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EDITORIALE 5 Novembre Nov 2014 1138 05 novembre 2014

Lavoro: articolo 18, perché è necessario abolirlo

Discrimina i giovani. E tutela solo le rendite di posizione. L'Italia elimini questa zavorra.

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Ricerca di lavoro presso un'agenzia interinale.

Scrive Ezio Mauro su Repubblica che il lavoro è la madre di tutte le battaglie.
Ma è una battaglia che si gioca su almeno due fronti: il lavoro che non c'è, e che dunque bisogna ritrovare. Il modo in cui deve essere regolato, tale da smuovere le ingessature che lo ingabbiano.
In questo contesto, la polemica sull'abolizione dell'articolo 18 non è un di cui da catalogare come un dibattito ozioso in nome del fatto che le controversie cui dà adito riguardano un' esigua minoranza di lavoratori, e nemmeno come un alibi che imballa il motore della crescita.
Se così fosse, non si capirebbe perché sul tema rischia di spaccarsi un partito fino ad evocare lo spettro della scissione. Mentre il sindacato tutto, pur con diverse sfumature e richiami alla piazza, è sul piede di guerra.
IL NODO DEI REINTEGRI ANCORA IRRISOLTO. E non è ozioso nemmeno pesare termini e definizioni, perché la voce reintegro per motivi disciplinari (quella alla base del precario compromesso raggiunto da Renzi con la minoranza Pd) lascia intravvedere ampi margini di discrezionalità che rischiano di minare l'impianto di tutto il Job Act. Dunque si capisce che sullo specifico il premier sia riluttante a mettere subito nero su bianco ciò che aveva forse incautamente concesso all'ultima direzione del partito.
Ma altrettanto decisivo è il tema dei suoi ambiti di applicazione. Perché abolire l'articolo 18 solo per i nuovi assunti, proteggendo i contratti in essere, accentua il già ampio fossato tra chi un'occupazione ce l'ha e chi invece la cerca.
Per questo, fatto salvo il reintegro per motivi discriminatori, noi pensiamo che l'articolo 18 debba essere abolito per tutti a fronte dell'attivazione di adeguati ammortizzatori sociali.
Una riforma del mercato del lavoro deve assolutamente impedire che la trattativa tra le parti sfoci in un contenzioso la cui soluzione è affidata alla discrezionalità del magistrato, sapendo bene che nella quasi totalità dei casi il suo pronunciamento favorisce il dipendente e non l'impresa.
LE GENERAZIONI PIÙ GIOVANI RESTANO DISCRIMINATE. Così come è stato regolato sinora, l'articolo 18 si è rivelato una formidabile tutela delle rendite di posizione, cosa che ha determinato lo svilimento della meritocrazia e un freno alla competitività tra le persone. Il risultato, tra le tante cause che impediscono la creazione di nuovi posti di lavoro, è che le aziende sono zavorrate dai costi per mantenere una forza lavoro spesso dequalificata e priva di stimoli a migliorare.
Con un conto economico che, specie in tempi di recessione, impedisce aggravi, non possono più assumere.
Così i giovani restano ai margini, o devono soggiacere a un' umiliante precarietà, questa sì priva di uno straccio di tutele. Mentre i vecchi si fanno scudo del fatto che il loro diritto al lavoro, garantito per legge e non per competenza, non comporta doveri. Un' intollerabile discriminazione generazionale
Sarà anche una questione simbolica, come sottolineano i suoi sostenitori.
Ma a parte che anche i simboli hanno la loro importanza, la realtà è che l'attuale legge (assieme alla penalizzante fiscalità) è uno dei motivi che rende il mercato del lavoro una palude stagnante.
Se ha portato a una disoccupazione crescente e all'esplodere di quella giovanile, la difesa dell'articolo 18 non si configura certo come una bandiera da onorare a oltranza e di cui andare fieri.

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