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BASSA MAREA 12 Novembre Nov 2014 0608 12 novembre 2014

Obama, Clinton non era l'esempio da seguire

Barack ha imbarcato la vecchia squadra di Bill. Tanto amata da Wall Street. E così facendo ha tradito gli elettori che credevano nelle sue promesse.

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Barack Obama.

Barack Obama è in viaggio nel Pacifico. I viaggi in terre lontane sono la panacea dei presidenti americani senza più maggioranza al Congresso. Secondo vari osservatori, anche italiani, Obama ha buone possibilità di centrare alcuni obiettivi in politica estera, terreno dove la mancanza della maggioranza è meno limitativa. È vero, e c’è da sperare.
Quello che è mancato nella lettura italiana dei pesanti risultati delle elezioni di midterm è un giudizio sulla presidenza Obama, avviata sei anni fa con grandissime speranze e promesse di profondo rinnovamento del partito democratico e poi del paese e arrivata a un chiaro punto morto.
IL PARTITO NON È STATO RINNOVATO. È stata l’economia, si è letto e sentito da noi, meno buona nel giudizio degli elettori di quanto sembri dai dati macro. Ma non era, a leggere e ad ascoltare, un’America alla vigilia del boom, se non già nel boom, e così diversa dall’ansimare europeo? Ora, si direbbe dagli umori elettorali, se è stata l’economia a determinare il risultato, l’americano medio non ha stati d’animo molto diversi da quelli dell’europeo medio.
Il partito democratico non è stato affatto rinnovato e si è capito subito, dai primi sei mesi della presidenza nel 2009, che non lo sarebbe stato. Per il Paese, dipende dalla lettura delle due riforme cui Obama ha legato il suo nome, quella finanziaria e quella sanitaria.
OBAMA E LA PRESA DI DISTANZA DAL CLINTONISMO. La campagna elettorale del 2007-08 è stata da subito per Obama una netta presa di distanza da Hillary Clinton, da Bill Clinton, dal clintonismo. Ridaremo al partito la sua anima liberal, diceva Obama, meno rapporti con il potere finanziario e meno lobbismo.
Senza capire che cosa è stato Clinton e il suo centrismo democratico non si capisce Obama. Clinton, su posizioni moderate e molto aperte alla finanza, di cui sottoscriveva preveggenza e affidabilità “scientifica”, ha guidato i new democrats, che erano democratici senza più lo storico sottofondo di sfiducia populista nei confronti di Wall Street. I democratici avevano già avuto, anche nell’800, correnti analoghe. Ma da George McGovern - candidato presidenziale sconfitto nel 1972 - in poi erano diventati un partito very liberal, di sinistra diremmo noi, perdendo sempre o quasi.
CLINTON VINSE, MA SI GIOCÒ L'ANIMA DEI NEW DEM. Clinton li riportò alla vittoria. Ma giocandosi l’anima del partito, secondo molti. Ritorno ai principii, era il messaggio di Obama, e basta con gli eccessi del lobbismo e le revolving doors, il passaggio dalla politica a Wall Street e ritorno.
Per capire Obama non andrebbero poi sottovalutati piccoli episodi come la sua presenza e il suo saluto nell’aprile 2006 alla prima riunione dell’Hamilton Project, nuovo think tank dei new democrats creato dal simbolo di quel mondo, il banchiere ed ex ministro del Tesoro Robert Rubin, mentore e capofila della futura squadra economica di Obama, dopo la vittoria.
Era come se l’astro nascente della sinistra Pd portasse il suo cordiale saluto alla riunione dei più duri e puri dei renziani.

La riforma finanziaria: nulla cambia, e le banche sono più protette

Una seduta di Wall Street.

La crisi finanziaria del 2008, alla vigilia del voto, drammatizzò la differenza con i Clinton e Obama fece allora discorsi lucidissimi.
Poi, dopo la vittoria, imbarcò in pieno la vecchia squadra di Clinton, mise nell’angolo l’anziano Paul Volcker che gli aveva fornito quella lucida lettura dei fatti, si guardò bene dal fare una vera riforma finanziaria con la legge Dodd-Frank e oggi, con vari controlli (teorici) in più, le grandi banche sono sempre più protette e fanno in sostanza quello che facevano prima. Il lobbismo? Mai così fiorente.
50 MILA PAGINE? A ROOSEVELT NE BASTARONO 33. Sorprende leggere su alcuni giornali italiani che Wall Street festeggia la recentissima vittoria repubblicana perché così verranno allentate le rigide briglie poste da Obama sul collo dei grandi banchieri. Quali briglie?
Martin Wolf del Financial Times, forse il più autorevole commentatore economico-finanziario sulla scena internazionale, dà questo giudizio della Dodd-Frank: gattopardesca, cambiare tutto, con per ora 30 mila pagine di regolamenti che diventeranno 40 e forse 50 mila, per non cambiare niente. Obama dice che è una grande riforma. Wolf dice che è una falsa riforma. A Roosevelt bastarono 33 paginette nel 1933, e lasciò il segno per mezzo secolo.
UNA GENERAZIONE DI LEADER COSTRETTA ALLA MINORANZA. Sulla sanità è presto detto: non cambia affatto il sistema di sanità privata che copre circa 200 milioni di americani, dà di più a certe tipologie, di meno ad altre, e la promessa che chi era contento della sua polizza e del suo dottore poteva tenerseli si è rivelata ampiamente falsa. Poiché devono dare di più in certi casi, le assicurazioni del settore hanno e stanno disdettando tutte le polizze che possono per recuperare margini di utile, facendo pagare di più o offrendo di meno. Insomma, c’è chi è contento e chi no. Fra un anno circa, con la riforma più a regime, si tireranno le somme.
E il partito? Svuotato, scrive ora Dan Balz, capo dei servizi politici del Washington Post. Un’intera generazione di giovani leader, che hanno negli Stati il loro vivaio, costretti alla minoranza. I repubblicani hanno completo controllo (governatore e maggioranze alle assemblee locali) in 23 Stati, i democratici in sette, dopo il voto del 4 novembre. E hanno 18 governatori su 50 e solo tre nei primi 10 Stati per popolazione (California, New York e Pennsylvania).
«PRESIDENTE AL FIANCO DEGLI INTERESSI COSTITUITI». I radicali a volte esagerano, ma sono a volte anche lucidi e così scriveva nel gennaio 2010 sull’Huffington Post Robert Kuttner, bandiera della sinistra democratica e grande sostenitore di Obama due anni prima: «La battaglia avrebbe dovuto essere quella del presidente e del popolo contro gli interessi costituiti. E invece sempre più elettori hanno concluso che era del presidente e degli interessi costituiti contro il popolo. Se gli elettori si chiedono da quale parte mai stia questo signore, è perché ha dato loro buone ragioni per porsi questa domanda»
L’economista James K. Galbraith ha scritto di peggio. C’è da chiedersi che cosa mai possa aspettarsi dai repubblicani chi vota oggi per loro, o non vota, in odio a Obama. Ma questa è un’altra storia.

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