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CULTURA 29 Novembre Nov 2014 0723 29 novembre 2014

Gang, il crowdfunding per rinascere

Grandi negli Anni 80. Fermi per tre lustri, sono tornati grazie al finanziamento popolare. Premiati da un pubblico che s'è fatto generoso committente.

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Jono Manson dei Gang.

Internet toglie, internet dà. Non è una battuta di Aldo, Giovanni e Giacomo ma una realtà sempre più conclamata e si traduce così: se il web è il posto giusto per farsi scippare le proprie creazioni, se lo streaming fa strame di noi artisti, se le piattaforme come Spotify rendono «1 milione ai texani, 20 dollari a me» (per parafrasare il Mick Jagger di Luxury, 1974), se, insomma, chi inventa la barca inventa anche il naufragio, resta vero anche il contrario: da un naufragio si può escogitare una barca.
La barca, nella specie una scialuppa, si chiama crowdfunding e consiste, all'osso, in un'aperta richiesta di fondi al pubblico per finanziare la prossima opera.
Niente intermediari, pubblici o privati, niente sovrastrutture, la storia scivola tutta, tanto per cambiare, su piattaforme digitali e, con la crisi che c'è, sono sempre di più gli autori che vi fanno ricorso.
IN PRINCIPIO FU AMANDA PALMER. Le danze le aprì Amanda Palmer, le andò troppo bene, raccolse 1 milione di dollari e poi anche una serie di sacrosanti insulti sui social perché venne fuori che, con tutto quel ben di Dio piovuto dai fan, lei sfruttava biecamente i musicisti in tour.
Poi ci sono le americanate di Neil Young, 6 milioni razzolati per creare e lanciare il suo nuovo lettore digitale Pono (a fronte di una richiesta iniziale di circa 800 mila dollari), o di Zach Braff per il lungometraggio Wish I Was Here. In altri casi i numeri sono più contenuti, anche se tutt'altro che disprezzabili.
IN ITALIA CI SI ACCONTENTA DI POCO. Specie in Italia, ci si accontenta di molto meno se Gianni Maroccolo e Claudio Rocchi per il loro progetto Vdb23 hanno raccolto poco meno di 30 mila euro via Musicraider (che ha in esclusiva la fornitura dell'album), e se i Gang, che torneranno all'inizio del 2015 con una nuova raccolta di inediti, Sangue e Cenere, a 15 anni dal Controverso divorzio dalla multinazionale Wea, sono riusciti nel giro di un'estate a mettere insieme circa 60 mila euro, multiplo insperato dei 6 mila chiesti ai fan (si sa che loro sono proletari per davvero).
I fratelli Severini hanno scelto il basso profilo: appelli solo sul loro sito, e una nuova piattaforma, BeCrowdy, da Parma, che si pone come punto di riferimento per operazioni di autofinanziamento in tutti i settori artistico-culturali.

GANG, UNA CARRIERA DA OUTSIDER. Una carriera da outsider, quella di Marino e Sandro, da Filottrano, Marche, Italia. Insieme a far musica fin da ragazzini, sulla scena si affacciano nel 1984, folgorati dai Clash, da Joe Strummer (Marino ne adotta anche fisicamente il look), e procedono nel segno di un folk ultramilitante ma senza mai perdere di vista il cuore, il lato umano, sorta di Ken Loach della musica.
I primi album sono tutti autoprodotti, poi la svolta con una major, che però dura fin che dura: nel 2000 salta tutto e loro si rinchiudono alla riscoperta di loro stessi, trasfondendo il combat rock nella tradizione popolare, dedicandosi a una raggiera di impegni e di progetti (dal tour teatrale con Daniele Biacchessi sulle stragi, alla memoria di Fausto e Iaio, i due del Leoncavallo trucidati il 18 marzo 1978 al Casoretto di Milano).
IRRIDUCIBILI GRAZIE AL CROWDFUNDING. Con loro e intorno a loro, un popolo di amici musicisti che vanno, vengono, li accompagnano.
Ma il nucleo restano questi due irriducibili fratelli, due gentiluomini di campagna che conquistano il cuore anche di chi non la pensa come loro. Perché hanno cuore. Perché sono duri, puri, e mai ti tradirebbero.
Adesso, con Sangue e Cenere, chiudono un cerchio che non finisce mai. Sempre più autoprodotti, sempre più irriducibili. Grazie al crowdfunding.

