Economia 26 Novembre Nov 2014 1725 26 novembre 2014

Referendum oro, cosa cambia in Svizzera

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Il fronte del "sì" impone alla Banca centrale svizzera di avere il 20% degli investimenti in oro. Tra pochi giorni, il 30 novembre, i cittadini elvetici avranno la possibilità di “salvare l’oro della patria” votando “sì” a un quesito referendario che obbliga la BNS (la Banca Nazionale Svizzera, cioè la banca centrale) a mantenere un minimo del 20% degli attivi investiti in oro, vieta la vendita di metallo giallo, impone la sua custodia all’interno dei sacri confini del paese. EFFETTO BOOMERANG DEL REFERENDUM. Peccato che il quesito referendario sia un missile sparato direttamente contro la Banca Nazionale Svizzera. Ne mette in discussione l’autonomia operativa e l’indipendenza rispetto al potere politico, espresso in questo caso direttamente dalla volontà popolare. Un paradosso non da poco e, secondo molti, un clamoroso autogol che finirebbe per danneggiare la crescita economica e la stabilità del paese. Vediamo perché. QUANTITATIVE EASING IN SALSA BERNESE. Va ricordato, innanzi tutto, che dal novembre del 2011 la BNS impedisce, acquistando tutti gli euro necessari, che il franco si apprezzi oltre la soglia di 1,20 contro la divisa europea. Una sorta di “quantitative easing” valutario che finisce per imbottire il portafoglio della banca centrale rossocrociata di bund tedeschi e OAT francesi e che certamente non piace ai proponenti del referendum.

Banca nazionale svizzera POLITICA MONETARIA COMPROMESSA. Se passasse il “sì” l’istituto di emissione dovrebbe acquistare in cinque anni (il periodo previsto per l’adeguamento) circa 1700 tonnellate di oro, investendo oltre 65 miliardi di franchi. Si tratta di un quantitativo pari a circa la metà dell’oro estratto in un anno dalle miniere di tutto il mondo. Una festa per i “gold bugs”, gli accaniti amanti del metallo giallo. Gli acquisti sarebbero finanziati liquidando in parte le divise estere accumulate negli ultimi anni per evitare l’eccessivo apprezzamento della moneta. Ribaltando completamente, e senza validi motivi, gli indirizzi di politica monetaria attuati nel corso della drammatica crisi europea. L’alternativa sarebbe quella di “stampare” una quantità ancora maggiore di franchi per comprare l’oro necessario.

Il 30 novembre gli svizzeri sono chiamati a votare per il referendum CONSEGUENZE CONTROPRODUCENTI. Nella prima ipotesi si perderebbe il controllo del cambio, alimentando le spinte deflazionistiche che stanno da tempo contagiando l’Europa e che porterebbero anche l’economia d’oltralpe in stallo o in recessione. Nella seconda si correrebbe il rischio di inflazionare eccessivamente alcuni settori già esuberanti, come quello immobiliare, in pieno boom. Inoltre i profitti della banca centrale, che annualmente vengono distribuiti alla federazione e ai cantoni, dipenderebbero in misura abnorme dal volatile andamento del prezzo dell’oro. Sono risorse preziose con le quali si finanzia, tra l’altro, la competizione fiscale con le regioni del nord Italia. Le ragioni del “si”. Non mancano quindi numerosi motivi razionali per bocciare il referendum. Malgrado ciò i sondaggi effettuati nelle ultime settimane hanno evidenziato la possibilità che il “sì” possa, malgrado tutto, spuntarla. Alimentato dalle paure ancestrali di parte dell’elettorato.

Crolla il segreto bancario CROLLO DEL SEGRETO BANCARIO. A partire dalla sindrome dell’accerchiamento, rafforzata, ad esempio, dall’assalto americano e internazionale al bastione del segreto bancario svizzero, ormai a brandelli. A cui va aggiunta la suggestione che il metallo giallo possa proteggere dal presunto svilimento della moneta cartacea, dal “modernismo” monetario tanto di moda ai giorni nostri. IL MITO DEL GOLD STANDARD. Una sorta di solitario e antistorico ritorno a un gold standard imbastardito. Un vaccino contro la fenomenologia del disordine internazionale. Il mito romantico che una moneta protetta dalle riserve auree possa garantire la forza e l’indipendenza della nazione e la sua difesa contro incontrollabili potenze esterne rimane una velleitaria illusione in un mondo dominato dalle multinazionali. Istituzioni che da tempo hanno trovato solerte accoglienza tra i confini confederali grazie all’efficienza e alla stabilità di un modello istituzionale invidiabile. E che, prima o poi, potrebbero cambiare idea se la stabilità del sistema legale ed economico venisse messa sempre più spesso in discussione dall’emotività dell’elettorato. La vittoria del sì il 30 novembre, per quanto improbabile, più che un esempio di saggezza delle folle andrebbe catalogato tra gli episodi di follia collettiva.

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