Economia 3 Dicembre Dic 2014 1143 03 dicembre 2014

Crollo petrolio: quattro effetti sicuri

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Il prezzo del petrolio è crollato da 115 dollari a 64 dollari da giugno a dicembre 2014. I prezzi del petrolio sono da qualche tempo in caduta libera, questo è un primo dato di fatto. Dal 28 novembre, quando i Paesi dell’Opec (produttori di petrolio) hanno annunciato che non ridurranno la produzione giornaliera di greggio (fissato a 300 milioni di barili) il prezzo del Brent e del Wti è diminuito del 12%. Il primo ha toccato i 64 dollari, il secondo i 63. Per capire il crollo basta pensare che a giugno il livello era di 115 dollar. Siamo ai prezzi più bassi degli ultimi cinque anni. Il secondo fatto da tenere presente è che, più che le singole notizie e cause, il problema generale è l’eccesso di offerta attualmente disponibile a livello globale. Per dirla con gli analisti di Citigroup, «le notizie non contano molto, la questione è capire dove i prezzi arriveranno alla luce di fondamentali già noti». Tradotto significa che è vero che il barile ha scontato prima la decisione dell’Opec di non tagliare la produzione e di lasciarla invariata a 300.000 barili al giorno e poi l’accordo tra Iraq e il governo regionale curdo, destinato ad aumentare ulteriormente l’offerta, ma è anche vero che i prezzi erano comunque troppo alti rispetto ai fondamentali del settore energetico. Considerando il fatto che secondo le stime i prezzi continueranno a calare, forse fino a 40 dollari al barile, la domanda è quali saranno le ricadute, non necessariamente negative, del ribasso del petrolio sull’economia globale. Ecco quattro effetti possibili. 1. EFFETTO POTENZIALMENTE POSITIVO SU CONSUMI Da un punto di vista strettamente economico, la frenata del petrolio Wti e del Brent, entrambi in ribasso vicino al 40% dai picchi di giugno, potrà avere effetti positivi sui consumi, come ha fatto notare William Dudley, governatore della Federal Reserve di New York. Secondo le stime, ogni giorno gli americani risparmiano 630 milioni di dollari in benzina rispetto a quello che pagavano prima dell’estate, cifra che salirà a un totale di 230 miliardi di dollari se i prezzi resteranno così bassi fino a fine anno. Più in generale, secondo Andrew Kenningham, esperto di Capital Economics, l’economia globale potrà «facilmente guadagnare tra lo 0,5 e l’1% sulla scia del ribasso dei prezzi del petrolio», proprio a causa di un aumento dei consumi. 2. EFFETTO MAXI TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA È anche possibile che il calo dei prezzi del barile provochi il maggiore spostamento di ricchezza della storia, andando a incidere su questioni di più ampia portata, come le decisioni strategiche della Fed negli Stati Uniti. Questo perché i ribassi dei prezzi fanno passare capitali per centinaia di miliardi di dollari dalle casse di esportatori di greggio e compagnie petrolifere (per Capital Economics il calo del Brent degli ultimi cinque mesi ridurrà il fatturato annuale dei produttori di petrolio globali di 1.500 miliardi) a quelle di altre aziende, come le compagnie aeree, che calcolano un risparmio di 40 milioni di dollari per ogni centesimo di calo dei prezzi. I fondi possono sostenere le finanze di interi Paesi, in particolare gli importatori di petrolio, che spendono meno per il greggio e possono utilizzare i fondi per investimenti di altro tipo. È per esempio il caso del Giappone, della Cina e degli stessi Stati Uniti: «L’America è ancora un importatore netto, il risultato del rallentamento dei prezzi dell’energia è un beneficio per l’economia e per i consumi», ha detto Dudley. 3. EFFETTO TEMPI BUI PER SOCIETÀ COMPARTO ENERGETICO Chi si trova a mal partito sono invece i Paesi che fanno ampio affidamento sulle vendite di petrolio, come il Venezuela, dove il calo dei prezzi ha esacerbato una crisi legata anche ai sussidi per carburanti. O come l’Iran che a causa dei prezzi bassi potrebbe vedersi intensificare l’effetto delle sanzioni che già hanno limitato le esportazioni nel tentativo di costringere il Governo di Teheran a trovare un accordo sul proprio programma nucleare. Non va bene neppure per le aziende del comparto energetico: negli Stati Uniti il gigante dei servizi petroliferi Halliburton e il produttore di shale oil Continentale Resources hanno bruciato rispettivamente il 44 e il 50% del proprio valore dall’estate in poi, mentre la britannica BP ha perso un quarto del proprio valore. A Wall Street sono penalizzate soprattutto Exxon Mobil (-7,2% da luglio), Chevron (-12,5% in cinque mesi), ConocoPhillips (-19%), Hess (-24%), Marathon Oil (-25%) e Occidental Petroleum (-17%). 4. EFFETTO SU BOND ENERGETICI: CALANO I RITORNI Il ribasso dei prezzi del petrolio incide anche sui bond, facendo scivolare quasi a zero i ritorni annuali degli investitori che detengono obbligazioni energetiche di minore qualità. Il debito energetico ora rappresenta il 16% del mercato dei bond americano, che vale circa 1.300 miliardi di dollari, il 4% in più rispetto a un decennio fa. Dall'inizio dell'anno il rendimento medio di debito energetico con valutazione junk, spazzatura, è cresciuto dal 5,67 al 7,31%, con i ritorni complessivi per l’anno allo 0,13%. Per fare un paragone, il mercato dei junk bond in generale ha portato ritorni pari al 4,17% nel 2014.

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