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ELEZIONI 5 Novembre Nov 2014 1730 05 novembre 2014

Midterm Usa 2014, per Obama una batosta annunciata

Riforme incomplete. Dietrofront, guerre e crisi. Il presidente è stato ripudiato dagli elettori. E abbandonato dal partito. Al Congresso: «Lavoriamo insieme».

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Per l'Europa Barack Obama perde le guerre in Medio Oriente, ma ha cambiato gli Usa. Per gli americani invece Obama perde anche negli Usa.
Il presidente che allargava l'accesso al welfare state ai meno abbienti, liberava gli americani dalla dipendenza del petrolio altrui, creava posti di lavoro in casa anziché esportare democrazia all'estero, è stato bocciato senza appello alle elezioni di Midterm del 4 novembre.
Dopo aver conquistato la Camera nel 2010, i repubblicani si sono presi anche il Senato, strappando almeno sette seggi ai democratici.
STAGIONE DI COMPROMESSI. Con il Congresso in mano al Grand old party (Gop), fino al 2016 la Casa Bianca dovrà trattare su tutto, scendendo a compromessi ancora maggiori di quelli accettati, sulla riforma sanitaria e sulle tasse ai ricchi. Anziché osare misure storiche, dovrà sacrificare le politiche per l'eguaglianza sull'altare della cultura individualista americana del capitalismo sfrenato.
Il suo entourage dice che Obama «non si sente ripudiato». Ma importanti compagni di partito lo hanno abbandonato. E, prima di tutto, lo hanno scaricato gli elettori che, nel 2008 e anche nel 2012, credevano nel suo messaggio di speranza.
IRAQ E SIRIA COLPI DI GRAZIA. Stavolta invece sono andati a votare disillusi da un Obama arreso alle lobby della guerra. Ma dopo mesi di reticenze, dietrofront, assenza di visione strategica, il sì senza convinzione ai raid in Iraq e in Siria è stato il colpo di grazia, non l'unica causa del suo crollo elettorale.
Un arretramento era atteso, ma non un giudizio così duro, che consegna l'Amministrazione democratica ai repubblicani in declino.
Evidentemente, gli americani non sono convinti dei risultati di Obama neanche in politica interna. Fuori è percepita una ripresa economica, non dentro gli States.

L'economia Usa considerata «povera o comunque non buona»

Trader a Wall Street.

Meno di un anno fa, gli americani ti dicevano che sì, Obama poteva fare di più. Ma era comunque meglio di Bush.
Poi gli umori sono cambiati. Grazie alla macchina della propaganda, nell'arco di un'estate l'opinione pubblica è tornata a tremare per la minaccia del terrorismo e a credere che, senza truppe sul campo, le bombe in Siria e in Iraq siano «giuste», se non indispensabili.
Poche settimane prima del voto, ai sondaggisti l'elettorato americano si dichiarava «estremamente pessimista» sul futuro del Paese, con sette cittadini intervistati su 10 che descrivevano l'economia Usa «povera o comunque non buona». E otto su 10 «preoccupati» per lo sviluppo del Paese nei prossimi anni.
PIL IN CRESCITA DEL 3,5%. Eppure, dalla crisi del 2008, Obama ha dimezzato il deficit, abbassato la disoccupazione sotto il 6%, riportato il Pil (Prodotto interno lordo) nazionale in crescita del 3,5% e lanciato da zero un'industria interna del petrolio (gas shale del fracking) che ha reso la benzina a prezzi popolari. Senza dimenticare la riforma sanitaria che dà agli ultimi accesso a cure pubbliche.
Allora perché gli americani sono scontenti? Non vogliono davvero un'America meno ricca ma più giusta, dove stanno un po' meglio tutti? Per gli indigenti, i giovani che votano Obama hanno dovuto versare il loro contributo alle assicurazioni, anche senza avere problemi di salute, garantendo così le coperture sanitarie a tutti.
Molti lo hanno fatto di malavoglia. Prima dei crac finanziari, inoltre, l'America prosperava con il business delle armi e le speculazioni di Wall Street.
STIPENDI PIÙ BASSI DEL 27%. Dopo la recessione, invece, il mercato del lavoro ha ripreso a girare, ma i nuovi stipendi sono più bassi del 27% di quelli dei tempi d'oro. Tanto che, nel 2013, secondo il barometro della Social Security (l'Inps americana), oltre la metà dei lavoratori ha guadagnato meno di 28 mila dollari lordi. Poco più di 22 mila euro, cifre risibili per una società basata sui consumi.
«L'economia è in ripresa, ma le riforme di Obama sono state incomplete, soprattutto quella sanitaria che scontenta quasi tutti», spiega a Lettera43.it dagli Usa l'economista italiano Andrea Moro, associato della Vanderbilt University, a Nashville. «Per la fascia media non ha cambiato granché. La destra non la voleva. I liberal, la sinistra più radicale, viceversa, la volevano più incisiva, come le svolte sui diritti civili, tipo chiudere la prigione delle torture di Guantanamo, mai arrivate. In generale, poi, nell'ultimo decennio gli elettori americani hanno la tendenza a vincolare l'operato dei governi a un Congresso controllato dalla controparte politica».

