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EUROBALLE 7 Novembre Nov 2014 0946 07 novembre 2014

LuxLeaks, l'inchiesta che ha scoperto l'acqua calda

Che il Lussemburgo sia un paradiso fiscale è noto. Ma sembrano tutti scoprirlo ora.

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L'hanno chiamato scandalo, scoop, e non di un giornalista ma di un consorzio di reporter inter­na­zio­nali Icij (che rag­gruppa un’ottantina di inve­sti­ga­tori di una qua­ran­tina di impor­tanti media: da Le Monde al Guar­dian, dall’Asahi Shim­bun alla Südd­deu­tsche Zei­tung o la Folhade Sao Paolo, L’Espresso in Ita­lia) che ha svelato e pubblicato file sui patti fiscali segreti tra 340 multinazionali e il governo del Lussemburgo.
In tutto 28 mila pagine di documenti.
LuxLeaks, in nome dell'inchiesta, potrebbe essere il titolo di una canzone dei Daft punk e magari tra qualche anno, o anche solo qualche giorno, qualcuno potrebbe pure pensarlo.
TANTA INDIGNAZIONE IN TUTTA EUROPA. Per ora, in attesa del solito oblio, il tema ha scatenato dichiarazioni infuocate, domande, sconcerto. E, soprattutto, indignazione.
Ma come, le aziende portano i soldi in Lussemburgo - quel piccolo Stato di 550 mila anime in vetta alla classifica mondiale del Pil pro capite - per non pagare le tasse nei loro Paesi?
Ma come, il presidente dell'esecutivo europeo è stato per 18 anni (1995-2013) il premier del ricchissimo Granducato?
No, peggio, dopo è stato anche presidente dell'Eurogruppo (2005-2013). Sì, quello che ha spinto e voluto le misure di austerity, la Troika contro Grecia, Irlanda e Portogallo?
UNA BOMBA PER IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE. Quello che da premier del suo Paese si era dimesso in seguito a un’indagine sui servizi segreti che l'aveva coinvolto senza che nessuno se ne accorgesse?
Solo oggi, all'ennesimo scoop che rivela che in Lussemburgo il segreto bancario è la legge, tutti aprono gli occhi. O li chiudono? Facendo finta di non vedere strane coincidenze. Come quella che proprio la prima settimana in cui Jean-Claude Juncker si è insediato a palazzo Berlaymont, sede la Commissione europea a Bruxelles, con i suoi commissari, l'inchiesta Luxleaks è arrivata puntuale facendo scoppiare una bomba sul tavolo del neo presidente.
Altro che benvenuto.

Tutti contro Juncker, ma la politica fiscale del Lussemburgo è nota

Jean Claude Juncker.

C'è chi è arrivato a chiedere le dimissioni di Juncker, come se alle elezioni europee i cittadini che l'hanno votato non sapessero chi era costui. Come se i leader di socialisti e liberali Gianni Pittella e Guy Verhofstadt, che hanno fatto una Grosse koalition con i popolari e che hanno votato il candidato Juncker durante la plenaria di Strasburgo a luglio, non sapessero chi fosse.
Avranno pensato fosse un omonimo dell'ex premier lussembughese?
O dentro l'eurobolla si gioca all'euroballa, una sorta di riedizione del gioco guardie e ladri a scoppio ritardato?
L'IPOCRISIA DELLA POLITICA. Oggi politici e non solo, chiedono conto a Juncker, chiedono di prendere le distanze da quello che succede nel suo Paese e che succedeva anche quando lui era premier.
Giustizia retroattiva? O ipocrisisa proattiva?
Ma a vantaggio di chi? Oltre alle domande, legittime, da fare a Juncker ce ne sarebbero infatti ben altre da fare a tutti: chi ha dato quei file ai giornalisti? Perché proprio ora? Perchè così tante persone hanno gridato allo scandalo davanti a un sistema fiscale noto da decenni?
LE PRESSIONI SUL NEOPRESIDENTE. Si vuole forse dare una spallata al governo Juncker appena nato con un gioco così mal orchestrato?
E chi vorrebbe questo? I servizi segreti britannici, la Germania, gli americani, gli alieni?
Oppure si vuol far scoppiare la bomba proprio nelle mani del suo artificiere? Perchè se di complotto si parla, si può pensare anche a un 'gomblotto' a fin di bene.
Ovvero pretendere che a dare l'esempio e a combattere davvero l'evasione fiscale una volta per tutte sia proprio Juncker, che per anni ha rappresentato il paradiso fiscale per eccellenza. E ora da presidente dell'esecutivo europeo deve annientarlo.
Insomma uno scacco matto al Re.
Lo stesso che, secondo alcuni, Juncker ha cercato di giocare mettendo commissario alle finanze John Hill, il lobbista della City londinese, e all'economia Pierre Moscovi, l'ex ministro delle Finanze della Francia (uno dei Paesi con il debito più grande dell'Ue).
Perché mettere a guardiani delle regole chi certe regole non le ha rispettate può essere produttivo. Da controllati a controllori.

Se gli stessi Paesi Ue si rifugiano nei paradisi fiscali

Ma che si tratti di complotto o 'gomblotto', altre domande restano in attesa di risposta.
Perché il caso è scoppiato ora? Non era stato già il commissario Joaquín Almunia ad accusare il Lussemburgo, i Paesi Bassi e l'Irlanda di aver favorito tre aziende (Fiat, Starbucks e Apple) con presunti aiuti di Stato che in realtà celavano l'evasione fiscale?
Già Almunia. Cinque anni alla Concorrenza nella Commissione Barroso, e proprio tra le sue ultime azioni prima di andare via c'è stata un'indagine sul Lussemburgo e i suoi rapporti con la Fiat.
UNA GIUSTIZIA A SCOPPIO RITARDATO. Ma se davvero giustizia si può fare, perchè non si è fatta prima?
Se davvero si vuole risolvere una delle cause più gravi della crisi economica e finanziaria dell'Ue, ovvero l'evasione fiscale che in Europa vale 100 miliardi di euro all'anno, perché i 28 non omogeneizzano i propri sistemi fiscali?
Perché anziché chiedere spiegazioni a Juncker non si mettono d'accordo per pretendere la chiusura dei paradisi fiscali.
Forse perché sono gli Stati stessi a frequentarli?
IL CASO FINMECCANICA, HABITUÈ DEL GRANDUCATO. L'azienda statale Finmeccanica pare fosse un habituè nel Granducato. Quindi come stupirsi, come condannare, come sputare sul piatto su cui si mangia?
Che in Lussembugo vengano ospitate società ai confini con la legalità, offrendo loro regimi fiscali che vanno contro ogni regola della concorrenza e della decenza, lo sanno tutti.
Ma si sa, indignarsi va di moda.
E soprattutto è funzionale per distrarre da altri intenti.
Bravo ora chi scopre quali esattamente siano.

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