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ECONOMIA 12 Novembre Nov 2014 1110 12 novembre 2014

Libero scambio in Asia, la Cina brucia gli Usa

Pechino ipoteca l'intesa commerciale con i Paesi del Sud Est. Prima di Obama. Che ora si trova a inseguire. E rischia di lasciare il dossier al suo successore.

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Soffiano dall'Asia il vento dello sviluppo e l'olezzo delle polveri sottili. Il 22esimo vertice Apec di Pechino si chiude tra i brindisi. E con un clima di distensione tra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l'ospite Xi Jinping.
I leader di Washington e Pechino hanno trovato lo storico accordo sull'ambiente (l'ex Impero Celeste è responsabile del 36% delle emissioni di gas serra nel Pianeta): un risultato da sbandierare con l'opinione pubblica americana al ritorno alla Casa Bianca.
Ma intanto nella sottile guerra commerciale combattuta in Oriente, la Cina ha vinto la sua battaglia. E non è una battaglia da poco.
LA VITTORIA DI XI JINPING. Xi Jinping è riuscito a portare a casa il sì degli Stati del Pacifico alla proposta di una zona di libero scambio dell'Asia e del Pacifico (Ftaap).
L'accordo non ha date precise come avrebbe voluto il Dragone, ma prevede che per due anni sia messa allo studio una grande intesa commerciale allargata almeno a Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Nuova Zelanda, 10 Paesi dell'Asean, l'associazione delle nazioni del Sud Est asiatico che include alcune delle economie più dinamiche dell'area.
FTAAP E TTIP, PROGETTI IN COMPETIZIONE. Un progetto ambizioso che rischia di ostacolare la Trans pacific partnership (Ttip), la proposta parallela statunitense che include 12 Paesi affacciati sull'oceano che oggi conta di più, un insieme di nazioni che fanno i due quinti del Pil mondiale ma tra cui manca la prima potenza economica globale.
Ovviamente, la competizione non ha niente di ufficiale. Durante il summit di Pechino, i cicli di negoziati si sono susseguiti e alternati parallelamente e in sordina. Ma la frizione è stata palpabile. E alla conclusione il presidente cinese ha sottolineato l'assenza di antagonismo tra le due intese, sostenendo come l'area di libero scambio proposta da Pechino sia pensata come una cornice più ampia di negoziati già in corso. Guanti di velluto, ma piuttosto ruvidi.

Il messaggio della Cina: in Asia non si fanno intese senza di noi

La tabella di marcia di Washington prevede di chiudere il Ttip entro la prima metà del 2015.
Ma la discussione sta proseguendo a rilento - l'ultimo incontro tenuto in Australia il 26 e 27 ottobre ha lasciato sul piatto interessi in conflitto - e a Pechino il presidente Usa è arrivato senza il mandato del Congresso per ulteriori intese.
Un funzionario americano che ha parlato a Bloomberg in condizione di anonimato ha anticipato che l'intesa non era destinata a essere firmata. Per dissipare i dubbi ci vuole tempo. E intanto i cinesi si sono mossi.
40 MILIARDI PER IL SUD EST. Hanno annunciato un investimento da 40 miliardi per finanziare le infrastrutture del Sud Est asiatico, attraverso una nuova banca di sviluppo.
E poi hanno giocato la carta dell'intesa del libero scambio, un'idea che covava nei cassetti delle diplomazie asiatiche da anni.
E che però solo ora, grazie alla negoziazione del Dragone, ha trovato il consenso di tutte le cancellerie. La manovra cinese vuol dire solo una cosa: in Asia non si fanno le intese senza Pechino.
RISCHIO RITARDO PER GLI USA. «I rapporti tra Cina e Stati Uniti non sono facili», ha spiegato a Lettera43.it Gilbert Rozman, analista del continente asiatico a Princeton, «ma il progetto di Pechino non esclude l'altro e gli accordi asiatici possono solo accelerare l'altro grande accordo: la partnership transantlantica tra Ue e Usa».
Altri analisti, tuttavia, non la pensano allo stesso modo. Per Chris Devonshire-Ellis, partner della società di analisi Dezan Shira & Associates, la Ftaap e l'attivismo cinese rischiano di ritardare la partnership transpacifica, una delle grandi scommesse dell'attuale amministrazione americana.

In un anno 128 miliardi di investimenti esteri diretti nel Sud Est asiatico

Il campo di battaglia è rappresentato soprattutto dai Paesi del Sud Est asiatico. Ed è facile capire perché.
Nel 2013, le cinque economie più dinamiche dell'Asean - Singapore, Malaysia, Indonesia, Filippine e Thailandia - hanno raccolto da sole 128,4 miliardi di dollari di investimenti esteri diretti, superando la stessa Cina (dati della banca d'affari Merrill Lynch).
Qui si trova oggi il baricentro manifatturiero del mondo. Con un potenziale in crescita.
OPERAI OGGI, CONSUMATORI DOMANI. Mentre la Cina invecchia, infatti, i Paesi Asean vantano la condizione demografica che fa più gola ai Ceo delle multinazionali: hanno più cittadini destinati a entrare nel mondo del lavoro di quelli che già lavorano. Per le strade della Cambogia, della Thailandia o dell'Indonesia, sei persone su 10 hanno meno di 35 anni. Un esercito di operai oggi. Ma anche un esercito di consumatori domani.
Da qui al 2020 la classe media vietnamita, il miglior partner americano nel Sud Est asiatico, passerà da 2 a 30 milioni di persone. In tutto la popolazione dell'area conta oggi 600 milioni di abitanti (il doppio degli Stati Uniti), che sommati a 1,3 miliardi di cinesi fanno una massa critica di 2 miliardi di persone, sei volte la popolazione degli Usa e quattro quella dell'Unione europea.
INTESA SUI PRODOTTI HI TECH. Il presidente degli Stati Uniti conosce benissimo le cifre e i loro significati. Ma intanto si è accontentato di portare a casa un accordo - strategico - con la Cina per abbassare i dazi sui prodotti hi tech. E nell'aria impregnata di polveri di Pechino punta a incassare anche un impegno sul clima.
Un modo per recuperare la sua anima verde, accantonata temporaneamente per sostenere la rivoluzione dello shale gas. Sul libero scambio, però, i cinesi hanno segnato il loro punto. E anche se Obama chiudesse la partita, lo dovrebbe fare con il convitato di pietra dell'ex impero Celeste. Se poi i negoziati con gli Usa dovessero protrarsi, dell'intesa sul libero scambio nel Pacifico rischia di occuparsi il prossimo presidente. Che potrebbe fare Clinton di cognome.

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