Le Midterm disertate dall'elettorato non bianco

Il presidente Usa, Barack Obama.

Ridimensionarsi non è facile, per gli oltre 300 milioni di americani che non vogliono mandare i giovani a combattere all'estero. Ma che vorrebbero ancora primeggiare come i cittadini di una superpotenza globale.
Egemonia e autosufficienza non si escludono a vicenda ma, per loro ragion d'essere, proiettano un Paese verso obiettivi diversi.
Negli Usa, in pochi ammettono di stare peggio di tre anni fa. Ma quasi tutti confessano di vedere, per le «prossime generazioni», un futuro meno radioso di quello del grande sogno americano.
La middle class si è impoverita come mai dal Secondo dopoguerra. In più, le elezioni di medio termine sono tradizionalmente disertate dall'elettorato non bianco: i milioni di latinos e afroamericani scottati, questa estate, dall'omicidio razziale e dalle proteste di Ferguson.
È STATO BUONISTA E INDECISO. Da una parte Obama ha infastidito, per il suo buonismo, il ceto medio (anche di sinistra), disposto a parole, ma molto meno nei fatti, a rinunce economiche solidali. Dall'altra, per l'indecisione, ha stancato l'America in cerca di riscatto, ma stufa di votare un presidente che un giorno promette la cittadinanza agli irregolari onesti, un altro respinge i clandestini alla frontiera del Messico.
Un giorno si muove per promuovere l'istruzione tra i neri, l'altro non prende le distanze dai poliziotti di Ferguson.
Nessuno, tanto meno negli Usa, vuole un presidente debole. E che i repubblicani abbiano stravinto senza un leader carismatico aggrava ulteriormente la débâcle democratica. «Quelle di medio termine sono consultazioni più polarizzate. Molta meno gente va a votare, specie se poco entusiasta dell'Amministrazione in carica. L'elettorato è più tradizionalista, e, comunque, Oltreoceano una sconfitta di Obama era attesa», conferma Moro. «Qui non c'è nessuna sorpresa. Tutti si aspettavano di andare verso un altro colore». Il rosso repubblicano che, l'ultima notte, ha illuminato l'Empire State Building di New York.
AFFLUENZA AI MINIMI STORICI. Il Midterm è stato il voto dell'apatia. Tra gli elettori di entrambi gli schieramenti la voglia di andare alle urne era al 57-58% (il 70% nel 2010): ai minimi storici, come il gradimento per Obama, al 40% e l'abissale consenso per il Congresso, sprofondato al 12,5%.
Gli americani hanno votato per il no allo status quo, senza sapere bene cosa vogliono. Ma le conseguenze del no di protesta le pagheranno tutti: commissariata del Gop, la Casa Banca sarà nelle sabbie mobili per almeno due anni, costretta a concessioni liberiste alle imprese, ad allentare la morsa sulla finanza, a dare mano libera alle multinazionali.
Al netto di nuove guerre e di grandi disastri ambientali.

Twitter @BarbaraCiolli

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