Acciaieria Ilva Taranto 120412170204
INDUSTRIA 1 Dicembre Dic 2014 1610 01 dicembre 2014

Ilva, i dubbi sulla nazionalizzazione di Renzi

Bad company senza capitani coraggiosi. Debiti monstre. Produzione non competitiva. Perché il piano B del premier è un rischio per il nostro Paese.

  • ...

Acciaieria Ilva di Taranto.

Risanare l'Ilva con un intervento statale. Renderla più appetibile. E, dopo due o tre anni, rivenderla.
È questo a grandi linee il piano B di Matteo Renzi per l'acciaieria pugliese che perde al mese qualcosa come 25 milioni di euro, ha accumulato debiti nei confronti dei fornitori per 350 milioni e ha in ballo 35 miliardi di risarcimento danni per cause ambientali.
IL PIANO RENZI: SALVATAGGIO IN TRE ANNI. «A Taranto», ha spiegato il premier in un'intervista a Repubblica, «stiamo valutando se intervenire sull'Ilva con un soggetto pubblico: rimettere in sesto quell'azienda per due o tre anni, difendere l'occupazione, tutelare l'ambiente e poi rilanciarla sul mercato».
Una soluzione sul modello Alitalia, in grado di salvare gli 11 mila posti di lavoro. Che diventano 20 mila se si considera l'indotto. E che lascia soddisfatti i sindacati. Fatta eccezione per la Fim Cisl: «L'annuncio di un intervento pubblico sull'Ilva in questo momento sembra più propaganda che altro», ha commentato secco il segretario generale di Taranto, Mimmo Panarelli.
Che si tratti o meno di annuncite, la proposta di Renzi, sebbene sia ancora allo studio, non è di facile realizzazione.
LO STATUTO CDP: NIENTE SOLDI A CHI È IN PERDITA. L'eventuale coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti o del Fondo strategico, infatti, è vincolato - da statuto - al fatto che si investa in una società non in perdita.
Questo significa che non investe «a fondo perduto» e non mette soldi in imprese in perdita o senza una «potenziale di crescita». E comunque, al momento «è prematuro ipotizzare una qualsiasi forma di nostro coinvolgimento», si limitano a dire dalla Cdp rimandando direttamente ogni domanda a Palazzo Chigi.

Ilva, tra il modello Ansaldo energia e Alitalia

L'acciaieria Ilva di Taranto.

Le strade a questo punto restano due. La prima è «vendere l'Ilva attraverso una mediazione dello Stato», spiega Andrea Colli, ordinario di Storia economica alla Bocconi, «che sarebbe proprietario transitorio sul modello di quanto accaduto con Ansaldo Energia e a patto di garantire una collocazione in un tempo definito in mani private».
Oppure scorporare l'Ilva, sul modello di Alitalia, in una bad company e in una new company, nella quale potrebbe investire lo Stato. Con buona pace di Bruxelles.
I DUBBI DI BRUXELLES SUGLI AIUTI. Tutto risolto? Per nulla.
In primo luogo resta aperta la questione degli aiuti di Stato. Il 20 ottobre 2014, infatti, la Commissione europea ha inviato una lettera al governo italiano dal titolo Presunti aiuti a Ilva, in cui si chiedevano spiegazioni sulle forme d'aiuto dello Stato all'azienda. Dall'utilizzo dei fondi sequestrati ai Riva e trasformati in azioni di Ilva Spa, al prestito bancario concesso all'azienda (250 milioni) con garanzie del governo fino alle bonifiche sul conto delle casse dello Stato.
IL GOVERNO TEMPOREGGIA. La risposta di Palazzo Chigi doveva arrivare entro il 20 novembre ma, come ha confermato il ministero dello Sviluppo economico a Lettera43.it, «le trattative sono ancora in corso». La direzione generale alla Concorrenza di Bruxelles resta dunque in attesa.
Vero è che la Cdp non rientra nella gestione della Pubblica amministrazione e dunque non è computata nel bilancio dello Stato. I suoi investimenti non sarebbero dunque classificabili, nel caso di una new company, come aiuti di Stato.

