Economia 28 Novembre Nov 2014 1612 28 novembre 2014

Banca Profilo-Consob, la guerra continua

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Tribunale amministrativo regionale del Lazio Tra Banca Profilo e Consob è uno a uno, palla al centro. La vicenda inizia nel 2013 quando l'autorità di vigilanza delle società quotate aveva aperto un'inchiesta per presunta manipolazione del mercato sull'istituto milanese controllato da Matteo Arpe. L'imprenditore aveva ottenuto una vittoria importante lo scorso 2 ottobre quando il Consiglio di stato aveva sospeso l'iter sanzionatorio imponendo alla Consob di riscrivere il regolamento per adeguarlo al giusto processo (pubblicità, accesso agli atti, imparzialità del decisore). A pareggiare il conto è stata l'autorità presieduta da Giuseppe Vegas che quasi due mesi dopo, giovedì 27 novembre, ha incassato il parere favorevole del Tar del Lazio sul fatto che "il regolamento non va riscritto perché rispetta la la Convenzione europea sui diritto dell'uomo". Sentenza amara anche perché nella sentenza il Consiglio di Stato aveva riconosciuto delle irregolarità da parte della Consob soprattutto quando quest'ultimo aveva anticipato le conclusioni delle indagini nei confronti della banca senza aspettare i pronunciamenti dei giudici. Dimostrando dunque la mancanza di imparzialità e indipendenza. Ma la partita non è finita qui, perché Banca Profilo e Arepo BP presenteranno ricorso presso il Consiglio di Stato. Andiamo per ordine e ricostruiamo la vicenda dall'inizio. L'ACCUSA DELLA CONSOB: MANIPOLAZIONE DEL TITOLO. Al centro dello scontro giudiziario ci sono gli acquisti di azioni Banca Profilo fatti dalle due società tra il giugno del 2011 e il maggio del 2013. Gli acquisti, fa sapere l'istituto milanese, sono avvenuti dopo avere ricevuto la regolare autorizzazione da parte di Bankitalia e aver comunicato, come da regolamento, gli acquisti alla stessa Consob. Inoltre i titoli non sono mai stati rivenduti e non sono mai state effettuate operazioni in derivati. A questo punto l'accusa mossa dalla Consob nei confronti di Arpe è di aver manipolato il valore di Borsa dell’istituto, in sostanza il prezzo di Banca Profilo sarebbe stato sostenuto artificialmente per “salvaguardare la reputazione di Arpe” e “fornire un’apparenza di successo all’operazione di salvataggio” della stessa Banca Profilo. Tuttavia dopo una lunga ispezione da parte degli uomini della Consob presso gli uffici di Banca Profilo e Arepo risalenti a maggio 2013, non è stata trovata traccia né di un profitto economico.

