Opec Petrolio 141127163703
GREGGIO 27 Novembre Nov 2014 1633 27 novembre 2014

L'Opec e il cartello del petrolio in cinque punti

Prezzi. Il ruolo degli Usa. Medio Oriente. Mercato illegale. E interessi cino-russi. Qual è la partita sull'oro nero. Mentre i Paesi produttori non tagliano le quantità.

  • ...

Gli automobilisti italiani non se ne sono forse accorti quando fanno il pieno, ma il prezzo del petrolio è precipitato.
Da un picco di 115 dollari al barile toccato a giugno 2014, il valore del Brent (il benchmark internazionale) è sceso di un terzo, crollando al di sotto di quota 70.
La riunione dell’Opec (Organization of the petroleum exporting countries) del 27 novembre, il cartello che riunisce i 12 Paesi che producono circa il 40% del petrolio nel mondo (il 60% di quello che viene venduto sui mercati mondiali) doveva correre ai ripari. Ma ha deciso di non tagliare la produzione.
PREZZO CORRETTO: TRA 95 E 110 DOLLARI. Secondo l’organismo il prezzo giusto dovrebbe essere tra i 95 e i 110 dollari. Ma il mondo è profondamente cambiato da quando l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio dettava le regole dell’economia e della geopolitica globale.

La riunione dell'Opec a Vienna, il 27 novembre.

1. L'obiettivo: vendere il maggior numero di barili al massimo prezzo

L’Opec è nato nel 1960 e oggi riunisce 12 Paesi: Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Venezuela.
L’obiettivo è sempre stato quello di riuscire a vendere il maggior numero di barili di petrolio al massimo prezzo possibile e ricattare politicamente i Paesi non produttori.
NEL 1973 PAREVA AGLI SGOCCIOLI. Nel 1973 i prezzi quadruplicarono quando gli Stati mediorientali decisero di interrompere le forniture all’Occidente. Si disse che il petrolio stava per finire.
Nel corso dei decenni il prezzo del petrolio è stato sulle montagne russe più volte. Sorpassò i 100 dollari al barile alla fine degli Anni 70.
SFIDA SAUDITI-USA E CROLLO DEL 67%. Nel 1986 l’Arabia Saudita pianificò una ritorsione contro la crescita della produzione americana e sfidò gli Usa a una prova di forza.
La produzione dell’Opec venne aumentata e i prezzi crollarono del 67%. Il prezzo del barile in pochi mesi precipitò. I profitti crollarono, ma i sauditi se lo potevano permettere, gli americani no.
L’industria petrolifera Usa non riuscì a reggere e subì un colpo quasi letale. Il cartello vinse il duello.
NEL 2008 RECORD: 145 DOLLARI AL BARILE. Le crisi mediorientali e le guerre hanno sempre aiutato la crescita dei prezzi. Nel luglio 2008 si toccò il record storico di 145 dollari al barile.
Il successivo crollo dell’economia globale comportò anche una rovinosa caduta del prezzo. Lentamente si è tornati a quotazioni molto alte, ma lo scenario sta cambiando profondamente. L’Opec ha gradualmente perso il ruolo monopolista e la compattezza che aveva un tempo.

2. Il maggior produttore al mondo ora sono gli Stati Uniti

La produzione Opec ha un tetto di 30 milioni di barili al giorno.
Gli Stati Uniti, la prima economia mondiale, stanno diminuendo sempre più l’importazione di greggio. La cosiddetta shale revolution - l’estrazione di petrolio e gas naturali dai terreni rocciosi in argilla - sta cambiando completamente la mappa del petrolio.
Nel 2013 gli Usa sono arrivati infatti a produrre più di 7 milioni di barili al giorno (dati della Us Energy information administration).
COMANDA IL NORD DAKOTA. La nuova Arabia Saudita si chiama Nord Dakota, lo stato americano in cui in soli 10 anni si è passati da estrarre 80 mila barili al giorno agli attuali 860 mila.
Da poche settimane gli Stati Uniti sono diventati il maggior produttore al mondo. Le importazioni dai Paesi Opec in America sono crollare scendendo sotto i 100 mila barili al mese.
AVANZA IL GIGANTE CANADA. Un dato dimezzato rispetto a un decennio fa. Nello scacchiere non va dimenticato il Canada, un gigante da 1,38 milioni di barili al giorno che nel 2013 ha investito 74 miliardi di dollari nell’industria petrolifera (dati della Canadian association of petroleum producers).

