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CRISI 5 Dicembre Dic 2014 1030 05 dicembre 2014

Censis: «Capitale umano dissipato, 8 mln non utilizzati»

In Italia 3 milioni di disoccupati e 1,8 mln di inattivi. I giovani sono il 75%. Ceto medio corroso e rischio banlieue. La fotografia del Censis: «Paese ripiegato».

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Giuseppe De Rita, presidente del Censis.

L'Italia è un Paese dal capitale umano «inagito» e «dissipato». Ad affermalo è stato il Censis nel suo 48esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014, in cui il centro di studi ha contato quasi 8 milioni di individui non utilizzati: 3 milioni di disoccupati, 1,8 mln di inattivi e 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare.
Per il Censis gli effetti della crisi sono più diseguaglianze, meno integrazione, ceto medio corroso. L'Italia «ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuto indenne dai rischi delle banlieue parigine», ma le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane «non possono essere ridotte ad una semplice eccezione».
«IL PAESE HA UN CAPITALE CHE NON SA USARE». «Questo è un Paese che ha capitale, e non lo sa usare. È il Paese del capitale inagito»», ha commentato il presidente del Centro studi investimenti sociali, Giuseppe De Rita».
INVESTIMENTI AL LIVELLO PIÙ BASSO DEGLI ULTIMI 13 ANNI. Non solo per le famiglie, anche per le imprese, che non investono più: gli investimenti nel 2013 hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi 13 anni. Nello spreco di otto milioni di persone che non lavorano, di un patrimonio culturale che non viene utilizzato.
«Questo capitale inagito è la cosa più angosciante che c'è in Italia», ha ribadito De Rita citando le parole del frate francescano Bernardino da Feltre: «Moneta potest esse considerata vel rei vel, si movimentata est, capitale», solo la moneta movimentata diventa capitale. Il presidente ha fatto poi appello alla politica, perché ridiventi «arte di guida», immedesimandosi nuovamente nello Stato e recuperando la reputazione persa. Alla politica non tocca tanto la gestione del potere, quanto l'orientamento delle aspettative del Paese: «Nessuno più sa orientare le aspettative, eppure tutto nasce da un'aspettativa».

I giovani sono il grande spreco

I 15-34enni costituivano già prima della crisi il 50,9% dei disoccupati, ma adesso per il Censis sono arrivati a quota 75,9%.

I 15-34enni costituivano già prima della crisi il 50,9% dei disoccupati, ma adesso sono arrivati a quota 75,9%. In forte aumento anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, passati da 1 milione e 946 mila del 2004 ai 2 milioni 435 mila del 2013. I giovani sono anche la maggior parte dei sottoinquadrati, orami il 19,5% degli occupati. Nel 2004 era occupato il 60,5% dei giovani, nel 2012 era occupato il 48%: in meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati, con una perdita di oltre 142 miliardi di euro che si ripercuote drammaticamente già adesso sul sistema di welfare. Per chi lavora i salari sono bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori.
IL 60% HA PAURA DELLA POVERTÀ. Il picco negativo della crisi è ormai alle spalle, ne è convinto il 47 per cento degli italiani, il 12 per cento in più rispetto allo scorso anno. Ma per oltre il 60 per cento può capitare a chiunque di finire in povertà, ha rilevato ancora il Censis nel suo studio.
A prevalere ora è l'incertezza. Nel nostro Paese c'è una vulnerabilità diffusa tanto che il 60 per cento degli italiani ritiene che possa capitare a chiunque di finire in povertà, quota che sale al 67 per cento tra gli operai e al 64 per cento tra i 45-64enni.
Una delle conferme viene anche dal tasso di natalità: in Italia si fanno sempre meno figli, per 8 su 10 è colpa proprio della crisi.
SUI SOCAIL NETWORK IL 49% DELLA POPOLAZIONE. È sempre più l'Italia dei social network, utilizzati dal 49% della popolazione e dall'80% degli under 29, ma anche della solitudine segnata dalla diffidenza: solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che occorra stare molto attenti.

Aumento delle distanze e della disuguaglianza sociale

Con la crisi le distanze tra le aree del Paese si sono acutizzate. Così, se il tasso di occupazione della fascia 25-34 anni a Bologna è il 79,3%, a Napoli si ferma al 34,2%, mentre la quota di laureati passa dall'11,1% di Catania al 20,9% di Milano e la quota di persone che non pagano il canone Rai passa dal 58,9% ancora una volta di Napoli al 26,8% di Roma.
GLI IMMIGRATI AFFRONTANO LA CRISI MEGLIO DEGLI ITALIANI. Gli immigrati sembrano affrontare la crisi meglio degli italiani. Negli ultimi sette anni infatti le imprese con titolare extracomunitario sono aumentate dle 31,4% mentre quelle gestite da italiani sono diminuite del 10%. Diffusissimi i negozi di alimentari gestiti da stranieri, soprattutto quelli di frutta e verdura, che a fine 2010 rappresentavano il 10% del totale. Vi fanno la spesa, almeno qualche volta, 33 milioni di italiani. Bene anche le imprese artigiane, cresciute del 2,9% negli ultimi due anni contro il calo del 4,5% di quelle italiane.
MA IL «MODELLO ITALIA» HA ANCORA APPEAL ALL'ESTERO. In questo panorama desolante, il Censis ha raccolto alcuni dati che testimoniano la persistenza di un certo fascino del «modello Italia» all'estero. Siamo la quinta destinazione turistica al mondo con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi, con un aumento del 6,8% rispetto al 2012. L'export del Made in Italy è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. E poi, forse il dato più stupefacente, 200 milioni di persone parlano la nostra lingua nel mondo.

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