Economia 11 Novembre Nov 2014 1603 11 novembre 2014

A Wall Street i conti tornano (quasi sempre)

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Wall Street La stagione delle trimestrali americane si avvia a conclusione. Più di tre quarti della Corporate America ha pubblicato i conti e tutte le grandi sono già passate dal banco d’esame, con risultati più o meno soddisfacenti. Ora è tempo di bilanci: in generale i profitti si sono dimostrati solidi, ma gli investitori hanno notato anche segni di malessere, soprattutto per quanto riguarda i fatturati, cosa che non manca di sollevare perplessità anche sull’outlook del mercato azionario. Molte delle Blue Chip, le trenta società quotate sul listino Dow Jones a Wall Street, hanno visto crescere le vendite a passo lento o addirittura hanno registrato un calo delle entrate anno su anno. Altre sono andate molto bene, ma grazie a fattori contingenti, come tagli dei costi e operazioni di riacquisto di titoli propri, che non riflettono necessariamente miglioramenti sostenibili delle attività. Ecco cosa bisogna sapere. 1. PESA CRESCITA LENTA ESTERA, MA WALL STREET TIENE Ad amplificare i timori degli investitori sono le previsioni non rosee sull’economia globale, che solo l’anno prossimo, e non ovunque, ricomincerà a guadagnare slancio. Le multinazionali americane, nonostante il passo più rapido a cui viaggia la congiuntura americana (nel terzo trimestre il Pil è salito del 3,5%, dopo il +4,6% dei tre mesi precedenti), devono fare i conti con il rallentamento dell’Europa e della Cina e con un biglietto verde più forte che minaccia di penalizzare i fatturati riducendo il valore dei pagamenti raccolti in valute straniere e poi convertite in dollari. Va detto che pochi prevedono un sostenuto calo del mercato azionario, ma molti trader e analisti hanno paura che la crescita delle aziende americane non sarà abbastanza robusta da soddisfare le alte aspettative implicite nelle attuali valutazioni sopra la media dei titoli delle Blue Chip. Anche se sono lontane dal rischio bolla, le azioni sono costose rispetto alla media storica: lo S&P 500 viaggia a livelli 15,8 superiori l’utile previsto per i prossimi dodici mesi, contro la media di 14,1 volte degli ultimi dieci anni e di 13,5 volte degli ultimi cinque. 2. FATTURATI DELUDENTI, A PAGARE SONO I TITOLI Anche se gli utili sono al di sopra delle aspettative, - per le società quotate sullo S&P 500 è atteso un aumento del 7,7% nel terzo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e il risultato migliore finora nel 2014, - pesa di più la delusione per vendite non all’altezza delle previsioni. Stando ai dati di FactSet, i fatturati delle società dello S&P cresceranno complessivamente del 3,8% meno del 4,4% del secondo trimestre e al di sotto della media del 4,8% degli ultimi cinque anni. Gli investitori reagiscono a tutto questo penalizzando i titoli. È per esempio il caso di General Motors, che ha bruciato l’1,2% il 23 ottobre e più del 2% il giorno successivo dopo che l’utile ha superato le previsioni di Wall Street, ma il fatturato è cresciuto solo di misura. Stesso discorso anche per il colosso della cosmetica Avon Products, che il 30 ottobre ha lasciato sul campo il 9% sulla scia del ribasso delle vendite. «Il punto è la crescita anemica dei fatturati», ha detto Laton Spahr, gestore di portafoglio di OppenheimerFunds. 3. TAGLI DI COSTI E POCHE STRATEGIE DI CRESCITA E poi ci sono anche le preoccupazioni sui profitti stessi, che come detto sono finora stati sostanzialmente positivi. Il timore principale è che la crescita degli utili, costante dalla crisi finanziaria in poi, sia derivata per lo più da drastici tagli delle spese, che lasciano le società con montagne di contante disponibile. I margini di profitto per le società dello S&P sono cresciuti a livelli record (10,1% delle vendite nel terzo trimestre), ma il fatto che questo non vada di pari passo con un incremento delle vendite fa temere per le prospettive di lungo termine. «I tagli facili dei costi hanno fatto la loro parte negli ultimi cinque anni, ma ora è finita e bisogna trovare strategie di crescita effettiva», ha detto David Donabedian, direttore degli investimenti di Atlantic Trust Private Wealth Management. EUROPA E CINA PESANO SUI CONTI DELLA CORPORATE AMERICA Un altro problema è il rallentamento della crescita in Europa e in economie emergenti come Cina e Brasile, fatto che pesa soprattutto su quelle società che realizzano ampia parte dei propri fatturati all’estero. È il caso di Coca-Cola, che nel 2013 ha generato il 58% del giro d’affari operativo netto fuori dagli Stati Uniti: la società, che ha registrato un calo dei profitti del 14% nel terzo trimestre, ha già fatto sapere che non raggiungerà gli obiettivi fissati per quest’anno e il prossimo, schiacciata dalle performance deludenti in Giappone, Europa e mercati emergenti. Stesso discorso per il colosso dei beni di consumo Procter & Gamble, che nel suo primo trimestre fiscale ha visto scendere l’utile del 34% a 2 miliardi di dollari con vendite piatte per 20,8 miliardi: la società, che genera all’estero circa il 65% del fatturato, ha tagliato le stime di crescita e ha previsto ulteriori problemi derivati dal rafforzamento del dollaro.

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