3. Può tornare una guerra al rialzo? Improbabile

A questa crisi i Paesi Opec possono reagire replicando, presto o tardi, la guerra dei prezzi dell’86?
A detta di tutti gli analisti è improbabile.
Quasi tutti i 12 Stati del cartello hanno bisogno di un prezzo del barile più alto.
I bilanci delle nazioni dell’Organizzazione piangono già per l’attuale crisi. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Kuwait potrebbero resistere, altri no.
PREZZO GIUSTO? «70 O 80 DOLLARI». Per il ministro del petrolio saudita, Ali Al-Naimi, un prezzo giusto potrebbe essere «70 o 80 dollari al barile».
Una quotazione più bassa delle aspettative degli altri Paesi Opec che metterebbe in ginocchio alcune economie.
Certi Stati totalmente dipendenti dal petrolio stanno già soffrendo: è l'esempio del Venezuela.
Inoltre molti Paesi del cartello stanno varando riforme nel welfare per prevenire disordini interni o crisi sociali.
I SAUDITI: NO AL CALO DELLA PRODUZIONE. Si cercherà di rialzare il prezzo diminuendo la produzione? Anche in questo caso si rischia la spaccatura. Alcuni non vogliono sostenere il calo della produzione, i sauditi meno degli altri. E il 27 novembre hanno vinto ancora loro.
Iraq e Iran però, causa guerra e boicottaggio, hanno già rallentato di molto la produzione, così come la Libia in cui vige ancora l’instabilità e in cui la produzione non è ancora tornata ai livelli di un tempo.

Giacimenti sauditi.

4. C'è pure un mercato nero: in Iran, Kurdistan, Turchia e Siria

Ma il mercato del petrolio ha ormai mille variabili che vanno al di là delle logiche da cartello protezionistico dell’Opec.
In questo scenario non vanno ignorati gli interessi del grande capitale finanziario.
BARCLAYS E WELLS FARGO IN PERDITA. Come ha riportato il Financial Times, la picchiata del costo del barile ha cominciato a far sentire le sue conseguenze sul mondo delle banche d’affari, con giganti come Barclays e Wells Fargo che hanno annunciato perdite su prestiti per 850 milioni di dollari erogati a due multinazionali del petrolio.
Alcune valute di Paesi produttori come il rublo o la corona norvegese sono crollate negli ultimi mesi.
L'IS CONTROLLA 11 GIACIMENTI. Inoltre il caos in Medio Oriente rimane una variabile impazzita. Esiste infatti anche un mercato illegale del petrolio.
L’autoproclamato Stato islamico (Is) fino a settembre aveva il controllo su 11 giacimenti petroliferi capaci di produrre fino a 40 mila barili al giorno. C’è un mercato nero dell’oro nero che ha ramificazioni in Iran, Kurdistan, Turchia e Siria.

5. Anche la Cina in gioco: ha una domanda di 10,09 milioni di barili al giorno

Il convitato di pietra al tavolo dei produttori del petrolio è la Cina.
La sua formidabile crescita economica ha negli ultimi anni sostenuto la domanda globale.
Il mercato cinese a ottobre ha avuto una domanda di 10,09 milioni di barili al giorno.
Rispetto al 2013 il dato annuo mostra una crescita del 2%. Ma Pechino non è solo acquirente: è ormai uno dei maggiori esportatori mondiali di prodotto raffinato, tanto che il bilancio tra importazioni ed esportazioni tra petrolio e suoi derivati è ormai alla pari.
CALO DEL RUBLO SINTOMO DELLA CRISI. Anche la Russia non può stare a guardare. Il calo del rublo è un sintomo di una crisi che potrebbe colpire duro.
Il Cremino si auspica prezzi al barile superiore ai 100 dollari e rischia di subire anche il contraccolpo delle sanzioni per la questione Ucraina, ma ostenta fiducia.
Igor Sechin - l’uomo forte del petrolio russo, presidente del colosso Rosneft ed ex vice premier di Putin - ha giocato il ruolo del duro.
«L’attuale prezzo non è critico per noi», ha sostenuto a margine dell’incontro Opec. «In Russia la produzione non verrebbe tagliata neppure con un calo del prezzo a 60 dollari».
L'OPEC ORMAI NON È PIÙ IL BURATTINAIO. E Tutti si auspicano prezzi più alti, ma nessuno vuole fare passi indietro sulla produzione. Lo scenario è più che mai composito.
L’Opec non ha più il ruolo di burattinaio dell’economia e della geopolitica mondiale, ma sembra un vecchio gruppo di amici che ormai non si sopportano più l’un l’altro.

Una raffineria di petrolio in Russia.

Correlati

Potresti esserti perso