L'artista è chiamato a essere promotore di se stesso

I Gang sono nati come Paper’s Gang sul finire degli Anni 70.

È chiaro che, e qui viene il bello della faccenda, la formula non può esaurisi nella mera raccolta dei fondi con annesso incasso e realizzazione: viene investita la comunicazione, viene coinvolto il marketing, un crowdfunding obbliga un artista non tanto a “giustificarsi”, a dover dimostrare l'effettivo impiego delle risorse raccolte, quanto a inventarsi nuove strade promozionali.
Così, se i Gang possono impiegare il surplus per mettere a punto un marketing più strategico, anche in vista dei prossimi concerti, il Franchi s'è inventato alcune formule degne di lui, id est stravaganti a dir poco: oltre a fornire in anteprima il disco insieme ai precedenti, andrà a cucinare a casa di chi ha aderito alla campagna (via Musicraider), proponendo un minilive come digestivo, offrendo concerti acustici ad hoc, e altro ancora: «Maggiore il contributo, più bella la ricompensa», dice lui. Che, a proposito, sta mettendo insieme un disco con alcune centinaia di idee una più spiazzante dell'altra.
IL PUBBLICO DIVENTA COMMITTENTE. Crowdfunding è un processo non inedito in sé, ma che, nella nuova cornice di rete, va oltre l'autoproduzione, seppure in questa trova presupposto e viatico: è una sorta di artigianato commerciale, una specie inedita di autofinanziamento o, se si preferisce, di sussistenza non più rivolta a un mecenate, pubblico o privato, nobile o ecclesiastico, ma direttamente al pubblico: che viene capitalizzato, come se, in un certo senso, la carriera, la credibilità, il patrimonio artistico di un autore venisse reinvestito nella prossima opera.
Senza imbarazzi di sorta: preferisco, è il ragionamento, agire di testa mia, rendendo conto a cose fatte a chi ascolta, che a un committente il quale, ammesso e non concesso mi sostenga, mi obbligherà a determinate scelte che non condivido.
MENO RISORSE, PIÙ IDEE. La crisi toglie (risorse), la crisi dà (idee). Non nascondiamoci dietro a un dito, simili processi sono figli di una carestia che ormai non risparmia nessuno, i tempi dei milioni di copie vendute sembrano remoti anche se risalgono a ieri l'altro, la stessa discografia, così come l'editoria, hanno le loro colpe, leggermente colossali.
Nessuno sospetta, e se lo sospettano non lo ammetteranno mai, che l'autoproduzione digitale, che l'esplosione delle varie Amazon che consentono a tutti di “pubblicarsi”, per dire di esprimersi, siano, più che una causa, un effetto, più che una malattia una reazione contro un mainstream - ma pure contro tante etichette che della qualità, della nicchia avevano giusto la pretesa - che ha sprecato risorse e anni in modo a volte criminale, producendo spazzatura destinata al macero.

NON CHIAMATELI IMPRENDITORI. Tutti ad abbeverarsi ai talent, dai quali difficilmente nasce un talento, vuoi perché distorti secondo logiche brutalmente televisive, vuoi perché già lottizzati anche quelli in partenza.
Ma anche questa è una formula destinata a estenuarsi, come già i reality, e gli autori più intraprendenti, costretti a fare di necessità virtù, si scavano altri futuri, ingoiano qualche boccone amaro, ma, almeno, trovano un modo per non arrendersi.
Da imprenditori veri, ma non diteglielo: loro si considerano artisti, tutto quello che è intrapresa, investimento, capitalismo, li insospettisce.
ALLA BASE, LA VOLONTÀ DI RINASCERE. E invece si ritrovano pionieri di una strada che testimonia di una volontà di rinascere, affidandosi al pubblico il quale non sarà l'unico “padrone” compatibile con l'autonomia e nemmeno il migliore, perché il pubblico è un mare senza facce, capriccioso e irrazionale, ti ama se gli dai quel che si aspetta ma ti odierà appena ti azzardi a sgarrare.
Da cosa, non lo sa neppure lui; ma sa dimostrarsi generoso a volte, ed è l'ultima possibilità quando tutte le porte sembrano chiudersi e invece c'è ancora voglia di suonare, di scrivere, di resistere. Di esistere.

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