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RAPPORTO 14 Novembre Nov 2014 1000 14 novembre 2014

Non solo LuxLeaks: uno studio incastra l'Ue sull'evasione

Trasparenza zero. Società anonime. Tasse di favore. Così gli Stati Ue aggirano il fisco.

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da Bruxelles

Jean-Claude Juncker.

Dopo lo scandalo di LuxLeaks, Jean-Claude Juncker ha promesso di impegnarsi per l'armonizzazione fiscale e per lo scambio automatico di informazioni tra Stati sui tax ruling, ovvero le richieste preventive da parte delle società su come saranno tassate dal Lussemburgo e da altri paradisi fiscali, che sono sempre disponibili a concedere forti riduzioni in modo riservato.
«FENOMENO GENERALIZZATO». «Il diritto tributario è sempre stato rispettato», ha però sottolineato Juncker il 12 novembre respingendo le accuse davanti al parlamento europeo di essere stato l'artefice della trasformazione del Granducato in un paradiso fiscale quando era premier e ministro delle Finanze.
«Probabilmente c'è stato un eccesso di ingegneria fiscale, come in altri Paesi», ha ammesso, ma «non c'è una specificità lussemburghese, bensì un fenomeno generalizzato in Europa e altrove».
Quello dell’evasione fiscale “legalizzata” è infatti il più grande conflitto di interessi degli Stati membri e non del presidente dell’esecutivo europeo.
Non è quindi una questione di «Juncker contro Juncker», ha sottolineato il presidente. Ma piuttosto dei «28 contro 28».
SONO GLI STATI A DECIDERE. In materia fiscale, infatti, la Commissione ha solo potere di iniziativa: può proporre delle misure, ma sono gli Stati membri a decidere all'unanimità.
Per questo esistono così tanti paradisi fiscali dentro l’Ue. Per questo negli ultimi 20 anni l’armonizzazione è stata una mission impossible - finora nel diritto comunitario sono state approvate solo due misure - non solo per colpa del Lussemburgo.
Anche Olanda, Gran Bretagna, Slovacchia, Estonia e Irlanda tassano le imprese come meglio credono per attirarne i profitti, consapevoli che quei soldi spesso sono stati guadagnati in altri Stati membri.
In Estonia l’aliquota è zero, la Slovacchia offre trattamenti speciali alle imprese automobilistiche tedesche. Nei Paesi Bassi così come in Irlanda e in Lussemburgo è in corso un’inchiesta dell’esecutivo europeo che vuole accertare se i rapporti con tre aziende - Starbucks, Apple e Fiat - sono stati all'insegna dell'ottimizzazione fiscale o piuttosto dell'evasione o elusione del fisco. Il 14 novembre, secondo il «parere preliminare» della Commissione, «gli accordi sui prezzi in favore di Starbucks costituiscono aiuti di stato», ovvero sono illegali.
SOLO LA PUNTA DELL'ICEBERG. LuxLeaks è quindi solo la punta dell’iceberg europeo che da sempre tutti lasciano galleggiare nel mare comunitario, schivando la questione in ogni modo. Perché quasi tutti, alla fine, ci guadagnano.
A testimoniarlo è un rapporto presentato il 12 novembre da Eurodad (European network on debt and development), una rete di 47 Organizzazioni non governative di 19 Paesi europei che lavorano su questioni relative al debito, al finanziamento dello sviluppo e riduzione della povertà.
Lo studio dal titolo 'Profitti nascosti: il ruolo dell'Unione europea nel sostenere un sistema fiscale globale ingiusto 2014' mostra come sono i singoli Paesi dell’Ue a rinunciare alla trasparenza fiscale per motivi di opportunità economica.

«Molti Paesi piegano le norme per attirare imprese transnazionali»

Matteo Renzi con il premier spagnolo Mariano Rajoy.

