Diffamazione 141010095322
LEGAL&LAW 27 Novembre Nov 2014 1000 27 novembre 2014

Diffamazione, la normativa va rivista

In Europa non è reato, in Italia sì. Usiamo rimedi antichi per un male moderno.

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Il ddl sulla diffamazione è arrivato in Aula a Palazzo Madama.

Il tema della diffamazione, soprattutto se commessa attraverso il web, è diventato oggi di grande interesse pubblico, in particolare da quando l’utilizzo di internet e dei social network si è trasformato in fonte di informazione primaria e strumento di comunicazione diretta e personale.
L’acceso dibattito sulla questione ha portato alla luce una chiara esigenza: serve al più presto un intervento normativo che ci allinei al resto dell’Europa.
PROVVEDIMENTO URGENTE. L’8 aprile 2014, nel corso della discussione al Senato su proposte di legge in materia di diffamazione, il senatore del Partito democratico Felice Casson ha chiesto al presidente della commissione permanente Giustizia di volere sollecitare il parere della commissione Bilancio, necessaria per il proseguo dell’iter legislativo, dal momento che «si tratta di un intervento legislativo di indubbia importanza, la cui adozione è invocata anche a livello europeo e richiesta con urgenza dagli operatori dell'informazione».
A BREVE INIZIA L'ESAME. Il 28 ottobre il testo del disegno di legge, ampiamente emendato rispetto alla versione approvata dalla Camera il 17 ottobre, è stato trasmesso nuovamente all’Aula di Montecitorio per la conversione in legge e l’esame del provvedimento dovrebbe iniziare a breve.
Si tratta di modificare, secondo le richieste provenienti da più parti inclusa la stessa Commissione europea, alcune norme del nostro Codice penale (articoli 594 e 595) e alcune disposizioni della Legge sulla stampa (L. 47/1948) che sembrano anacronistiche rispetto all’attuale momento sociale e allo stato della tecnologia.
NON C'È TEMPESTIVA CORREZIONE. I rimedi in caso di offese all’onore e alla reputazione delle persone consistono oggi in sanzioni penali (multa o reclusione, cioè la pena stabilita per i “delitti”) senza un efficace e tempestivo contesto di correzione e rettifica dei contenuti illeciti, soprattutto se vengono diffusi attraverso i media.

Dire «moroso» fu punito con una multa

Il voto sul ddl Diffamazione nell'aula di Palazzo Madama.

Un recente caso che fa riflettere è quello rappresentato dalla sentenza della corte di Cassazione, depositata l'11 novembre, che ha confermato la decisione resa nei due gradi di giudizio precedenti con cui si puniva con la multa, oltre che con il risarcimento dei danni, un condomino di un immobile che, in presenza di altri comproprietari dello stabile, si era rivolto a uno di loro definendolo «moroso» perché non avrebbe pagato alcune rate delle spese condominiali. Senza considerare che quest’ultimo avesse una ragione di credito verso l’amministrazione dell’immobile.
TRE MESI DI CELLA PER FACEBOOK. Una situazione simile vale anche per un caso di diffamazione compiuta a mezzo dei social network: la vicenda merita di essere sottolineata per il soggetto coinvolto, un militare in servizio appartenente alla banda musicale dell’esercito.
L'uomo si è visto infliggere una pesante condanna per diffamazione nei due primi gradi di giudizio (tribunale Militare e corte militare d’Appello), anche in considerazione della sua appartenenza a un organo militare, consistente in tre mesi di reclusione. Pena confermata dalla corte di Cassazione, con sentenza del 24 marzo 2014.
I fatti sono semplici: l’imputato aveva pubblicato sul proprio profilo Facebook alcuni scritti denigratori di colleghi appartenenti alla stessa banda musicale e membri dell’esercito, relativamente a presunti trattamenti di favore di cui avrebbero indebitamente goduto.
PIÙ CHE CRITICA, ERA IRRISIONE. La Cassazione ha ritenuto che la lesione causata ai soggetti diffamati, attraverso il social network in un contesto di messaggi e contenuti diretti principalmente ai militari della banda musicale cui apparteneva l’indagato, non fosse meritevole di accoglimento, dal momento che le affermazioni contenute nei post da lui pubblicati travalicavano la mera critica, assumendo invece connotazioni di irrisione.
È facile comprendere come la sanzione penale della reclusione per soggetti che, non senza superficialità, esprimono giudizi che non sono riconducibili alla mera espressione di commenti meramente critici o di fatti provatamente veri, possa comportare uno sbilanciamento nella scala dei valori giuridici tutelati, a tutto disfavore delle libertà costituzionalmente protette.
Anche per questa ragione, è importante e non differibile il passaggio parlamentare delle disposizioni di legge.

  • Luciano Daffarra è uno dei soci fondatori dello studio legale Ddr Trust

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