Il destino della bad company: o cambia produzione o muore

Materie prime dello stabilimento Ilva di Taranto

Che fine farebbe poi la bad company? «Lo Stato non se la può certo accollare», continua Colli, che non vede alcun capitano coraggioso all'orizzonte.
«Il problema», dice il professore, «è che l'Ilva non è Alitalia che, seppur nelle difficoltà, un minimo di appetibilità l'aveva. Lo stabilimento tarantino produce acciaio in modo anti economico, esattamente come altri Paesi come India e Cina, ma con costi del lavoro ben più bassi. Ha forti problematiche ambientali. E, infine, paga la crisi europea del settore».
Inoltre, i gruppi che hanno manifestato interesse «non hanno grossa consuetudine con l'acciaio». Anche Marcegaglia, per esempio, «ha dimensioni molto inferiori e una esperienza totalmente diversa».
«MEGLIO ACCOLLARSI I LAVORATORI». Per Colli si tratta insomma di un'impresa fallimentare. O si cambia la produzione puntando su materiali e lavorazioni di nicchia, o «conviene chiudere senza se e senza ma». Al punto che, secondo il professore, «sarebbe forse più economico per lo Stato accollarsi tutti i lavoratori» che rendere competitivo un carrozzone considerato irrecuperabile.
L'Ilva, del resto, nasce come impresa di Stato. Nel 1958 l'Italsider era stata pensata come polo specializzato per la produzione di tubi per oleodotti. Era la vigilia del boom economico e l'Italia crocevia della distribuzione dell'oro nero in Europa.
Poi però le cose sono andate diversamente. «La povertà dilagava», spiega Colli e così «per accaparrarsi consensi politici e moltipicare l'occupazione la classe dirigente optò per creare un quarto polo siderurgico di cui l'Italia non aveva bisogno. E che nel tempo ha solo macinato debiti».

L'ipotesi nazionalizzazione e Italsider bis

L'area ex Italsider di Bagnoli.

E una nazionalizzazione vera e propria? Se lo Stato «decidesse di mantenere una quota strategica del 30%, offrendo il 70% del capitale in Borsa sarebbe un'ottima soluzione», ammette Colli. Certo è che il nodo bad company resterebbe. Come la problematica ambientale che «non è nata con i Riva nel 1994», sottolinea il professore, «ma ben prima».
La nazionalizzazione convince invece Vincenzo Comito, autore nel 2013 de L’Ilva di Taranto e cosa farne. L’ambiente, la salute, il lavoro. Ex consulente aziendale e docente all’università di Urbino, Comito boccia la proposta «temporanea» di Renzi. «Finirà in un pasticcio come Alitalia», sbotta.
COMITO: «LO STATO DEVE RIMANERE». Per questo lo Stato nel gruppo «deve starci e rimanerci». E magari aprire a un investitore straniero «purché porti garanzie», continua.
«Da metà degli Anni 30 alla metà degli Anni 70 il pubblico ha rilanciato l'industria italiana», spiega ancora Comito. «Non senza problemi, vero».
Ma per l'esperto non ci sono molte altre soluzioni all'orizzonte. Di chiudere, infatti, non se ne parla. «Non possiamo buttare via quello di buono che abbiamo. E poi, realisticamente, dove li sistemiamo 20 mila operai di questi tempi?».
Si tratta di un ritorno all'Italsider? A smentire i nostalgici dell'acciaio pubblico ci ha pensato il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti: «Sull'Ilva il presidente Renzi, con un approccio concreto, mette avanti a tutto l'ambiente e il lavoro», ha dichiarato a caldo. «Non si tratta di rifare l'Italsider ma solo di intervenire per ridare serenità a una popolazione segnata da troppi danni ambientali e di assicurare efficienza e competitività a un'azienda strategica per il Paese».
Non resta che attendere i dettagli del cosiddetto piano B di Renzi. E la reazione, si spera benevola, di Bruxelles.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso