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SCENARIO 1 Dicembre Dic 2014 1321 01 dicembre 2014

Taranto può esistere senza Ilva?

Città spartana che deve puntare sul turismo. O polo industriale che deve rinascere? De Bartolomeo e Mellone a confronto.

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Marco De Bartolomeo.

Può esistere una Taranto senza Ilva? Per Marco De Bartolomeo, sì. Anzi deve esistere.
Mentre Matteo Renzi annuncia un piano di nazionalizzazione che dovrebbe risollevare l'acciaieria per renderla più appetibile a un eventuale investitore straniero, l'ideatore di Taranto città spartana ribadisce come il vero acciaio della sua città sia il turismo.
Ottico, 40 anni, De Bartolomeo insieme con un gruppo di lavoro ha messo a punto un piano di rilancio della città. E definisce «grottesca» l'incoerenza del governo sul destino di Taranto. «Se da un lato il premier spinge verso il polo industriale», dice a Lettera43.it, «il ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini punta sulla necessità di riprendere a investire nelle eccellenze del territorio».
«IL FUTURO È TARAS». L'idea di Di Bartolomeo è, in sé, semplice. Taranto, Taras, è la città spartana della Magna Grecia. «Perché non rilanciare il brand spartano?». L'idea gli è venuta cercando come promuovere il suo territorio. «Ho fatto un sondaggio oltre i confini nazionali», spiega. «Chiedevo quali fosseroi le conoscenze su Taranto. E la risposta era: 'Nessuna'. Se non a New York, dove collegavano la città al disastro dell'Ilva. Poi ho chiesto quali fossero quelle su Sparta. Tutti, il 100%, conoscevano la città greca. Un po' per il film 300 e un po' perché spartan è un marchio collegato a squadre sportive, università e addirittura prodotti alimentari. Quando un australiano mi ha risposto: 'Io sono spartano', mi si è accesa la lampadina».
«UNA VISIONE CONDIVISA». Una visione, la sua, condivisa con la maggior parte dei concittadini: commercianti, scuole, artigiani. «C'è la volontà di rialzarsi, di riscoprire la nostra identità», continua De Bartolomeo. Non sono solo parole le sue. Il progetto ha un respiro di 20 anni e prevede la costruzione di infrastrutture per 6 miliardi di euro. «Si può creare lavoro», assicura ottimista, «non vogliamo essere condannati come città. E finora, tra un decreto e l'altro calato dall'alto lo siamo stati». La scommessa, per lui, è ancora più alta. «Taranto è la cartina di tornasole», dice. «Se sia rialza Taranto, nella condizione in cui è, allora può rialzarsi l'Italia».

Mellone: «Taranto non può campare solo col turismo»

Angelo Mellone.

«Tares, Sparta... va bene ma non si può credere di sopravvivere senza l'Ilva». Come la pensa Angelo Mellone, giornalista e dirigente Rai, si sa. È uno dei pochi che ha difeso l'esistenza dell'acciaieria. Nonostante suo padre, dirigente Italsider, sia morto a causa delle polveri.
«UNA IDENTITÀ INDUSTRIALE». Bastano i numeri: «L'Ilva dà da lavorare, tra operai e indotto, a 20 mila persone. I vecchi operai Italsider andavano fieri di fare l'acciaio migliore del mondo. Taranto moderna è una città industriale. È questa la sua identità», continua Mellone. «La sua pianta addirittura è stata realizzata in base al vecchio arsenale sabaudo».
Per questo non poteva che essere d'accordo con l'intervento statale annunciato da Renzi. «Si deve portare a termine l'ambientalizzazione. II tassi di inquinamento non sono tollerabili. E lo Stato è importante che si faccia da garante».
Per Mellone ogni progetto che rilanci l'immagine di Taranto, la sua storia e la sua cultura è prezioso. «Ma non esclude l'acciaieria. Non solo perché è possibile produrre in modo pulito e sostenibile. Ma anche perché Taranto non può campare di turismo. Non ce la fa nemmeno il Salento», sbotta.
UN DESERTO DI RUGGINE. Anche in caso si dovesse spegnere lo stabilimento, poi, rimarrebbe un «deserto di ruggine», difficilisimo da bonificare totalmente.
Riscoprire l'identità di Taranto, per Mellone - che ha un elemo spartano tatuato sull'avambraccio, precisa - è anche riscoprire la sua anima industriale. «La nostra è l'unica città del Sud a essere stata meta di immigrazione. Per questoi tarantini sono sangue misto, io stesso sono in parte genovese».
Il vero problema è la mancanza di una classe dirigente, conclude. «E noi non abbiamo saputo trasformare l'Ilva in un vero volano per il tessuto produttivo». E visto che indietro non si può tornare, «dire solo e sempre no è solo un modo per pulirsi la coscienza. Non risolve certo i problemi».

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