Economia 12 Novembre Nov 2014 1601 12 novembre 2014

Tfr in busta: 3 ragioni per non aderire

L'aumento va in tasse, la liquidazione è più magra e la pensione pure. Perché non conviene la scelta che è irreversibile per 3 anni.

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La scelta di mettere o no il Tfr in busta paga arriva nel 2015. E non si potrà tornare indietro fino al 2018. Una scelta che vale per ben tre anni, senza la possibilità di tornare indietro. Funzionerà così la destinazione del Tfr sulla busta paga, voluta dal governo Renzi con la legge di Stabilità per il 2015. Dal prossimo anno, milioni di lavoratori italiani avranno la possibilità di farsi pagare ogni mese, direttamente sullo stipendio, le parte di salario che oggi viene invece accantonata per farsi la liquidazione o per una pensione integrativa. Si tratta appunto delle quote del trattamento di fine rapporto (Tfr) che ammontano al 6,9% della retribuzione lorda annua, cioè a circa una mensilità di stipendio. Nel 2015, probabilmente entro marzo, i lavoratori dovranno dire se vogliono farsi liquidare il Tfr sulla busta paga o tenerselo così com'è. Va ricordato, però, che la decisione sarà irreversibile per ben 40 mesi e non si potrà cambiare idea fino al giugno 2018. Meglio dunque ponderare con attenzione le proprie mosse, per evitare poi di pentirsi della scelta effettuata. Chi decide di farsi anticipare il trattamento di fine rapporto, infatti, pagherà subito più tasse sul salario mentre avrà una liquidazione o una pensione integrativa più basse a fine carriera. Ecco, di seguito, spiegato il perché. 1. LE TASSE SI MANGIANO TUTTO L'AUMENTO IN BUSTA Innanzitutto, se è vero che l'anticipo del Tfr  farà crescere gli stipendi, non va dimenticato un particolare importante: gli aumenti che il lavoratore percepirà sul salario saranno soggetti all'irpef, cioè alla tassazione ordinaria e non avranno invece un trattamento speciale come la liquidazione o le pensioni integrative. Quest'ultime subiscono infatti un prelievo molto basso, compreso tra il 9 e il 15%, mentre la liquidazione è soggetta a una tassazione separata, pari all'aliquota media dell'irpef pagata dal lavoratore negli ultimi 5 anni. Chi si farà dare il Tfr sulla busta paga, invece, verserà al fisco molto di più rispetto a chi lo conserva nelle forme tradizionali. L'irpef è infatti un'imposta progressiva, le cui aliquote crescono all'aumentare del reddito, con un sistema che funziona per scaglioni. Sui primi 15mila euro guadagnati, il contribuente paga un'imposta del 23% che sale al 27% per la parte di reddito compresa tra 15mila e 28mila euro. Se la retribuzione supera i 28 mila euro, invece, l'aliquota Irpef applicata su ogni euro in più guadagnato cresce fino al 38% e così via fino a raggiungere il 43% sopra i 75mila euro annui di reddito. Il calcolo su una busta paga da 35 mila euro l'anno Ecco dunque cosa accadrà, per esempio, nel caso di un dipendente con uno stipendio lordo di 35mila euro all'anno (circa 1.900 euro netti al mese) che ogni 12 mesi matura 2.400 euro di Tfr. Se il lavoratore sceglierà di farsi liquidare questa somma sulla busta paga, il suo aumento di stipendio sarà soggetto a un'aliquota marginale dell'irpef di ben il 38% e scenderà, al netto delle tasse, a circa 1.500 euro all'anno, corrispondenti a un aumento di salario di poco superiore a 110 euro al mese. Se invece lo stesso dipendente conserverà il Tfr nelle forme tradizionali, subirà una tassazione separata di appena il 25% e verserà al fisco 300 euro in meno, accantonando per la liquidazione circa 1.800 euro netti all'anno. 2. LIQUIDAZIONE PIÙ MAGRA Oltre a pagare più tasse, un lavoratore che si fa liquidare il trattamento di fine rapporto sulla busta paga dovrà anche subire un'altra conseguenza. A fine carriera, infatti, la sua “buonuscita sarà  ben  più bassa del previsto. Di quanto? Per capirlo, bisogna anzitutto  ricordare che le somme del Tfr vengono rivalutate ogni anno di una quota fissa dell'1,5%, più i tre quarti del tasso di inflazione. Esempio: se l'aumento dei prezzi è del 2%, il valore del Tfr cresce ogni 12 mesi del 3% (1,5% fisso, più un altro 1,5%, che corrisponde appunto ai tre quarti dell'inflazione). Si tratta di un rendimento in apparenza modesto ma che, nel lungo periodo, può rivelarsi molto fruttuoso. Ben 5.400 euro in meno Per rendersene conto, basta prendere di nuovo  in esame il profilo del lavoratore del paragrafo precedente, che guadagna 35mila euro lordi all'anno e matura ogni 12 mesi 1.800 euro netti per il trattamento di fine rapporto. Facendosi liquidare i soldi sulla busta paga per 3 anni fino al 2018, il dipendente  rinuncia così a mettere da parte per la liquidazione ben 5.400 euro che, se venissero rivalutati per molto tempo, potrebbero addirittura raddoppiare. Ipotizzando che il dipendente abbia ancora 30 anni di carriera prima del pensionamento e che l'inflazione resti sempre attorno al 2% , i 5.400 euro accantonati oggi  si trasformerebbero a fine carriera in un capitale di bel 11.300mila euro. In cambio di un aumento di stipendio di appena 100 euro al mese, dunque, in questo caso il lavoratore si priva di una fetta consistente della liquidazione. 3. UN TAGLIO NETTO ALLA PENSIONE Una sorte simile attende chi si fa anticipare il Tfr sulla busta paga dopo averlo destinato sinora ai fondi della previdenza integrativa, anziché alla liquidazione. Per il profilo di lavoratore sopra esaminato (35mila euro di redditi annui e ancora 30 anni di carriera da completare) , il fondo pensionistico a cui è iscritto il dipendente perderebbe ogni 12 mesi ben 2.400 euro di versamenti, che prima venivano investiti per intero sui mercati finanziari. Dunque, facendosi liquidare il Tfr sulla busta paga per tre anni, il lavoratore rinuncia a destinare alla previdenza integrativa un totale 7.200 euro. La conseguenza di questa decisione sarà ovviamente un abbassamento della rendita  maturata a fine carriera, con una perdita potenziale che dipende dai guadagni messi a segno dal  fondo pensionistico. Rinunciare ai fondi pensione fa perdere in media 18.700 euro Se  il il prodotto previdenziale scelto rende in media il 4% all'anno, per esempio, a fine carriera il lavoratore si ritroverà con un capitale inferiore per ben 18.700 euro, rispetto a quello che avrebbe invece avuto senza interrompere i versamenti. Il che si tradurrà automaticamente in un taglio alla pensione integrativa maturata, per una cifra compresa più o meno tra 1.100 e 1.300 euro all'anno, corrispondenti a circa 85-100 euro netti al mese (nell'ipotesi che il ritiro dal lavoro avvenga tra 65 e 70 anni).  Se oggi l'anticipo del Tfr garantisce aumento temporaneo di stipendio, le brutte sorprese arriveranno però in vecchiaia.

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