotore della protesta di piazza.
PEZZA AI CONTI PUBBLICI. Più banalmente, si tratta di un maldestro quanto disperato tentativo di mettere l'ennesima pezza finanziaria al buco dei conti pubblici, causato in buona parte dall'Orbanomics, il caotico e creativo manuale economico con il quale il premier ungherese ha provato ad affrontare la crisi sganciandosi dalle regole di mercato e dagli aiuti vincolanti del Fondo monetario internazionale.
La misura testimonia anche quante poche risorse siano rimaste al governo dopo quattro anni di piani radicali che non sono serviti a ridurre il debito pubblico, ormai inchiodato all'80% del Pil.
ORBANOMICS BOCCIATA. L'ex governatore della Banca centrale ungherese Gyorgyv Suranyi, interpellato dal Financial Times, ha sintetizzato in pochi giudizi il succo dell'Orbanomics: «Non è un pacchetto di idee corrispondenti a una disciplina coerente, ma un insieme di misure che hanno condotto alla nazionalizzazione di grandi imprese, all'aumento di tasse settoriali contro ceti e organizzazioni non vicine al governo e, infine, a un crescente controllo pubblico dell'economia». Clientelismo e nazionalismo: costruzione di una nuova élite di beneficiari del governo, punizione di aziende e banche estere, accusate di aver lucrato profitti ai danni del popolo. E in più, una serie di misure popolari, come il calmieramento dei costi energetici per le utenze private che hanno però appesantito le casse pubbliche.

I modelli: Putin, Erdogan e Pechino

Il premier ungherese, Viktor Orban.

La tassa su internet, che secondo molti critici più che limitare libertà individuali riporterà indietro di 25 anni l'economia digitale ungherese, si inserisce a pieno titolo nel blocco di misure considerate poco ortodosse inventate per correre dietro al deficit evitando riforme draconiane che, secondo il Fmi, avrebbero modernizzato lo Stato e rilanciato l'economia.
Orban non ne ha voluto pagare il prezzo, che politicamente sarebbe stato di sicuro salato, ma si è infilato in una strada tortuosa che non sembra portare da nessuna parte. Se non verso uno Stato sempre più autoritario, pervasivo, nazionalista.
IL PARADOSSO DEL LIBERALE. Una prospettiva paradossale per un leader che a cavallo degli Anni 80 e 90 era emerso come strenuo oppositore del regime comunista e un alfiere dei valori liberali. Ma tant'è: tanto per non lasciar dubbi a nessuno, solo due mesi fa Orban ha ribadito il suo manifesto politico, dichiarando esaurita la spinta propulsiva delle democrazie liberali e dichiarandosi affascinato da modelli come la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan e la Cina del capitalismo di Stato. Sistemi agli antipodi di quelli vigenti nell'Unione europea, da dove tuttavia non è arrivata alcuna protesta ufficiale.
IL MURO DEGLI USA. Diverso è stato invece l'atteggiamento degli Stati Uniti che hanno vietato l'ingresso sul proprio territorio a sei alti funzionari statali accusati di tentativo di corruzione verso aziende americane presenti in Ungheria: in cambio di contributi a una fondazione vicina a Fidesz, il partito del premier, avrebbero agevolato trattamenti fiscali più favorevoli.
La crisi diplomatica con gli Usa è un altro tassello capace di incrinare la fortezza di Orban: mai Washington aveva preso una misura tanto grave nei confronti di uno Stato alleato nella Nato. Negli ambienti governativi di Budapest si sospetta che il giro di vite sia dovuto alle posizioni filo-russe adottate da Orban negli ultimi mesi. L'ex presidente Bill Clinton ha ribattuto che l'Ungheria di oggi assomiglia ormai a «uno Stato capitalista autoritario».
Si vedrà nei prossimi giorni se la protesta degli smartphone sarà in grado di coagulare un dissenso interno finora contenuto e incapace di dotarsi di una caratura politica.
GLI UOMINI DEL PREMIER. Orban ha stravinto tutti gli appuntamenti elettorali recenti e i suoi uomini tendono a far quadrato attorno a lui. Da un lato sottolineando dati economici recenti positivi, come la forte crescita registrata dall'economia nei primi sei mesi del 2014 o il calo dei disoccupati, passati in un anno dall'11 all'8%, a testimonianza dei successi dell'Orbanomics. Dall'altro minacciando, come ha fatto il presidente del parlamento Laszlo Köver, l'uscita dell'Ungheria dall'Unione europea, nel caso Bruxelles continuasse a voler mettere il naso negli affari interni del Paese.

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