In particolare gli esperti hanno esaminato gli impegni e le azioni dei governi nazionali verso la lotta contro l'evasione fiscale, mettendo a confronto ogni Stato membro con i suoi compagni su quattro temi fondamentali: l'imparzialità delle loro convenzioni fiscali con i Paesi in via di sviluppo; la loro volontà di porre fine a società di comodo anonime e ai trust; il loro sostegno per aumentare la trasparenza delle attività economiche e fiscali delle imprese transnazionali; e il loro atteggiamento nei confronti dei Paesi più poveri, ai quali dovrebbero dar voce quando vengono negoziati gli standard fiscali internazionali.
SI CREA UNA «CORSA AL RIBASSO». I risultati non sono edificanti per nessuno. «Pratiche che facilitano l'evasione fiscale da parte delle imprese straniere e degli individui sono ampiamente utilizzate», si legge nel rapporto. «In alcuni casi i governi sono competitivi abbassando le aliquote di imposte».
Ma questo è un processo che sta creando una «corsa al ribasso», è la denuncia, «il che significa che molti Paesi stanno piegando le norme per cercare di attirare imprese transnazionali».
Alcuni di questi che hanno avuto maggior successo nell'attrarre imprese - Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi - sono anche attualmente sotto inchiesta da parte della Commissione europea per aver siglato accordi distorsivi della concorrenza con imprese straniere.
TRATTATI, IN TESTA FRANCIA E GB. In particolare, rileva il rapporto, i Paesi europei hanno un elevato numero di trattati fiscali con i Paesi in via di sviluppo.
In testa ci sono Francia e Regno Unito, rispettivamente con 72 e 66 diversi trattati fiscali. Segue l’Italia con 49 (e sono in corso negoziati con Perù e Barbados). Sin qui niente di male, se non fosse che questi trattati spesso spingono verso il basso i livelli di tassazione sui trasferimenti finanziari dai Paesi in via di sviluppo, e, quindi, creano percorsi attraverso i quali le società transnazionali possono evitare la tassazione.
TASSI BASSI IN SPAGNA E SVEZIA. Tra gli Stati ad aver negoziato le maggiori riduzioni dei livelli di tassazione verso i Paesi in via di sviluppo attraverso questi trattati ci sono la Spagna, il Regno Unito e la Svezia.
Un modus operandi che continua a essere perseguito, nonostante numerosi studi dimostrino gli effetti negativi che questi trattati possono avere sui Paesi in via di sviluppo.
Sinora tra i 15 governi membri dell'Ue analizzati dallo studio, solo i Paesi Bassi hanno prodotto un'analisi sulle ripercussioni per valutare l'impatto di questi trattati sui Paesi poveri del mondo.
SOCIETÀ ANONIME CHE RITORNANO. Alcuni hanno eliminato le strutture dannose che in passato avevano contribuito a nascondere le identità fiscali, ma ora è in corso un processo di creazione di nuove strutture. Sia la Repubblica Ceca sia il Lussemburgo, per esempio, hanno da poco deciso di abolire le azioni al portatore delle società anonime, uno strumento che ha ricevuto molte critiche internazionali. Ma allo stesso tempo, i due Paesi stanno introducendo il trust nella loro legislazione nazionale.
«In pratica forniscono nuovi strumenti per “tutelare” la proprietà anonima che possano rimpiazzare quelli appena eliminati».
LA TRASPARENZA? SOLO A PAROLE. Per quanto i governi dell'Ue dichiarino quindi che le banche dovranno rispettare regole di trasparenza più stringenti, molti Paesi sono ancora riluttanti a fare proprie questa regole quando si tratta di accogliere i capitali di imprese transnazionali.
Per questo, «nessuno dei governi dell'Ue ha finora sostenuto attivamente la creazione di un organismo intergovernativo in materia fiscale sotto l'egida delle Nazioni unite», spiegano gli esperti che hanno redatto il rapporto. Un sistema che potrebbe consentire ai Paesi in via di sviluppo di avere voce in capitolo sulle norme fiscali globali, anziché accettare la situazione attuale: «oggi l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) è l'organo decisionale dominante. E rappresenta solo i Paesi ricchi».

La Francia è quella più avanti sulla trasparenza

Il premier Matteo Renzi parla col presidente francese François Hollande al Consiglio europeo.

