Giappone 141117183437
CONFRONTO 17 Novembre Nov 2014 1914 17 novembre 2014

Giappone e Italia: in crisi per le stesse ragioni

Salari bassi. Consumi al palo. Mancate riforme. Tokyo torna in recessione per mali simili ai nostri. Perché non basta avere una banca che stampa moneta. 

  • ...

Un passante di fronte alle schermate con l'andamento dei titoli azionari della Borsa giapponese.

Dicevano che il debito giapponese non era un problema, perché nelle mani dei giapponesi.
Che le politiche espansive della Bank of Japan (Boj) avrebbero risollevato l'economia.
E invece, anche se la banca centrale di Tokyo ha fatto quello che la Bce non può e non ha osato fare, il Giappone sembra l'Italia, condannato a ondeggiare tra stagnazione e recessione.
Il Pil è in calo, la svolta promessa da Shinzo Abe non si è ancora vista e il primo ministro è già pronto alle elezioni anticipate.
IL PROBLEMA? LE RIFORME MANCATE. «L'Abenomics, la ricetta per la ripresa del premier, si reggeva su tre pilastri», spiega a Lettera43.it, Carlo Filippini, direttore dell'Istituto di studi economico-sociali per l'Asia orientale dell'Università Bocconi. «La leva monetaria ha funzionato, la leva fiscale solo in parte, ma quella che è mancata è stata quella delle riforme: Abe ha annunciato molto e realizzato poco».
Cosa dovesse realizzare, è facile da intuire. Il Sol Levante si ritrova con lobby della rendita divenute intoccabili, un mercato del lavoro spaccato in due tra anziani garantiti e giovani, pochi, iperprecarizzati, le donne lasciate ai margini della vita economica e i consumi che crescono meno del previsto (+0,4% nel terzo trimestre). Fratelli giapponesi, insomma: faccia diversa, stessa crisi. E la certezza che la leva monetaria da sola non può bastare.

Filippini: «Serve una scossa sugli stipendi, ma pesano i vincoli di bilancio»

Un cantiere aperto nella capitale giapponese.

Abe era atteso alla prova delle riforme. Ma quando a giugno ha presentato il suo piano, molti sono rimasti delusi.
L'opposizione interna ha frenato l'intevento sui sussidi all'agricoltura, fondi che nutrono una lobby estesa di proprietari terrieri. E che doveva essere tra le prime liberalizzazioni da portare a termine per sciogliere il sistema dalle rendite.
Anche la riforma del mercato del lavoro doveva essere una priorità. E invece per ora è stato fatto poco, tagli alle imposte delle imprese e misure a sostegno della conciliazione tra vita e carriera delle donne, ma non è bastato a sbloccare la crescita. Il mercato occupazionale giapponese è rigido: da una parte ci sono i lavoratori della generazione del boom degli Anni 80 inquadrati e garantiti, dall'altra la platea dei precari gonfiata dagli Anni 90 in poi.
IL 20% DEI GIOVANI È PRECARIO. Le grandi imprese nipponiche hanno assunto soprattutto lavoratori a tempo che vengono pagati in media un terzo dei dipendenti regolari. Oggi quasi il 20% dei giovani tra i 25 e i 34 anni ha contratti precari. Ma la quota di atipici sale addirittura al 57% se si prende in considerazione l'altra metà del cielo: le donne, lasciate letteralmente ai margini del mercato, al punto che sette su 10 se hanno un figlio tornano a fare le casalinghe. Per la Banca mondiale c'è solo un Paese nel mondo occidentale che fa peggio: l'Italia. Se il Giappone infatti ha un tasso di occupazione femminile del 49%, quello italiano è al 38%.
Il risultato, in ogni caso, è che nel Sol Levante non si fanno figli, i lavoratori invecchiano. E su quelli giovani ma precari le imprese non sono disposte a investire. I salari reali sono calati di circa il 9% negli ultimi 17 anni. E i consumi quindi sono bloccati.
SENZA DOMANDA NON C'È CRESCITA. Le imprese giapponesi fanno più profitti di quelle italiane, ma se non c'è domanda non ci può essere crescita. E infatti gli investimenti privati sono crollati del 6,7%, con l'aumento dei fondi pubblici che non compensa. «Per dare una scossa si potrebbe aumentare i salari, ma questo è un settore in cui lo Stato difficilmente interviene», osserva Filippini. «Gli stipendi dei dipendenti statali seguono l'andamento di quelli delle grandi imprese private». L'amministrazione pubblica potrebbe dare il buon esempio, ma significherebbe aumentare la spesa: una misura che sarebbe giudicata male dai mercati.
Insomma, se in molti hanno sostenuto che il debito giapponese al 236% del Pil fosse sostenibile solo perché detenuto per il 95% dai cittadini nipponici non ha fatto i conti con le dinamiche delle piazze finanziarie. La politica di Abe ha più margini di manovra, ma non ha le mani libere. «I vincoli di bilancio pesano anche qui», spiega Filippini.

E per far quadrare i conti arriva la tagliola delle tasse

Il Pil del Giappone è calato dello 0,4% nel terzo trimestre del 2014.

Il Giappone, una volta considerato tra i Paesi simbolo dell'equità sociale, ha conosciuto un aumento delle disuguaglianze sociali. Ad arricchirsi nel lungo decennio perduto degli Anni 90 sono state categorie professionali come i medici, spiega l'esperto, che a Tokyo affiancano al servizio pubblico, l'attività in clinica privata e la vendita di farmaci.
Anche qui insomma, la mancanza di liberalizzazione produce distorsioni. «Il sistema è sclerotizzato», osserva l'esperto, «non riesce a eliminare le sue sacche di inefficienza: il problema non è solo della classe dirigente, servirebbe un cambio di mentalità».
L'AUMENTO COSTANTE DELL'IVA. Il Sol Levante deve ancora trovare la sua via verso la globalizzazione. E il risultato è che in assenza di crescita, senza toccare le nicchie di privilegio e con vincoli di bilancio stringenti, invece di distribuire ricchezza «sta ridistribuendo i dolori», come ha osservato il giornalista del Nikkei Shimbun Hiroyuki Akita con un'espressione che richiama i sacrifici del governo tecnico di Mario Monti.
Dolori e tasse. Abe aveva promesso più investimenti e tagli alle imposte. Ha decurtato i contributi chiesti alle imprese. Ma con un rosso nelle casse statali così abnorme, ha dovuto cedere sull'aumento delle imposte sui consumi, in rialzo dal 5 all'8%: un ulteriore innalzamento al 10% è stato rinviato, ma non scongiurato.
IL 21 NOVEMBRE LO SCIOGLIMENTO DELLA CAMERA. Di fronte a questi dati macroeconomici, il premier ha deciso di imboccare la strada delle elezioni anticipate (lo scioglimento della Camera bassa è atteso il 21 novembre): un modo per rafforzare il suo mandato popolare e, ragiona Filippini, «riservarsi la possibilità di rinviare gli aumenti».
Per il nostro Paese, l'aumento dell'Iva è scritto come clausola di salvaguardia nella legge di Stabilità. «L'Italia deve in ogni caso fare i conti con le regole europee», osserva Filippini, «e se Renzi volesse andare a elezioni, prima ha bisogno di una legge elettorale». Le differenze, in questo caso, pesano.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso