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ENERGIA 4 Novembre Nov 2014 2047 04 novembre 2014

Eni, nuova frenata sul gasdotto South Stream

L'amministratore delegato in commissione Industria al Senato: «Valuteremo se uscire».

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Claudio Descalzi.

Nuova frenata dell'Eni su South Stream, il gasdotto fortemente voluto da Gazprom per portare in Europa il gas russo senza passare dall'Ucraina. Dopo gli avvertimenti dell'ex ad Paolo Scaroni, che già a marzo aveva parlato di «futuro fosco» a causa dello scontro militare tra Mosca e Kiev, adesso è stato il nuovo capo dell'azienda, Claudio Descalzi, a chiarire che, al massimo, l'Eni può impegnarsi per i 600 milioni previsti dal budget, altrimenti l'uscita dal progetto è una possibilità concreta, prevista dagli accordi.
DESCALZI IN COMMISSIONE INDUSTRIA AL SENATO. Descalzi è intervenuto in commissione Industria al Senato, nell'ambito di una serie di audizioni con i manager delle principali controllate scelti dal governo Renzi. Descalzi ha avuto la possibilità di fare un aggiornamento sui principali punti della strategia ereditata da Scaroni: da questa strategia sarebbe dunque in uscita proprio il South Stream. Il problema sta nei finanziamenti, difficili da trovare. Descalzi ha infatti ricordato che l'opera dovrebbe essere finanziata per il 70% a debito e per il 30% equity, vale a dire con mezzi propri. La quota spettante a Eni è di 600 milioni. Tuttavia, «i quattro soci (Gazprom, Eni, Edf e Wintershall) hanno difficoltà» a trovare i soldi, quindi potrebbe essere necessario aumentare, anche fino a totale copertura, la parte equity.
PERICOLO PER I CONTI. Uno scenario che Descalzi vuole scongiurare, dal momento che Eni «non potrebbe mai mettere 2,4 miliardi, perché i conti sarebbero un po' in pericolo». Le opzioni possibili, dunque, sono diluirsi, cioè vendere parte della propria quota, oppure uscire: «Valuteremo», ha concluso l'amministartore delegato, assicurando però che in caso di addio la controllata Saipem non rischierebbe i ricchi contratti (in totale 2,4 miliardi) già firmati con il consorzio.
DOSSIER SAIPEM. E proprio Saipem, controllata dichiarata «non strategica», è l'altro grande dossier aperto sulle scrivanie del gruppo petrolifero. Descalzi ha ribadito che «non ci sarà nessuno spezzatino» e che «non si vuole vendere a casaccio»: con Rosneft, il colosso russo che ha mostrato un certo interesse, non ci sarebbe nessuna trattativa in corso. Sul fronte delle cessioni c'è poi la vicenda dell'ulteriore quota (circa il 15%) del megagiacimento di gas in Mozambico, per il quale l'Eni «può scegliere» e sul quale è stato manifestato «molto interesse». Lo scenario di questi giorni, con il petrolio precipitato sotto i 77 dollari al barile, non è dei migliori per il Cane a sei zampe, che comunque, per il momento ,non lancia allarmi e pone a base della propria strategia un prezzo stabile sui 90 dollari.

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