Sul tema, tra le 15 nazioni dell’Ue prese in esame dal rapporto Eurad, la Francia è quella più avanti sulle regole di trasparenza e comunicazione sulle imprese transnazionali.
Tuttavia, la sua vasta gamma di convenzioni fiscali ha portato a un notevole abbassamento delle aliquote fiscali per i capitali dei Paesi in via di sviluppo.
Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia hanno ricevuto una luce rossa sulla trasparenza. Il che significa che non sono chiari sulla proprietà delle imprese a livello nazionale o resistono alle iniziative a livello dell'Ue che promuovono la trasparenza sugli assetti proprietari.
IN BELGIO TRATTATI DANNOSI. I trattati fiscali del Belgio per esempio hanno una serie di caratteristiche che li porta a essere definiti «potenzialmente dannosi», si legge nel rapporto Eurodad, «e possono avere impatti negativi diretti sulle entrate fiscali di altri Paesi, compresi quelli in via di sviluppo».
A livello comunitario, inoltre, il Belgio non ha dichiarato una posizione chiara a favore o contro la proposta di introdurre registri accessibili al pubblico sui titolari effettivi di società, trust e strutture giuridiche simili come parte di una nuova direttiva sul riciclaggio del denaro.
L'ITALIA È PER IL MODELLO OCSE. L'Italia include invece disposizioni anti-abuso nei suoi trattati fiscali, ma non ha effettuato una valutazione d'impatto dei suoi trattati sui Paesi in via di sviluppo.
La riduzione media delle aliquote fiscali nei trattati con questi Paesi «è inferiore alla media dei 15 Paesi europei analizzati», segnala Eurodad.
L'Italia è inoltre contraria ad avere un processo intergovernativo in materia fiscale inquadrato all’interno delle Nazioni unite e preferisce che sia l'Ocse a continuare a esercitare il ruolo di capofila nello sviluppo delle politiche fiscali a livello mondiale. «Roma sostiene pertanto l'esclusione dei Paesi più poveri del mondo dai processi decisionali in materia fiscale», è la conclusione della rete di Ong.
IN OLANDA 12 MILA ISTITUTI FINANZIARI. I Paesi Bassi dopo svariate critiche internazionali sul loro sistema fiscale hanno iniziato a incorporare clausole anti-abuso.
«L'Olanda ospita 12 mila istituti finanziari speciali che incanalano 4 mila miliardi di euro all'anno».
Non è difficile capire quindi perché non sia a favore della creazione di un registro pubblico obbligatorio di beneficiari stabiliti nell'ambito della direttiva sul riciclaggio di denaro. E sostiene inoltre che gli Stati membri dovrebbero decidere autonomamente se rendere queste informazioni pubbliche o meno.
IRLANDA, CERCASI UN REGISTRO. Anche il governo irlandese per quanto riconosca che la proprietà effettiva delle società dovrebbe essere nota (ci sono già norme che consentono alle autorità di identificare i proprietari effettivi delle società in caso di necessità), non ha però ancora stabilito se supportare o no un registro a disposizione del pubblico in Irlanda, né a livello di Ue.
Il governo irlandese sostiene l'Ocse nel ruolo di capofila in materia di politica fiscale internazionale piuttosto che le Nazioni unite, è quindi aperto a misure che proteggono gli interessi dei Paesi in via di sviluppo nei trattati fiscali, ma la pratica corrente è che i trattati si basano prevalentemente sul modello dell'Ocse e comprendono una significativa riduzione alla fonte delle aliquote fiscali.

In Germania alto livello di segretezza finanziaria

Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel.

Infine il governo tedesco condivide l’idea di usare il modello Onu nei negoziati fiscali con i Paesi in via di sviluppo.
Ma allo stesso tempo la Germania non è una paladina della trasparenza: non richiede infatti la segnalazione di proprietà dei fondi Treuhand (il trust che ha permesso la privatizzazione delle società pubbliche della Germania Est) e delle azioni al portatore, «sostiene un alto livello di segretezza finanziaria», si legge nel rapporto dove si evidenzia anche che il «supporto tedesco di iniziative dell'Ue in tal senso è stato debole».
OSTACOLI A REGOLE RIGOROSE. Anzi, «il precedente governo ha bloccato ulteriori progressi in seno al Consiglio sulla creazione di registri pubblici sui beneficiari effettivi».
Sempre il precedente governo tedesco ha «ostacolato i negoziati per ottenere requisiti più rigorosi di comunicazione per le aziende nelle industrie estrattive, ed era contro l'introduzione di una maggiore comunicazione delle informazioni per tutti i settori».
L'EVASIONE SUL TAVOLO DEL G20. Questo un breve quadro delineato dal Eurodad che fa ben capire quanto sarà difficile per Juncker non tanto difendersi per quello che fece in Lussemburgo quando era premier e ministro delle Finanze, ma agire ora per migliorare il sistema di trasparenza fiscale a livello europeo. E non solo.
Una missione di cui dovrà discutere anche durante il G20 in Australia, a cui parteciperà come presidente della Commissione europea. E dove è in agenda la lotta alla grande evasione fiscale.
ANTI-RICICLAGGIO E ALTRE OPZIONI. Nell'attesa di una presa di coscienza globale, ci sono una serie di raccomandazioni che gli Stati membri e le istituzioni dell'Ue possono portare avanti nel loro piccolo per contribuire a porre fine allo scandalo dell'evasione fiscale.
A partire dall'adozione di norme in tutta l'Ue per stabilire registri accessibili al pubblico sui titolari effettivi di società, trust e strutture giuridiche simili.
E soprattutto, ricorda Eurodad, sollecitare i negoziati Ue sulla revisione della direttiva sul riciclaggio di denaro, che sono ormai vicino alla conclusione e forniscono un'importante opportunità per definire tali registri.

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