Giuseppe Vegas, presidente della Consob LA CONSOB ANTICIPA LE CONCLUSIONI PRIMA DELLA SENTENZA. C'è un altro fatto rilevante che smonterebbe l'accusa della Consob. Il 5 maggio 2014 l'autorità, prima ancora di aver deliberato definitivamente sul caso tuttora pendente, scriveva nella sua relazione annuale al ministro dell’Economia di aver “accertato” gli illeciti, con un chiaro riferimento a Banca Profilo. In sostanza arrivava già alle conclusioni prima che il procedimento di accertamento fosse concluso. Inoltre il prezzo delle azioni dell’istituto nel corso degli acquisti analizzati da Consob è passato da 0,32 a 0,24 euro senza produrre alcun tangibile guadagno agli indagati e che sia invece lievitato fino a 0,45 euro (0,318 euro le quotazioni attuali) solo dopo che l’operatività è cessata. Nonostante le prove fornite Consob, che in altra occasione (vedi la vicenda mediobanca-Ligresti) ha mostrato una certa propensione ha dialogare con gli indagati, stavolta non ha ritenuto opportuno ascoltare i vertici di Banca Profilo. LA DIFESA DI BANCA PROFILO E LE INDAGINI A OROLOGERIA. Banca Profilo nei comunicati stampa sulla vicenda diffusi per informare il mercato ha sostenuto che "Nel periodo da giugno 2011" al dicembre 2013  "Arepo ha proceduto ad acquisti sul mercato di titoli Banca Profilo per complessivi 15,8 milioni di Euro pari a circa un quarto del controvalore scambiato presso la Borsa Valori nello stesso periodo. Tali acquisti, che hanno portato nell’orizzonte di due anni e mezzo la partecipazione dal 53,5% al 62,4% del capitale sociale, sono stati integralmente realizzati con mezzi patrimoniali di Sator (società d'investimenti che partecipa a News30, società che edita questo giornale, ndr.) anche per il tramite di due aumenti di capitale della Capogruppo Arepo, regolarmente autorizzati. Tutta l’operatività è stata mensilmente comunicata al mercato ai sensi della disciplina Internal Dealing. Arepo non ha mai effettuato trading sul titolo (i.e. cessione dei titoli acquistati) né operazioni in derivati. Per l’operatività è stata delegata la controllata Banca Profilo, secondo procedure atte a garantire la separatezza all’interno del Gruppo fra momento decisionale ed esecutivo, adottando inoltre le cautele specifiche nei cd. black out period avvalendosi di un primario intermediario terzo. Da notare i tempi dell'intervento dell'Autorità: le ispezioni non sono avvenute in maniera tempestiva dopo pochi mesi, ma solo dopo due anni e nello stesso periodo corrispondente al termine dell'operazione Fondiaria Sai in cui Sator era coinvolta come offerente.

La sede del Consiglio di Stato IL RICORSO AL TAR DEL LAZIO. Sulla base della sentenza del Consiglio di stato Profilo e Arepo Bp hanno fatto ricorso al Tar del Lazio chiedendo l’annullamento del procedimento avviato nei loro confronti per l’ipotesi di manipolazione di mercato e l’adeguamento ai principi del giusto processo del regolamento che disciplina l’iter sanzionatorio dell’authority di mercato. E questo nonostante il Consiglio di Stato in un’ordinanza dello scorso ottobre avesse aperto alle istanze di Arpe invitando Consob, nel suo stesso interesse, a rivedere le proprie procedure sanzionatorie nei casi penalmente rilevanti visto che attualmente violano il diritto al giusto processo come già rilevato nella primavera scorsa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). RESPINTO L'APPELLO PERCHE' LA RICHIESTA "E' INFONDATA". Il 27 novembre è arrivata la sentenza a favore della Consob da parte del Tar secondo il quale il ricorso di Banca Profilo, fondato sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha condannato l'Italia per il doppio processo a cui sono stati sottoposti Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti per l'equity swap Ifil-Exor, "deve essere respinto perché infondato", rileva il Tar, che ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese. IL TAR: SE CI SONO ANOMALIE VANNO GIUDICATE SOLO ALLA FINE DEL PROCESSO. Secondo il Tar è "evidente" che il ragionamento della Corte di Strasburgo vede nel «procedimento amministrativo" per applicare le sanzioni sugli abusi di mercato «una prima fase, affidata alla Consob, di un procedimento unitario, seguita da due successive fasi di natura giurisdizionale, rappresentate dal giudizio di opposizione (presso la corte di Appello, ndr) e dal giudizio innanzi alla Corte di Cassazione, nell'ambito delle quali la decisione amministrativa della Consob viene sottoposta al controllo di organi giurisdizionali. Sicché - viene sottolineato - per valutare se vi sia stata o meno una lesione del diritto al giusto processo si dovrebbe considerare il procedimento nel suo complesso e non le sue singole fasi». Anche se la Consob è «priva delle caratteristiche di imparzialità e di indipendenza tipiche degli organi giurisdizionali», la possibilità di impugnare le sue decisioni di fronte a organi giurisdizionali viene dunque giudicata in grado di sanare le lacune del suo procedimento (come ad esempio la mancanza di autonomia di fasi istruttoria e giudicante, l'assenza di contraddittorio delle parti e di un'udienza pubblica). Quindi i giochi si riaprono visto che Banca Profilo e Arepo Bp presenteranno un ricorso ai giudici del Consiglio di Stato.

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